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Perché serve un rituale di fine giornata

by paolosub No comments

"Dichiarare la fine della giornata" è un atto decisivo al giorno d'oggi, dal momento che i dispositivi digitali ci propongono di essere attivi di continuo.

Arianna Huffington (la fondatrice dell'Huffington Post) racconta in un articolo pubblicato su Thrive Global di aver adottato per se stessa un "rituale di fine giornata", esattamente come si fa con i bambini. Con i figli piccoli, i genitori tendono a stabilire un rituale che serve a fare capire al bambino che è il momento di passare al sonno, un rituale fatto di attività come il bagnetto, la lettura di una storia, il canto di una ninna nanna, ecc.

Arianna dice che oggi è impossibile dire che la giornata finisce al tramonto, o quando si esce dall'ufficio. Bisogna dunque dare una forma al fine giornata, ma anche stabilire dei tempi. Lei dice che stacca tutto 30 minuti prima di coricarsi, anche se potrebbe andare bene anche 10 minuti.

A casa sua ha creato un "letto dei telefoni", che è una sorta di vassoio fuori dalle camere da letto, nel quale smartphone e tablet rimangono in carica. I dispositivi vengono addirittura messi sotto una piccola coperta e si augura loro la buona notte.

L'idea è molto interessante, non trovate?

Per approfondire:

[La foto allegata in questo articolo è di Álvaro Serrano/Unsplash] read more
paolosubPerché serve un rituale di fine giornata

Come la tecnologia s’impossessa della nostra mente

by Paolo Subioli No comments

La tecnologia digitale s'impossessa della nostra mente giorno dopo giorno, dirottandola verso priorità che non sono le nostre e soprattutto che  non rispondono ai nostri interessi. È molto importante capire questi meccanismi, se vogliamo usare in modo  sano, libero e consapevole i vari dispositivi digitali - come smartphone e computer - e i servizi che essi veicolano, come quelli di Google, Facebook, Amazon e Apple.

I designer delle app e dei servizi online sanno come manipolare la volontà del pubblico, facendo leva su alcune nostre vulnerabilità, esattamente come fa un prestigiatore per persuaderci a non vedere il trucco che è proprio sotto i nostri occhi. L'obiettivo è quello di tenere in ostaggio la nostra attenzione, che è oggi il bene più prezioso, anche da un mero punto di vista economico. Non bisogna per l'appunto dimenticare che l'economia del web - dove tutto è gratis - è trainata dalla pubblicità.

Proviamo a vedere insieme, in concreto, a quali trucchi ricorrono i designer dell'economia digitale, per dirottarci verso attività che da soli non sceglieremmo mai. Lo facciamo con l'aiuto di Tristan Harris, ex designer di Apple e Google e oggi attivista per un'etica del design digitale.

La ciotola senza fine - In un famoso esperimento, il professor Brian Wansink ha dimostrato come le persone, se messe a mangiare davanti a una ciotola che si riempie di continuo, mangiano molto di più. Sfruttando lo stesso principio, YouTube e Netflix applicano la tecnologia dell'autoplay, che fa subito iniziare un video appena finisce quello che stavamo vedendo. E anche i feed di aggiornamento delle pagine - come ad esempio quelle di Facebook - non hanno una fine, presupponendo che potremmo andare avanti all'infinito. Ecco un tipico esempio di mente presa in ostaggio: iniziamo di nostra volontà a fare una cosa, poi veniamo trascinati a farne tante altre che non avevamo previsto.

Menu pilotati - Qualsiasi servizio online ci offre una serie di menu, sempre a disposizione, che ci danno l'illusione di poter scegliere liberamente. Il punto è che si tratta sempre di scelte limitate, dove le voci vengono selezionate dai designer in base alle priorità di chi offre il servizio, che di solito sono di trattenerci lì più a lungo possibile. La nostra esigenza è magari quella di soddisfare al più presto un certo bisogno, per poi passare a fare altro, ma le scelte dei menu non sono progettate per questo. E l'attenzione è di nuovo presa in ostaggio.

Effetto slot machine - La slot machine è un gioco che fa perdere tanti soldi, lo sanno tutti, eppure ha un successo incredibile in tutto il mondo. Una delle spiegazioni sta nel meccanismo della ricompensa variabile e intermittente, che tiene incollato il giocatore, motivato dall'attesa della prossima ricompensa. Cos'altro spinge alcune persone a controllare il telefono fino a 150 volte al giorno? Controllare l'email, vedere quanti like ha ricevuto il nostro post su Facebook o Instagram, scorrere il feed di un social qulsiasi. Ecco l'effetto slot machine in azione. E la mente è sempre sotto scacco.

Paura di perdere qualcosa d'importante - Un altra leva utilizzata dalle app per dirottare la nostra mente è la paura di perdere qualcosa d'importante. Ci fanno capire o credere che al loro interno possiamo trovare qualcosa di importante per noi (un conoscente che avevamo perso di vista, una notizia significativa, un'opportunità lavorativa) e in questo modo ci ritorniamo periodicamente, oppure ci iscriviamo alla newsletter o attiviamo le notifiche. Il punto è che sempre nella vita ci stiamo perdendo qualcosa di importante, ma nel frattempo la cosa migliore da fare è vivere il momento presente.

Approvazione sociale - Tutti abbiamo bisogno di approvazione sociale: è una delle leve fondamentali del nostro comportamento, sin dalla notte dei tempi. I social utilizzano questa nostra debolezza per agganciarci di continuo: ci propongono persone che potremmo conoscere, ci inducono a "taggare" i nostri amici nelle foto, così da fare arrivare loro una notifica, e così via.

L'elenco non finisce qui, e vi consiglio per questo di leggere un articolo esaustivo di Tristan Harris su questo argomento, oppure di guardare il suo intervento al TED. Lui pone l'accento sull'etica del design: chi progetta i servizi online dovrebbe spostare la priorità verso i bisogni reali delle persone, se gli/le viene permesso. Noi che non siamo designer possiamo fare ugualmente molto: mantenerci consapevoli in ogni momento, specie quando siamo a contatto con i servizi digitali, in modo da conservare sempre una chiara visione delle nostre priorità. In questa storia non ci sono né buoni né cattivi. C'è solo una grande industria dell'intrattenimento che segue determinati meccanismi, di cui noi siamo parte attiva, e proprio per questo dobbiamo spingere nella direzione più sana.

Non avere tempo

Tutti oggi ci lamentiamo tanto di non avere tempo. Non avere tempo per se stessi, non avere tempo per gli amici, non avere tempo per i figli. È proprio così: oggi il tempo non ci basta mai.

Ma se sommassimo tutto il tempo passato nel corso della giornata per svolgere piccole azioni non programmate - come controllare le notifiche dello smartphone e poi vedere video "divertenti", scorrere il feed di Facebook o di Instagram, saltare da una condivisione all'altra, da un post a un articolo - ci accorgeremmo di cosa significa in concreto farsi dirottare la mente verso destinazioni non previste. E la nostra vita e sempre di più è nelle mani di altri, che non sappiamo neanche bene chi siano veramente.

 

Per approfondire:

media digitali

Facebook

Digital Mindfulness

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

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Paolo SubioliCome la tecnologia s’impossessa della nostra mente

Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by Paolo Subioli No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce  aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

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Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

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semi

[contentblock id=28 img=gcb.png] [La foto è di Esther Vargas, Perù] read more
Paolo SubioliFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

Noi unici responsabili della nostra distrazione

by Paolo Subioli 1 comment

Zak Cannon, DistractionsLa vera causa della nostra crescente distrazione sono i dispositivi digitali come gli smartphone, i tablet e i computer? Stare costantemente a contatto con la loro evanescente realtà virtuale è all'origine della nostra incapacità di vivere la nostra realtà, quale essa si presenta crudamente nella vita di tutti i giorni? Per descrivere la nostra condizione contemporanea, è stato evocato il mito della caverna di Platone.

Il mito della caverna di Platone descrive una condizione nella quale uomini prigionieri si trovano all'interno di una caverna, immobilizzati, col viso rivolto verso la parete. All'interno della caverna c'è un grande fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri c'è un passaggio di persone, animali e oggetti, in modo tale che sia possibile vederne le ombre proiettate sulla parete. I prigionieri hanno così una conoscenza del mondo solo per il tramite di queste ombre. Qualora fossero liberati, la luce del sole li accecherebbe e preferirebbero tornare nella caverna. Riuscendo a vedere le cose reali, queste ultime sembrerebbero loro meno reali delle ombre alle quali erano abituati. E volendo in caso tornare indietro per esortare i propri compagni a liberarsi, non verrebbero creduti.

Il continuo e ripetuto contatto coi media digitali ci espone effettivamente a una condizione di realtà surrogata, che rischia di indebolire la nostra capacità di comprensione del reale. Se ad esempio ci riferiamo alla sfera emotiva, assistiamo oggi a un sicuro impoverimento – rafforzato anche dall'uso di emoticons per esprimere gli stati d'animo - che fiacca la nostra capacità di riconoscere e interpretare le emozioni proprie e altrui.

Viene dunque spontaneo incolpare della nostra distrazione elementi a noi esterni, come gli smartphone o gli stimoli visivi e sonori cui siamo di continuo sottoposti. Ma a ben pensarci, si tratta solo di fenomeni neutri. Per una buona parte del nostro tempo ci troviamo in una condizione nella quale la mente vagabonda da una parte all'altra ("Mind-wandering", o mente errante), senza un intento o un oggetto d'attenzione preciso. I neuroscienziati hanno perfino individuato alcune aree del cervello, connesse tra loro ("Default Mode Network") che sono tipiche di questo stato, nel quale l'attenzione non è rivolta ad alcuna cosa in particolare. È per l'appunto lo stato "di default" della mente. Il problema è che la mente se ne va da una parte all'altra anche quando dovremmo essere focalizzati, ma questa è una sua caratteristica intrinseca, come ha notato la scrittrice e insegnante di meditazione Judy Lief. Se ragioniamo in termini di mente errante, dobbiamo guardare in noi stessi, anziché al di fuori di noi, e assumerci le nostre responsabilità.

In Cina, circa 1.500 anni fa, fu coniata la metafora della "mente scimmia", molto usata in Oriente, per indicare la tendenza della mente a saltare da una parte all'altra. È una scimmia che ci portiamo sempre appresso, ovunque andiamo, e da molti secoli. I media digitali non c'entrano nulla. Sempre in Oriente, sono state messe a punto le contromisure, rispetto alla nostra distrazione cronica, ovvero la presenza mentale e la meditazione.

La soluzione del problema è a nostro carico, come fu per Ulisse, trovatosi a fronteggiare il mortale pericolo delle sirene, che col loro canto richiamavano i marinai per farli poi morire. Ulisse non se la prese con le sirene, ma adottò provvedimenti intervenendo su ciò che era in suo potere. Tappò le orecchie ai marinai e legò se stesso all'albero della nave, per impedirsi di abbandonarla.

Dunque rivolgere l'attenzione verso se stessi non è una tecnica per stare meglio o per diventare persone un po' migliori attraverso la meditazione, ma un radicale cambiamento di prospettiva. È assumersi la responsabilità della propria mente scimmia. È preoccuparsi di capire cosa c'è veramente, dietro la nostra distrazione. Potremmo ad esempio scoprire che la distrazione è una difesa che mettiamo in atto per non vedere veramente le cose come stanno. Essere circondati da schermi di tutte le dimensioni, che di continuo richiedono la nostra attenzione, è il diversivo perfetto per non vedere i nostri problemi e gli stati di disagio, per nascondere sotto il tappeto l'ansia, la rabbia, la frustrazione e la paura.

Chögyam Trungpa ha parlato di mente dello svago ("Entertainment Mind") per descrivere la nostra condizione di persone che hanno un continuo bisogno di distrazioni. Se non le abbiamo a disposizione, ce le inventiamo. Ci creiamo il nostro mondo perfetto, come nel film Truman Show (1998), nel quale il protagonista vive sin dalla nascita nel set televisivo di un reality show. Quando se ne accorge deve scegliere tra la tranquilla, agiata e colorata vita del set e la grigia esistenza reale delle persone comuni. L'intrattenimento continuo ci mette al riparo da ogni sorta di pericolo, ci protegge dalle minacce che provengono potenzialmente da ogni parte e da ogni persona con la quale interagiamo, come ci fa notare Judy Lief.

Un antidoto contro la paura

Viviamo in un'epoca dominata dalla paura. I cambiamenti climatici ci assicurano che il mondo del futuro sarà più difficile di quello attuale. La globalizzazione porta perdita dell'identità culturale e salari più bassi. Il debito pubblico è un macigno che pesa sulle generazioni future. Una popolazione mondiale che raggiungerà per lo meno quota 9-10 miliardi porterà molti problemi in più e nel frattempo le tecnologie digitali rendono superflui sempre più posti di lavoro, in un'economia dominata da interessi finanziari fuori da ogni controllo.

Questa paura permea ormai ogni nostra azione, individuale e collettiva. Ma non viene mai manifestata in forma diretta. Nei dibattiti pubblici, ad esempio, non si parla se non di rado dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze, ma nel frattempo i genitori della mia generazione (nati dopo gli anni '50) sono tutti molto più apprensivi rispetto ai padri e alle madri che li hanno cresciuti. Cos'è, se non paura del futuro?

Abbiamo questa e molte altre paure e inoltre sappiamo sempre meno gestire la nostra convivenza con gli altri, dalla relazione di coppia alle dinamiche all'interno dell'azienda. In queste relazioni domina il non detto e il non espresso. Nell'opacità che ricopre tutto emerge di continuo il sospetto, l'idea sempre sottesa ma mai riconosciuta che gli altri possano costituire una minaccia per noi.

La soluzione più facile e sempre più a portata di mano è accendere lo smartphone per scorrere lo streaming mai troppo impegnativo di Facebook o cimentarci in una vacua conversazione di gruppo su Whatsapp.

Se le cose stanno così, i nostri dispositivi digitali hanno forse qualche colpa? Questi schermi, che escono dal negozio come oggetti del tutto privi di connotazione, diventano per noi come l'orchestra della nave da crociera alla quale viene ordinato di suonare ininterrottamente, anche mentre la barca sta colando a picco. Una volta, nel corso di un incontro di meditazione il facilitatore chiese. "Chi di voi si trova bene con se stesso?" Con mio grande stupore, mi accorsi di essere stato l'unico ad alzare la mano. Com'è possibile? Mi sono chiesto. La risposta non è difficile. Appena tutti i suoni e le luci tacciono intorno a noi, ci ritroviamo faccia a faccia con la miseria e il dolore dei nostri sentimenti più disagevoli: rabbia, paura, ansia, insoddisfazione. E allora ci giudichiamo, reputandoci inadeguati, e ci sentiamo in colpa. La mente giudicante è sempre in agguato.

L'intenzione fa la differenza

Se prendiamo consapevolezza di ciò, possiamo compiere il salto di qualità e imboccare la strada della liberazione. Non è la strada che ci porta verso una vita meno stressante, nella quale impariamo a prenderci delle pause, a rilassarci nei momenti giusti per essere delle persone più calme e comprensive. È la strada della saggezza, che ci porta verso una comprensione nuda e senza veli della realtà come si manifesta nel momento presente. In ogni momento presente della nostra vita.

Tutti i maggiori maestri spirituali hanno insegnato che l'intenzione è il fattore che più di tutti incide nella nostra capacità di diventare persone liberate e felici. L'intenzione è ciò che fa la differenza. Se ci sediamo in meditazione col chiaro proposito di imparare a osservare la realtà per quello che veramente è, e non per quello che vorremmo che sia; se siamo disposti a cogliere in tutte le sue conseguenze la natura impermanente e inaffidabile del mondo che ci circonda e di cui noi stessi siamo parte; se diamo per buono il proposito di abbandonare una visione basata sull'idea di un sé separato. Se facciamo un esercizio quotidiano del nudo incontro con la realtà del momento presente così come si manifesta, impareremo – e succederà pian piano – a stare volentieri da soli con noi stessi. Perché smetteremo di giudicarci, diventando in grado di osservare sul serio di cosa siamo fatti: un corpo; sensazioni basate sui 5 organi di senso; percezioni basate sulla nostra memoria della realtà; formazioni che si creano nella mente sotto forma di pensieri, stati d'animo, sentimenti; una coscienza che si crea non appena ci rendiamo conto di ciascuna di queste cose. Non c'è altro da scoprire che questo e questa rivelazione ci mette finalmente in pace con noi stessi e di conseguenza con gli altri.

Se l'intenzione è saggia, i dispositivi digitali escono pienamente assolti da qualsiasi processo a loro carico. Siamo noi che li comandiamo. I computer, i tablet e gli smartphone sono strumenti "general-purpose", cioè progettati per coprire un'ampia gamma di funzionalità diverse. Ci si fa di tutto. Si presentano con un hardware e un sistema operativo, i quali possono equanimemente ospitare qualsiasi tipo di applicazione. Siamo noi che installando determinati programmi o app, decidiamo cosa fare di un dispositivo, che comunque possiamo accendere o spegnere a nostro piacimento, lavoro permettendo.

Anzi, a differenza di altri potenziali fattori di distrazione, i dispositivi digitali possono essere volti a vantaggio di una maggiore consapevolezza, se decidiamo i adottare certe app o di fruire di certi tipi di contenuti anziché di altri. La distrazione è una nostra responsabilità al cento per cento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Zak Cannon, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliNoi unici responsabili della nostra distrazione

La mente estesa può salvare l’umanità

by Paolo Subioli No comments

Composition of cutout of male head and symbolic elements suitable as a backdrop for the projects on human mind, consciousness, imagination, science and creativityLa mente estesa è la vera natura della nostra mente. Dov'è la mente? Ve lo siete mai chiesto? La risposta più naturale è che la mente si trova nel cervello, perché è lì che ci sono le strutture neuronali che abilitano la memoria e l'elaborazione dei pensieri. Secondo questo modello, ciascuno di noi se ne va in giro con la propria mente, che dall'interno del cranio interagisce con l'ambiente circostante e con le altre menti.

Ma a pensarci bene questa visione "dualista" (noi da una parte, il resto del mondo dall'altra) non regge. Innanzi tutto il corpo partecipa a talmente tanti processi mentali, che è impossibile considerarlo separato dalla mente. Le emozioni si manifestano attraverso il corpo e lo stato del corpo stesso (posizione, percezioni) condiziona i nostri pensieri, tanto per fare degli esempi. Dunque la mente occupa uno "spazio" che quanto meno va esteso all'intero corpo. Il corpo cioè è parte della mente, ma questo è solo un aspetto.

La cognizione estesa

Nell'ultimo ventennio è stato elaborato il concetto a mio parere molto efficace della cognizione estesa (extended cognition), in base al quale i processi mentali e la mente stessa si estendono oltre il corpo, per includere sia aspetti dell'ambiente nel quale l'organismo è inserito, sia le interazioni con tale ambiente. Senza addentrarci troppo negli aspetti afferenti aree come la psicologia, le neuroscienze o la filosofia, la cognizione estesa è facilmente intuibile, se consideriamo l'influenza che ha l'ambiente geografico e sociale nel quale siamo cresciuti o dove viviamo. Il modo di parlare e la mentalità che ci porta a pensare in un certo modo non sono un'esclusiva del nostro cervello, ma appartengono anche all'ambiente e alla comunità locale.

La mente estesa

Un aspetto specifico di quest'ambito di ricerca è costituito dalla mente estesa (extended mind), un concetto elaborato nel 1998 da due filosofi, Andy Clark e David J. Chalmers. Questi ultimi hanno puntato l'attenzione semplicemente sul ruolo che determinati oggetti svolgono nei processi mentali. Si pensi all'agenda sulla quale segniamo un appuntamento, per poi recuperarlo consultando l'agenda stessa. O al taccuino degli appunti, o alla calcolatrice tascabile. L'utilizzo di uno qualsiasi di questi oggetti costituisce un processo cognitivo nel quale partecipano sia la mente umana sia l'oggetto stesso. In tal senso possiamo dire che la mente non è confinata nell'involucro del cranio, ma si estende agli oggetti del contesto nel quale siamo inseriti.

Ho deliberatamente fatto riferimento a oggetti di uso comune prima dell'avvento degli smartphone, per sottolineare il fatto che la mente estesa è una caratteristica umana non necessariamente legata al mondo digitale. Oggi infatti è evidente a tutti la nostra dipendenza non solo psicologica, ma anche cognitiva, dai dispositivi digitali. Questa dipendenza ci impressiona, perché vediamo ad esempio che perdiamo la capacità di memorizzare o di concentrarci, e ci fa anche un po' paura.

La natura del non sé

In realtà siamo fatti proprio così. La nostra è una mente estesa, che oggi semplicemente dispone di strumenti molto potenti, in grado non solo di ampliare a dismisura le nostre capacità, ma anche di creare connessioni e relazioni con persone lontane. Prendere consapevolezza di ciò può aiutarci a comprendere meglio la natura interdipendente della nostra persona. Non siamo entità separate dagli altri o dal mondo nel quale viviamo. Siamo anzi così strettamente interconnessi con le persone, gli oggetti, gli animali, le piante, la storia che ci ha preceduto, che senza anche uno solo di questi elementi non esisteremmo, o quanto meno saremmo qualcosa di completamente diverso.

La tradizione buddhista ci ha tramandato, lungo il corso di 25 secoli, il concetto di anattā, termine pali che viene tradotto con "non sé" e indica la non esistenza di un sé separato e permanente. Essere consapevoli della natura del non sé, se ci riusciamo, ci dà gioia e ci rende più liberi. E poi lo Zen, in particolare, ci può aiutare con concetti molto simili, come la 'grande mente'. Oggi la tecnologia ci svela finalmente una realtà che era nota all'umanità da molto tempo, ma che ha sempre faticato ad affermarsi tra noi umani, esseri imperfetti e costantemente bisognosi di qualcos'altro rispetto a noi a cui riferirci.

Per approfondire:

mente

non sé

interdipendenza

non dualismo

dispositivi digitali

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'illustrazione è di John Doe] read more
Paolo SubioliLa mente estesa può salvare l’umanità

La scatola nera dei perfetti sconosciuti

by Paolo Subioli No comments

perfetti sconosciutiPerfetti sconosciuti è un film italiano tra i più interessanti degli ultimi anni, che offre ottimi spunti di riflessione sul nostro rapporto coi dispositivi digitali. La pellicola racconta la storia di una serata a cena tra amici di vecchia data, i quali a un certo punto decidono di fare un gioco: per tutta la sera qualunque interazione sui telefoni cellulari dei presenti deve essere di dominio pubblico. Dunque ogni messaggio o telefonata deve essere resa nota a tutti in tempo reale, senza eccezioni. L'inedita situazione ovviamente svela molte verità nascoste e inconfessabili, che creano un certo scompiglio nel gruppo e soprattutto all'interno delle varie coppie presenti.

Curiosamente tutti i protagonisti accettano la sfida, pur sapendo - chi più chi meno - di avere un qualche segreto inconfessabile che potrebbe essere svelato. L'abitudine ad affidare ogni aspetto della nostra vita più intima agli smartphone è ormai così radicata che tendiamo a sottovalutare la fragilità di quella che ancora, ai tempi di Facebook, continuiamo a chiamare eufemisticamente "privacy", termine che - va ricordato - significa diritto alla riservatezza della propria vita privata.

L'abitudine ci fa credere evidentemente che il rapporto intimo che abbiamo stabilito col nostro sé digitale sia esclusivo e inviolabile. È qualcosa di simile al rapporto stabilito con l'angelo custode, una figura ben nota fino alla mia generazione (nati negli anni '60). L'angelo custode è un angelo che, secondo la tradizione cristiana, accompagna ogni persona nella vita, aiutandolo nelle difficoltà e guidandolo verso Dio. Questo angelo conosce tutti i nostri segreti ma non è interessato tanto a giudicarci, quanto piuttosto a rendersi disponibile per farci tornare sulla retta via, qualora lo desiderassimo. Un'entità non umana con la quale relazionarci in modo così intimo non è mai esistita nella storia, ed è per questo che l'unico paragone possibile col passato è quello con le entità soprannaturali (su questo tema si veda anche "Dio esiste, è una app").

La scatola nera

Un'immagine molto efficace evocata nel film è quella della scatola nera. Analogamente ai dispositivi installati sugli aerei, gli smartphone raccolgono informazioni su tutte le nostre attività, giorno dopo giorno. Poterli esaminare consentirebbe di ricostruire ogni aspetto della nostra vita più intima, come un vero e proprio alter ego digitale. Ce ne andiamo in giro tranquillamente con la nostra scatola nera in tasca, dando per scontato che nessuno si preoccuperà mai di andarci a scavare dentro. Ma è proprio così?

Il punto è che le altre persone - nemmeno quelle più care - conoscono il vero contenuto della scatola nera. E ciascuno di noi della propria ne ha solo una visione parziale. La scatola nera include ormai veramente tutto: le conversazioni con le persone in carne e ossa, ma anche le ricerche effettuate online e i siti visitati, le app utilizzate, gli spostamenti compiuti, lo stato di salute, eccetera. Se si svelasse il contenuto completo della mia scatola nera, che quadro ne emergerebbe? È un concetto in larga parte coincidente con quello di karma digitale: il contributo che diamo al mondo con i nostri pensieri, parole e azioni, il quale ci sopravviverà quando non ci saremo più.

Se le persone più intime - il partner, i familiari - ignorano cosa ci sia veramente nella scatola nera, significa che c'è una parte di noi che non conoscono. E non può che essere così. Ogni giorno vedono quell'oggetto nelle nostre mani, che potrebbe contenere qualcosa di noi che non vogliamo svelare. È un esercizio quotidiano di fiducia reciproca, per le coppie e nei rapporti parentali. Ma anche una sfida personale a essere giorno dopo giorno consapevoli del contenuto di quella scatola nera. Potremmo desiderare che non vi siano contenuti di cui vergognaci e agire di liberamente conseguenza. Decidere se regalare la propria password al partner o riservarci un'area di piena intimità. La scatola nera è lo scrigno della nostra libertà.

Questa pervasività del digitale ci sta conducendo verso direzioni ignote. Potremmo andare verso una società del controllo totale, nella quale le nostre vite sono alla mercé delle multinazionali del digitale. Oppure verso una società della trasparenza totale, nella quale sia impossibile mantenere i segreti. Quello che è in nostro potere è intanto usare questi oggetti in piena consapevolezza.

Per concludere, volete sapere quali sono i 7 motivi? Si trattava solo di un titolo a effetto, ma già che ci siamo eccoli: è ben scritto, ben girato, è profondo, è divertente, è ben recitato, è un bel film italiano e infine - ultimo ma non meno importante - affronta un tema caro a Zen in the City e ai suoi lettori!

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

 

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Paolo SubioliLa scatola nera dei perfetti sconosciuti

Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by paolosub No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

internet

semi

[La foto è di Esther Vargas, Perù] read more
paolosubFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

Come cambia il Buddhismo nell’era di internet

by Paolo Subioli No comments

Immagine da postsfromthepath.comInternet sta cambiando tutto. Anche il Buddhismo, la meditazione, i gruppi di pratica (sangha). Cosa sta succedendo a questa tradizione antichissima in una società dove la tecnologia domina ogni aspetto della vita e tutto cambia a una velocità sempre più frenetica? È arrivato il tempo per ampliare lo sguardo e intraprendere una riflessione collettiva che ci consenta di capire meglio la realtà in atto. Come primo "assaggio", propongo di adottare lo schema proposto da Vincent Horn in questo articolo. Vincent è il fondatore dei Buddhit Geeks, il gruppo che più di ogni altro è impegnato nella ricerca di nuove vie per la meditazione e la consapevolezza nel mondo digitale. Ecco quali sarebbero le 3 principali tendenze in atto.

1 - Sangha online

I "sangha" sono i gruppi di pratica delle varie tradizioni buddhiste, nei quali i praticanti si riuniscono per meditare insieme, ascoltare gli insegnamenti dei maestri, organizzare ritiri. Ce ne sono di molte tradizioni diverse e normalmente attirano persone in un ambito territoriale ristretto. Chi non vive in una grande città - o in aree dove la meditazione è troppo poco popolare -  ha scarse probabilità di trovare un sangha di proprio gradimento da frequentare. A titolo di esempio, per chi vive a Roma ci sono molti gruppi diversi, che si riuniscono ogni giorno della settimana. Non così altrove.

Internet rende possibile la creazione di gruppi che si mantengono in contatto a distanza, in forme sempre più sofisticate. Dai primi newsgroup e forum degli anni '90 si è passati alle mailing list e poi alle interazioni in video in tempo reale a basso costo. Presto tecnologie come la realtà virtuale e la realtà aumentata diventeranno alla portata di tutti, rendendo le riunioni a distanza quasi "reali". Del resto, per il Buddhismo, cos'è veramente reale?

Il maestro zen Thich Nhat Hanh, dalla sua comunità a Plum Village, ha dato vita a un sangha online che periodicamente trasmette dirette web che consentono ai membri del suo sangha mondiale di prendere parte ai momenti clou dei ritiri che si tengono nella località francese. Un altro esempio rilevante è il Buddhist Geeks Dojo creato dal gruppo di Horn, nel quale i praticanti possono godere di varie forme di interazione a distanza con vari maestri di pratica e facilitatori. Per l'Italia va citato tre mesi con il corpo, un "ritiro virtuale" che consente ogni anno a centinaia di praticanti italiani di condividere pratiche di meditazione e consapevolezza. Un giorno anche Zen in the City avrà il suo sangha "virtuale", attendete fiduciosi!

2 - Ricombinazione degli elementi

Elementi tipici del Buddhismo come la meditazione e la mindfulness (termine che nell'antica lingua pali significa "presenza mentale" o "consapevolezza") sono ormai patrimonio condiviso tra molti eterogenei gruppi, scuole e movimenti che in molti casi non si richiamano esplicitamente al Buddhismo. Quest'ultimo, non avendo un carattere dogmatico, si presta facilmente a varianti di ogni tipo. La meditazione in sé, del resto, è un elemento centrale solo in alcune tradizioni buddhiste (Theravada, Zen), mentre è diventata essenziale per l'alienante vita quotidiana di noi occidentali.

In quanto alla mindfulness, essa nel Buddhismo costituisce solo uno degli 8 elementi dell'ottuplice sentiero che porta alla liberazione dalla sofferenza. È, in particolare, uno dei 3 elementi che definiscono la parte relativa alla meditazione ("retta concentrazione", "retto sforzo" e, per l'appunto "retta presenza mentale"). Ma oggi, quando si parla di mindfulness, non si può evitare di fare riferimento al movimento fondato d Jon Kabat-Zinn, che ha nel metodo MBSR (riduzione dello stress basata sulla consapevolezza) il suo campo di applicazione più diffuso. Anche i molti esempi di meditazione in azienda sono riconducibili a questo filone, che non manca di sollevare anche perplessità, tra coloro che ne vedono il carattere eccessivamente riduttivo - se non addirittura asservito a interessi economici - rispetto al potenziale liberatorio degli insegnamenti del Buddha.

Oltre alla meditazione e alla mindfulness c'è da aspettarsi che in futuro possano sorgere altri metodi, scuole, movimenti - forse persino religioni - basate sull'estrapolazione di ulteriori elementi del Buddhismo, come la compassione o la concentrazione. Già nel mondo ci sono molte iniziative centrate sulla gratitudine in quanto tale, indipendentemente da qualsiasi indirizzo spirituale.

Cosa c'entra internet con tutto questo? La rete facilita enormemente la diffusione di idee, concetti e istruzioni pratiche a livello globale, insieme alla loro semplificazione ed estrapolazione dal contesto d'origine, come avviene già da tempo in tanti ambiti diversi.

3 - Tecnologie per la contemplazione

Un'ulteriore tendenza riguarda l'uso delle tecnologie a servizio della meditazione e della consapevolezza. Qui molti potrebbero storcere il naso, ma non dobbiamo dimenticare il fatto che le tecnologie digitali stanno già profondamente cambiando molti aspetti della nostra attività mentale: dal modo di comunicare con le altre persone a quello di memorizzare e/o richiamare alla memoria contenuti di ogni tipo. Dieci anni fa gli smartphone non esistevano. Oggi sono l'appendice irrinunciabile per miliardi di individui nel mondo. Come potrebbe la tecnologia non rivestire un ruolo ancora più importante in futuro? Agli scettici ricordo anche che il Buddha non ha lasciato alcun contributo scritto. I suoi insegnamenti sono ancora oggi così noti e praticati solo grazie alla scrittura, una tecnologia che ai tempi delle trascrizioni dei suoi discorsi - in precedenza tramandati solo oralmente - era di introduzione relativamente recente.

Qualsiasi ragionamento sulle tecnologie al servizio della consapevolezza è provvisorio e prematuro, trovandoci agli albori in questo ambito. Ma già possiamo individuare alcuni filoni significativi:

  • Le app che aiutano le singole persone a praticare - Alcune di esse (come Insight Timer) sono dei timer per uso individuale che svolgono anche molte funzioni del sangha online. Altre (come Headspace o GPS for the Soul) cercano di sfruttare le caratteristiche degli smartphone per proporre nuovi tipi di pratica di consapevolezza. Nelle prossime settimane arriverà anche la app di Zen in the City, ma quello che ci riserverà il futuro su questo versante è imprevedibile e al tempo stesso molto promettente.
  • Le app per il benessere personale - Sfruttano i sensori presenti nello smartphone per monitorare ogni aspetto della vita individuale, dall'attività fisica praticata quotidianamente al ritmo cardiaco, cui presto seguiranno il respiro e la sudorazione della pelle. Si evolveranno sempre di più in alleati per tenere sotto controllo la consapevolezza nella vita di tutti i giorni, a partire dal corpo.
  • La misurazione dell'attività cerebrale - L'elettroencefalografia (EEG) applicata a persone mentre stanno meditando è un'applicazione vista già molte volte, che ha consentito di creare molti punti di contatto tra scienza e psicologia buddhista, in merito al funzionamento del cervello. È dunque da considerarsi un importante filone di ricerca. Anch'esso, con l'evolversi delle tecnologie può riservarci molte sorprese.

Che ne dite? Penso che sia arrivato il momento di ragionarci un po' sopra.

[contentblock id=2 img=gcb.png] [L'immagine è tratta da Posts from the Path]

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Paolo SubioliCome cambia il Buddhismo nell’era di internet

Così pc e smartphone ci portano via lontano

by Paolo Subioli 3 comments

Basta un breve viaggio in treno per rendersi conto di cosa stia succedendo a noi esseri umani. I dispositivi digitali - come computer, tablet e smartphone - sono diventati inseparabili appendici del nostro corpo, che ci consentono di essere perennemente connessi alla rete. Essere online, qualsiasi sia la sua motivazione (relazioni, lavoro, divertimento), spinge ciascuno lontano dal luogo e dal tempo nel quale si trova in quel momento.

Dunque siamo vicini, gomito a gomito, eppure lontanissimi nelle intenzioni e nella presenza mentale. Ma ancor prima di questa separazione dagli altri, si crea e si acuisce sempre di più, all'interno di ciascuno di noi, una frattura tra la mente e il corpo.

Questa frattura ha conseguenze terribili. Ci rende incapaci di vedere l'insorgere (e poi lo scomparire) delle nostre emozioni, che si manifestano tutte a livello corporeo. Col passare del tempo finiamo per non essere più capaci di riconoscerle. Le nostre emozioni richiedono attenzione, manifestandosi molto spesso come dolori muscolari (mal di schiena, torcicollo) o dell'apparato digerente, ma noi non lo sappiamo, perché non ce ne accorgiamo, e portiamo la nostra capacità di resistere ai suoi limiti. Diventiamo inoltre incapaci di vedere le emozioni degli altri e le emozioni che esse provocano in noi, e dunque, così ciechi, ci scontriamo con chi ci sta vicino - in famiglia, al lavoro, per strada - combattendo battaglie continue, nelle quali ciascuno cerca solo di riempire il sacchetto dei propri presunti bisogni, senza mai cercare di capire cosa stia succedendo veramente.

Possiamo fare qualcosa per fermare questa deriva o è troppo tardi? Certo non possiamo chiedere agli altri, né a noi stessi, di rinunciare a utilizzare i meravigliosi oggetti elettronici che il mercato ci propone in modo sempre più suadente. Ma possiamo renderci consapevoli di quello che avviene nella nostra vita giorno per giorno, ora per ora, magari anche minuti per minuto. Come? È molto semplice: riprendendo il contatto col nostro corpo, e per farlo c'è il metodo più facile del mondo: portare l'attenzione al respiro, almeno ogni tanto. Il respiro è un ponte tra la mente e il corpo, che ci consente di tornare, ogni volta che lo vogliamo (e ce ne ricordiamo) al momento presente, a ciò che avviene qui e ora.

Non aspettare ancora: adesso che hai letto l'articolo fermati, chiudi gli occhi e porta tutta la tua attenzione all'aria che entra ed esce dal tuo corpo, per tre respiri completi.

 

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Paolo SubioliCosì pc e smartphone ci portano via lontano

La tecnologia è un cavallo: ecco come cavalcarla

by Paolo Subioli No comments

Paul VanDerWerf, GallopingLa tecnologia ci mette a disposizione sempre più sofisticati dispositivi, come tablet e smartphone, che competono per la nostra attenzione in ogni momento della giornata, allontanandoci da noi stessi e dalle persone a cui vogliamo bene. Ma grazie alla consapevolezza, supportata da semplicissime tecniche per tornare al momento presente e al contatto col nostro corpo, possiamo riprendere il controllo della situazione e mettere questi strumenti al nostro servizio, anziché essere noi alla loro mercé.

Il maestro zen Thich Nhat Hanh, nel suo discorso "The Horse of Tehnology" del 10 novembre 2013, ha paragonato la tecnologia a un cavallo, citando una famosa storiella zen:

un uomo cavalca a gran velocità in sella a un cavallo: sembra che debba andare in qualche posto importante. Un tale lungo la strada gli grida: "Dove stai andando?" e il cavaliere risponde: "Non lo so! Chiedilo al cavallo!"

La nostra condizione è la stessa, dice Thich Nhat Hanh. "Il cavallo è la tecnologia. Ci trasporta, ma non siamo in grado di controllarla. Perciò dobbiamo cominciare con l'intenzione, chiedendoci: cosa vogliamo?". La tecnologia, infatti, è di per sé neutrale, sta a noi sceglierne che uso farne. Ha presentato questa metafora dopo la sua visita a Google, un atto significativo di quanto questo maestro giudichi cruciale il nostro rapporto con le tecnologie digitali

Micro-disconnessioni

Per prima cosa è importante riconoscere che tutti noi abbiamo oggi una dipendenza più o meno sottile dai dispositivi digitali, salvo rare eccezioni. Elisha Goldstein, psicologo clinico e co-fondatore del Mindfulness Center for Psychotherapy and Psychiatry, parla di "micro-disconnessioni" da noi stessi e dalle persone care, che la tecnologia ci provoca giorno dopo giorno. Essa però ci consente, al tempo stesso, di facilitare la connessione con noi stessi e con la nostra presenza mentale, aiutando chi desidera farlo a creare "micro-connessioni".

Goldstein propone una check-list per controllare il nostro rapporto con le tecnologie:

  • Con quali modalità il mio rapporto con le tecnologie mi distrae o mi provoca stress?
  • Che genere di informazioni assimilo che non sono nutrienti per la mia vita o il mio benessere?
  • Uso le tecnologie per compensare la mia solitudine?
  • Il mio rapporto con le tecnologie mi allontana da amici e famigliari?
  • Quando avviene che la tecnologia mi distoglie dal prendermi cura di me stesso/a?

Il punto dunque non è se le tecnologie digitali siano buone o cattive, perché non sono affatto cattive di per sé. Semplicemente ci trascinano e poi la forza dell'abitudine ci induce a comportarci come se avessimo inserito il pilota automatico.

È soprattutto una questione di intenzione. Avere l'intenzione - ogni giorno - di stabilire un rapporto sano coi dispositivi digitali, che ci consenta di trarne il meglio e non il peggio. A quel punto le domande da porci sono altre:

  • Come posso usare le tecnologie per prendermi cura di me stesso/a?
  • Come posso usare le tecnologie per migliorare i rapporti con gli altri?

Come fare

Se l'intenzione è l'aspetto più importante, non è certo da trascurare la pratica. Ecco di seguito alcuni spunti concreti, tratti da Zen in the City.

  1. Mindful Clock: la campana di consapevolezza che si installa sul computer
  2. Meditare con lo smartphone: come il nostro dispositivo può aiutarci a tornare a noi stessi
  3. La password dono d'amore: come condividere la propria mente-cuore col partner
  4. Karma digitale: come prenderci cura delle tracce che lasciamo nel mondo
  5. Il karma su Facebook: il diario personale ci fa capire cosa significa "karma"
  6. Proteggere le proprie emozioni: usare Facebook in modo consapevole
  7. Proteggere i propri figli: perché è meglio non pubblicare le loro foto su Facebook
  8. Scegliere chi consumare: la selezione quale strumento di consapevolezza su Facebook
  9. Non fare niente per due minuti: una sfida solo apparentemente facile
  10. Respira, sei online: una pratica per tutte le nostre azioni sui dispositivi digitali
  11. Resistere alla internet-dipendenza: la pratica di collegarsi con se stessi
  12. Gestire l'impazienza: come non farsi trascinare dagli impulsi nel lavoro
  13. Riprendere il controllo dei dispositivi digitali: come rispondere alle sfide che ci pongono
  14. Whatsapp e gli adolescenti: come mettere in guardia i propri figli
  15. Adottare il computer come genitore: per chi si ritiene "incapace" coi dispositivi digitali

Testo in inglese del discorso "The Horse of Tehnology" (pdf)

[La foto è di Paul VanDerWerf, Usa] read more
Paolo SubioliLa tecnologia è un cavallo: ecco come cavalcarla