Sherry Turkle

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Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by Paolo Subioli No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce  aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

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Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

internet

semi

[contentblock id=28 img=gcb.png] [La foto è di Esther Vargas, Perù] read more
Paolo SubioliFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

Phubbing: così lo smartphone ci rende infelici

by Paolo Subioli No comments

Lars Plougmann, Smartphone chatPhubbing è una parola dal significato nuovo, che esprime un comportamento profondamente radicato nella società. Phubbing è infatti un neologismo che deriva dall'unione di "phone", telefono, e "snubbing", snobbare, ed esprime la pratica di stare con gli occhi puntati sullo smartphone mentre si è in compagnia di altre persone.

Il phubbing è universalmente condannato ma altrettanto universalmente praticato. La diffusione dello smartphone è stata infatti troppo rapida perché si facesse in tempo a circoscrivere le modalità di comportamento ritenute accettabili. Oggi tutti riteniamo sconveniente metterci le dita nel naso mentre siamo a tavola, mentre sull'opportunità di scorrere i messaggi WhatsApp, col telefono accanto al piatto, ancora qualche dubbio rimane.

Siamo in una fase storica cruciale, da questo punto di vista, di fronte a un bivio, perché l'abitudine di non guardare in faccia la persona con la quale ci troviamo - così come quella di evitare le conversazioni a favore della messaggistica scritta - potrebbe diventare un comportamento ritenuto accettabile. Oppure, al contrario, potrebbe sorgere un nuovo tipo di consapevolezza, che ci porti a utilizzare i media digitali come estensioni sane della nostra mente, senza dover sacrificare gli aspetti più preziosi della nostra esistenza umana.

Io credo che il phubbing non vada combattuto a colpi di condanne, né vadano adottate le categorie di giusto e sbagliato. Ciò che serve è maggiore consapevolezza. È importante capire perché sentiamo tanto il bisogno di puntare gli occhi sullo smartphone, un bisogno che a volte è perfino più forte del desiderio di guardare negli occhi la persona amata.

Perché il phubbing

Lo smartphone è lo strumento per eccellenza delle relazioni. Ci permette di telefonare, ma anche di rimanere in contatto con vecchi amici, organizzare appuntamenti, ricevere notizie dai vari conoscenti. Averlo a disposizione ci consente di soddisfare alcuni bisogni umani ancestrali:

  • il bisogno di affiliazione, che ci spinge verso l'appartenenza a gruppi e comunità umane di vario tipo;
  • il desiderio di non rimanere soli, che deriva dalla vulnerabilità dell'individuo rimasto isolato in un contesto popolato da nemici e/o animali predatori.

Non deve sembrare strano che un oggetto tecnologicamente così evoluto si metta al servizio di esigenze tipiche del cosiddetto uomo primitivo. In fondo siamo sempre gli stessi. Se comprendiamo questo meccanismo, smettiamo ci considerarci stupidi se passiamo il tempo su Facebook o WhatsApp anche nelle situazioni meno opportune. Questi bisogni ancestrali emergono dal profondo e non sappiamo ancora tenerli sotto controllo, perché gli oggetti attraverso cui si manifestano, gli smartphone, esistono da troppo poco tempo. Si pensi che il primo di essi, l'iPhone, è comparso sul mercato nel 2007 e oggi gli utilizzatori di smartphone sono già 2,1 miliardi!

Un altro motivo per cui ci dedichiamo al phubbing - sotto sotto - è che rivolgere l'attenzione allo smartphone ci toglie dall'imbarazzo di tante situazioni tipiche delle relazioni, come il non sapere cosa dire, il dover affrontare emozioni che preferiremmo evitare, il dover guardare negli occhi le altre persone, e così via. I dispositivi digitali stanno diventando nemici della conversazione, come ha sottolineato molto bene la studiosa Sherry Turkle. Evitare la conversazione ricorrendo alla messaggistica dello smartphone ci rende più abili nel misurare le parole, ma anche sempre più incapaci a interpretare i desideri e gli stati d'animo altrui.

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Inoltre maneggiare il nostro dispositivo ci nette al riparo dalla cosiddetta noia. Siamo troppo abituati a ricevere stimoli di continuo, per poterci permettere qualche minuto da soli con la nostra mente. La nostra attenzione è così stimolata che abbiamo ormai perfino paura di rimanere soli con noi stessi. Se non ci guardiamo mai "dentro", come potremmo scoprire chi siamo veramente?

Ma lo smartphone è anche un messaggero che potrebbe in ogni momento essere foriero di qualcosa di interessante per noi, il veicolo di quella svolta nella nostra vita che non abbiamo mai saputo cercare e che potrebbe arrivare da un momento all'altro, come ha raccontato Giacomo Papi in questo divertente articolo.

Per tutte queste ragioni, e sicuramente anche per altre, ce ne stiamo con gli occhi puntati sul nostro piccolo schermo.

Cosa possiamo fare

Il phubbing, cioè usare lo smartphone mentre siamo in compagnia, non deve diventare un'abitudine accettata. Non possiamo tornare indietro, perché ormai la tecnologia è andata avanti, ma neanche farci dominare dalla tecnologia stessa, E non possiamo certo chiedere al Governo di fare qualcosa, perché è da noi stessi che dobbiamo cominciare. Senzza troppo, propongo alcuni spunti di riflessione.

  1. La famiglia è l'ambito sociale dove si può fare di più, non solo ponendo dei limiti - come non permettere che si portino i dispositivi in tavola - ma anche promuovendo il dialogo come forma di relazione genitori-figli fin dai primi giorni di vita, e incoraggiando la vita all'aria aperta e off-line. Nella coppia si possono stabilire di comune accordo le varie situazioni in cui il telefono non deve essere presente.
  2. La conversazione a voce va in generale preferita la messaggio scritto, specie se sono in gioco aspetti relazionali come l'amicizia. Ad esempio è molto meglio telefonare agli amici il giorno del loro compleanno, piuttosto che fare gli auguri su Facebook. Ma anche le problematiche sul lavoro andrebbero affrontate a voce, sin dalle più piccole. Neanche nomino le comunicazioni cruciali in tema sentimentale, pur sapendo che è molto diffusa tra i ragazzi l'usanza di mettersi insieme e lasciarsi tramite messaggi scritti.
  3. Ciascuno di noi potrebbe farsi una lista personale di zone off-limits entro le quali vietarsi l'uso dello smartphone (in coppia, a letto, a tavola, coi figli, in riunione, ecc.).
  4. Quando siamo con le persone a cui teniamo di più, il modo più efficace per dimostrare il nostro amore è di rivolgere loro tutta la nostra attenzione, al cento per cento, senza fare altro nel frattempo.
  5. Il telefono va considerato uno strumento al nostro servizio, una macchina neutrale per la quale è perfino indifferente essere accesa o spenta. Dunque la responsabilità di qualsiasi eccesso è unicamente nostra e non del dispositivo.
  6. Infine non dobbiamo dimenticare che ormai lo smartphone è parte integrante della nostra mente, quindi di noi stessi. Non esagero: pensateci un attimo. Dunque dobbiamo trattarlo con la massima gentilezza e stabilire con lui un rapporto sano e soddisfacente, senza sensi di colpa né ipocrisie.

Origine della parola phubbing

Il termine phubbing è stato inventato a seguito di una campagna promossa da un dizionario australiano, il Macquarie Dictionary, e ideata dall'agenzia McCann. Un gruppo di autori, poeti ed esperti di linguistica fu invitato a coniare un nuovo termine per indicare quel tipo di comportamento. A seguito della scelta della parola fu lanciata la campagna Stop Phubbing, nella quale si invitava a boicottare la pratica del phubbing, anche con l'aiuto di una pagina Facebook.

Come si pronuncia phubbing

Per pronunciare correttamente "phubbing" è necessario seguire alcune regole comuni dell'inglese parlato:

  • le due lettere ph si pronunciano come la nostra f;
  • le lettere doppie non si pronunciano;
  • la u si pronuncia come una a ma con la bocca ameno aperta, come nella parola "cup";
  • la g finale non si pronuncia.

Dunque chi vuole dire phubbing deve dire qualcosa che somiglia a fabin.

Per approfondire:

consapevolezza

conversazioni

smartphone

Sherry Turkle

L'articolo è stato originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Lars Plougmann, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliPhubbing: così lo smartphone ci rende infelici

Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by paolosub No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

internet

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paolosubFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

Filmare i concerti uccide le emozioni

by Paolo Subioli 2 comments

conceeto dei disclosure il 17 marzo 2014 Alcatraz MilanoFilmare i concerti coi cellulari è un'usanza sempre più diffusa tra i giovani, e non solo. Non c'è evento ormai nel quale la gran parte del pubblico non se ne stia a lungo con le braccia protese per riprendere col cellulare. Il fenomeno è talmente preponderante, sia nel settore dello spettacolo, sia in quelli limitrofi - come la politica o le religioni - da sollevare discussioni sempre più ampie e a volte aspre.

È il caso ad esempio di quella scaturita qualche giorno fa, dopo il concerto milanese dei Disclosure, un gruppo britannico di musica elettronica. Il sito specializzato Soundwall ha stigmatizzato duramente il fenomeno, sollevando un vespaio, tra i lettori e vari altri blog e siti, tra cui Wired. Il pubblico si divide tra chi si unisce alla condanna e chi invece afferma il primato della libera scelta individuale, anche se un po' tutti apprezzano il desiderio di condivisione che c'è dietro questo gesto. A ciò si aggiunge il bellissimo film Lei, in questo periodo nelle sale, che solleva il problema del nostro rapporto sempre più indiretto con la realtà.

Ma perché un sito dedicato alla meditazione zen dovrebbe occuparsene?

Da partecipanti a reporter

Vediamo cosa succede quando assistiamo a uno spettacolo qualsiasi - ad esempio un bellissimo tramonto - e la nostra preoccupazione principale è quella di scattare foto o riprendere video per documentare l'evento. Pensiamo al nostro partner e ci premuriamo di raccogliere una prova testimoniale di quello che vediamo, per condividerla con lei o con lui. Ma questa è una condivisione virtuale, perché il nostro partner non è affatto lì con noi e nella migliore delle ipotesi si ritroverà una delle tante foto di tramonti, sempre così poco interessanti. Concentrati sulla condivisione virtuale, nel frattempo perdiamo di vista il lo spettacolo unico e irripetibile che abbiamo di fronte, nei pochi minuti che durerà.

Ugualmente, se al concerto frapponiamo tra noi e gli artisti un filtro, cioè il nostro dispositivo che li inquadra, perdiamo la magia unica e irripetibile di essere a contatto diretto con una performance musicale. Non possiamo neanche muovere il corpo (la musica ha sempre avuto questa funzione), perché altrimenti roviniamo la ripresa!

Con lo smartphone o il tablet acceso, diventiamo tutti fotoreporter e giornalisti, cioè persone che vivono lo svolgersi degli eventi avendo come preoccupazione principale quella di raccontarli, prendendo il più possibile le distanze dalle proprie emozioni.

Sostituire l’emozione con la condivisione

Nell'età dell'adolescenza c’è una fase in cui la persona comincia a essere consapevole dei sentimenti che prova ed è in grado di valutare se condividerli o meno. Tale condivisione è un atto volontario e contribuisce a definire i confini di ciò che chiamiamo sfera intima. Tutti noi adulti abbiamo una chiara idea di quale sia la nostra sfera intima, ciascuno a modo suo, e quali siano le persone ammesse a entrarvi, in quali modi farlo, eccetera. Se qualcosa ci addolora o ci fa gioire, sappiamo con chi è il caso di parlarne e con chi no.

Questo modello entra in crisi nel momento in cui prendiamo in mano un telefono, che ci consente di connetterci all'istante con qualcuno disponibile a risponderci, per comunicare le nostre emozioni quando ancora si stanno formando. Il modello verso cui stiamo andando è molto diverso, rispetto al passato: oggi non si fa piena esperienza di un sentimento fino a quando non lo si è comunicato agli altri, come ha evidenziato la studiosa Sherry Turkle, specie se i dispositivi digitali sono sempre a portata di mano e sempre connessi alla rete.

I software per la messaggistica istantanea, come Whatsapp, incoraggiano questo fenomeno, e Facebook introduce un salto di scala, nel momento in cui consente di condividere le emozioni con un numero ampio di persone, la maggior parte delle quali non sono in realtà affatto interessate. In questo modo, la sfera intima si frantuma: di fatto, non esiste più.

L’escalation successiva, di questa tendenza, è determinata dalla presenza di sensori sempre più sofisticati, all’interno dei dispositivi digitali portatili. Già avere sempre a portata di mano una macchina fotografica, come succede ora, alimenta la nostra aspirazione a condividere con le persone care ciò che proviamo e a farlo istantaneamente. Fino all'estremo di sostituire l’emozione con la condivisione.

[L'immagine iniziale è un fotogramma tratto dal video "Disclosure @Alcatraz Milano 17/03/2014 Opening" di Paolo Altomare] [contentblock id=2 img=gcb.png] read more
Paolo SubioliFilmare i concerti uccide le emozioni