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Come la tecnologia s’impossessa della nostra mente

by Paolo Subioli No comments

La tecnologia digitale s'impossessa della nostra mente giorno dopo giorno, dirottandola verso priorità che non sono le nostre e soprattutto che  non rispondono ai nostri interessi. È molto importante capire questi meccanismi, se vogliamo usare in modo  sano, libero e consapevole i vari dispositivi digitali - come smartphone e computer - e i servizi che essi veicolano, come quelli di Google, Facebook, Amazon e Apple.

I designer delle app e dei servizi online sanno come manipolare la volontà del pubblico, facendo leva su alcune nostre vulnerabilità, esattamente come fa un prestigiatore per persuaderci a non vedere il trucco che è proprio sotto i nostri occhi. L'obiettivo è quello di tenere in ostaggio la nostra attenzione, che è oggi il bene più prezioso, anche da un mero punto di vista economico. Non bisogna per l'appunto dimenticare che l'economia del web - dove tutto è gratis - è trainata dalla pubblicità.

Proviamo a vedere insieme, in concreto, a quali trucchi ricorrono i designer dell'economia digitale, per dirottarci verso attività che da soli non sceglieremmo mai. Lo facciamo con l'aiuto di Tristan Harris, ex designer di Apple e Google e oggi attivista per un'etica del design digitale.

La ciotola senza fine - In un famoso esperimento, il professor Brian Wansink ha dimostrato come le persone, se messe a mangiare davanti a una ciotola che si riempie di continuo, mangiano molto di più. Sfruttando lo stesso principio, YouTube e Netflix applicano la tecnologia dell'autoplay, che fa subito iniziare un video appena finisce quello che stavamo vedendo. E anche i feed di aggiornamento delle pagine - come ad esempio quelle di Facebook - non hanno una fine, presupponendo che potremmo andare avanti all'infinito. Ecco un tipico esempio di mente presa in ostaggio: iniziamo di nostra volontà a fare una cosa, poi veniamo trascinati a farne tante altre che non avevamo previsto.

Menu pilotati - Qualsiasi servizio online ci offre una serie di menu, sempre a disposizione, che ci danno l'illusione di poter scegliere liberamente. Il punto è che si tratta sempre di scelte limitate, dove le voci vengono selezionate dai designer in base alle priorità di chi offre il servizio, che di solito sono di trattenerci lì più a lungo possibile. La nostra esigenza è magari quella di soddisfare al più presto un certo bisogno, per poi passare a fare altro, ma le scelte dei menu non sono progettate per questo. E l'attenzione è di nuovo presa in ostaggio.

Effetto slot machine - La slot machine è un gioco che fa perdere tanti soldi, lo sanno tutti, eppure ha un successo incredibile in tutto il mondo. Una delle spiegazioni sta nel meccanismo della ricompensa variabile e intermittente, che tiene incollato il giocatore, motivato dall'attesa della prossima ricompensa. Cos'altro spinge alcune persone a controllare il telefono fino a 150 volte al giorno? Controllare l'email, vedere quanti like ha ricevuto il nostro post su Facebook o Instagram, scorrere il feed di un social qulsiasi. Ecco l'effetto slot machine in azione. E la mente è sempre sotto scacco.

Paura di perdere qualcosa d'importante - Un altra leva utilizzata dalle app per dirottare la nostra mente è la paura di perdere qualcosa d'importante. Ci fanno capire o credere che al loro interno possiamo trovare qualcosa di importante per noi (un conoscente che avevamo perso di vista, una notizia significativa, un'opportunità lavorativa) e in questo modo ci ritorniamo periodicamente, oppure ci iscriviamo alla newsletter o attiviamo le notifiche. Il punto è che sempre nella vita ci stiamo perdendo qualcosa di importante, ma nel frattempo la cosa migliore da fare è vivere il momento presente.

Approvazione sociale - Tutti abbiamo bisogno di approvazione sociale: è una delle leve fondamentali del nostro comportamento, sin dalla notte dei tempi. I social utilizzano questa nostra debolezza per agganciarci di continuo: ci propongono persone che potremmo conoscere, ci inducono a "taggare" i nostri amici nelle foto, così da fare arrivare loro una notifica, e così via.

L'elenco non finisce qui, e vi consiglio per questo di leggere un articolo esaustivo di Tristan Harris su questo argomento, oppure di guardare il suo intervento al TED. Lui pone l'accento sull'etica del design: chi progetta i servizi online dovrebbe spostare la priorità verso i bisogni reali delle persone, se gli/le viene permesso. Noi che non siamo designer possiamo fare ugualmente molto: mantenerci consapevoli in ogni momento, specie quando siamo a contatto con i servizi digitali, in modo da conservare sempre una chiara visione delle nostre priorità. In questa storia non ci sono né buoni né cattivi. C'è solo una grande industria dell'intrattenimento che segue determinati meccanismi, di cui noi siamo parte attiva, e proprio per questo dobbiamo spingere nella direzione più sana.

Non avere tempo

Tutti oggi ci lamentiamo tanto di non avere tempo. Non avere tempo per se stessi, non avere tempo per gli amici, non avere tempo per i figli. È proprio così: oggi il tempo non ci basta mai.

Ma se sommassimo tutto il tempo passato nel corso della giornata per svolgere piccole azioni non programmate - come controllare le notifiche dello smartphone e poi vedere video "divertenti", scorrere il feed di Facebook o di Instagram, saltare da una condivisione all'altra, da un post a un articolo - ci accorgeremmo di cosa significa in concreto farsi dirottare la mente verso destinazioni non previste. E la nostra vita e sempre di più è nelle mani di altri, che non sappiamo neanche bene chi siano veramente.

 

Per approfondire:

media digitali

Facebook

Digital Mindfulness

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

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Film “Lei”: per capirlo devi conoscere Alan Watts

by Paolo Subioli 1 comment

lei spike jones e alan wattsNel momento clou del bellissimo film "Lei", di Spike Jonze, entra in scena Alan Watts, quale personaggio virtualmente ricostruito in qualità di sistema operativo, in un mondo (lontano da oggi di pochi anni) in cui l'intelligenza artificiale è superiore a quella umana. La coprotagonista, Samantha, è infatti un sistema operativo interpretato dalla voce di Scarlett Johanssen, che si prende sempre più libertà. 

Si potrebbe non fare troppo caso al nome di questo personaggio, con cui Samantha stabilisce una relazione senza chiedere il permesso al proprio proprietario Theodore -interpretato dal bravo Joaquin Phoenix - e leggere il film come un'interessane riflessione sul nostro rapporto coi media digitali, che ci rendono dipendenti in misura crescente dalla loro sempre più raffinata intelligenza. Fino al giorno, che presto arriverà, della "singolarità tecnologica", ovvero il punto nel quale il progresso tecnologico raggiungerà dei livelli per noi non più comprensibili, addirittura autonomi, nel caso delle intelligenze artificiali.

Ma l'inglese Alan Watts (1915-1973) ci offre un'altra chiave interpretativa del film Lei, decisamente più interessante. Watts è stato uno dei filosofi più originali e influenti del secolo scorso. Noto soprattutto come esponente del buddhismo zen, è stato persino pastore episcopale (gli anglicani Usa), sperimentatore di droghe psichedeliche e icona della controcultura degli anni '60. Ma il suo contributo maggiore l'ha dato forse come divulgatore in Occidente delle filosofie orientali ed oggi è considerato il padre spirituale del pensiero non dualista, che trova sempre più seguaci.

Watts è uno di quelli che ci hanno insegnato come l'idea che abbiamo di noi stessi, quali esseri separati dal resto della realtà non sia altro che un'illusione. Può sembrare un'idea teorica, ma in realtà è molto fondata sull'esperienza diretta, come ben sa chi pratica la meditazione, ma anche sulle scoperte scientifiche da Einstein in poi, in particolare con la fisica quantistica. Il Buddha stesso insegnava, nel V secolo a.C., che "tutto ciò che siamo è generato dalla mente" e oggi molti scienziati e filosofi la pensano più o meno così, grazie anche alla spinta data da Watts stesso, per il quale "la sensazione prevalente del sé quale ego racchiuso in un contenitore di pelle è un'allucinazione, che non si accorda né con la scienza occidentale, né con le religioni-filosofie sperimentali dell'Est".

Se dunque l'illusoria idea che abbiamo del mondo, come qualcosa che esiste al di fuori della nostra mente e del nostro corpo, guida tutta la nostra esistenza, che male c'è a innamorarsi di un computer, come fa il simpatico Theodore in "Lei"? La realtà virtuale che giorno per giorno stiamo costruendo grazie a Google, Facebook e ai nostri onnipresenti dispositivi digitali, è meno reale dell'idea che ci siamo fatti del mondo?

Lei

Regia: Spike Jonze

Produzione: Spike Jonze, Megan Ellison, Vincent Landay

Durata: 126'

  • Joaquin Phoenix, Theodore
  • Scarlett Johansson, Samantha
  • Amy Adams, Amy

Rating MyMovies: ****

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Paolo SubioliFilm “Lei”: per capirlo devi conoscere Alan Watts

Che fare se internet ci allontana da noi stessi

by Paolo Subioli No comments

Playing Futures (Olanda), Venice Second ImpressionsAlcune persone hanno un rapporto ossessivo coi media digitali, ma anche chi pensa di avere un atteggiamento più distaccato, dovrebbe essere sempre consapevole di quanto tutti stiamo diventando dipendenti da internet, in modo insano. Uno studio svela che quello digitale sia il più irresistibile, tra tutte le forme di desiderio.

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Paolo SubioliChe fare se internet ci allontana da noi stessi