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Etica del rating

by Paolo Subioli No comments

nosedive (black mirror)L'etica del rating è una nuova forma di impegno per gli esseri umani nell'era digitale. Tutti per esperienza sappiamo quanto siano importanti per le nostre scelte di consumo i rating degli utenti di servizi come TripAdvisor, Booking o Amazon. Ma tali siti e app sono anche pieni di giudizi falsi, pubblicati ad arte per promuovere determinati servizi o prodotti a danno di altri. Su tali piattaforme come su Apple Store e Google Play Store, il numero di falsi è spesso soverchiante rispetto ai rating genuini dei consumatori.

A scanso di equivoci, chiariamo subito che il "rating" è la classificazione - di solito da 1 a 5 stellette - che gli utenti dei servizi online possono attribuire ai servizi stessi (come le app) o a prodotti e servizi come ristoranti, libri, film, eccetera.

rating su tripadvisor

I giudizi falsi sono oggetto di un vasto business che coinvolge società specializzate e persino software che si inseriscono nei social media per riempirli di giudizi a una velocità che non sarebbe possibile ad alcun essere umano. Essi tolgono al consumatore (che poi è una persona come te e me) ogni difesa rispetto a venditori o esercenti disonesti o incapaci nel proprio mestiere. Inoltre questo rating disonesto non contribuisce a premiare chi ha delle capacità o chi si dà da fare per realizzare prodotti e servizi veramente utili per chi li acquista.

È dunque arrivato il momento di considerare il valore etico che possono assumere i rating e i giudizi pubblicati sulle piattaforme online che ciascuno di noi frequenta.

Pubblicare un giudizio su un'attività commerciale, siccome contribuisce a decretarne il successo o l'insuccesso, rende bene l'idea di quanto numerose e complesse siano le interconnessioni che legano noi esseri umani – e noi umani agli strumenti che utilizziamo – e quanto dunque ciascuno di noi dipenda dagli altri. Pubblicando un rating su un servizio che hai ricevuto ti farà percepire non solo che si è creato un legame con chi fornisce quel servizio, ma anche che quel legame perdura nel tempo. Questo è un esempio contemporaneo di quella dimensione che Thich Nhat Hanh chiama interessere e che altri maestri buddhisti hanno nei secoli indicato come originazione interdipendente.

Ma esercitare il proprio diritto di rating è anche una pratica di generosità. Se utilizzo una app e la trovo utile, il fatto di dedicare 2 o 3 minuti del mio tempo a scriverci un giudizio positivo è un atto non dovuto di pura generosità, senza contraccambio immediato. Praticare la generosità è il presupposto di qualsiasi cammino di trasformazione. In Asia la sequenza tipica degli insegnamenti spirituali è prima generosità, poi moralità poi ancora meditazione. Sharon Salzberg, in "L'arte rivoluzionaria della gioia", ci fa notare come la generosità abbia un potere di trasformazione, perché è caratterizzata dalla qualità interiore del lasciare andare o abbandonare.

Praticare l'etica del rating è anche uno dei tanti modi efficaci per prendersi cura del proprio karma digitale, il frutto delle nostre azioni che lasciamo in eredità al mondo.

Come fare

  1. Anche se sei una persona riservata e che non ama mettersi in mostra, considera la possibilità di lasciare un giudizio positivo su un ristorante o una struttura ricettiva nei quali ti sei trovato/a bene.
  2. Se non hai voglia di scrivere, puoi lasciare anche solo il rating con le stellette, se la piattaforma te lo permette.
  3. Fai lo stesso con i libri che hai letto, i film che hai visto, altri acquisti che hai effettuato.
  4. Considera che su Google Maps puoi lasciare rating e commenti anche su negozi e altri esercizi commerciali non presenti in piattaforme online.

Per approfondire:

generosità

interdipendenza

karma digitale

 

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è tratta dall'episodio "Nosedive" della serie TV "Black Mirror", nel quale si racconta di una società dove lo status sociale è completamente determinato dalla reputazione che gli altri cittadini attribuiscono a ciascuno tramite un punteggio da 1 a 5 per mezzo dello smartphone]
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Paolo SubioliEtica del rating

Commentare articoli come pratica d’amore

by Paolo Subioli 5 comments

Da: David Lytle, Papa & MCommentare articoli online o post su Facebook può costituire un'importante pratica di gentilezza amorevole, benefica per se stessi e gli altri. Ti consente di esercitare la gratitudine e può contribuire in maniera sostanziale a cambiare il mondo in meglio. Ecco come e perché.

Come commentare

Ogni volta che ti imbatti in un contenuto che trovi bello, interessante o utile, esprimi la tua gratitudine lasciando un segno del tuo apprezzamento. Gratificherai l'autore, incoraggiandolo a continuare su quella strada, e contribuirai alla diffusione sulla rete di ulteriori contenuti belli, interessanti e utili.

Ad esempio, quando leggi un articolo su un sito o un post su un blog, potresti:

  • lasciare un commento, anche solo per dire "Articolo utile, grazie";
  • condividere l'articolo su uno dei social media.

Su Facebook ci sono varie possibilità, perché se trovi una condivisione interessante puoi:

  • lasciare un commento, anche solo per dire "Interessante!";
  • mettere il "mi piace";
  • condividere.

Online si può essere utenti attivi o passivi, dipende molto dal carattere. Ma anche sei sei una persona riservata, conviene ogni tanto che tu faccia lo sforzo di valutare se la lettura di un articolo o la visione di un video hanno lasciato in te segni positivi e lasciare lì un piccolo segno del tuo passaggio. Ciò andrà ad alimentare in modo positivo il tuo "karma digitale"; ti consentirà cioè di creare le condizioni adatte per un futuro felice tuo e della collettività.

Perché commentare

L'economia di internet è piuttosto diversa da quella degli altri media - come la carta stampata e la TV - perché su internet la stragrande maggioranza dei contenuti disponibili ha una delle due seguenti caratteristiche:

  1. viene prodotta da professionisti e remunerata in via indiretta (pubblicità o altro) poiché gratuita per gli utenti;
  2. viene prodotta in modo volontario e gratuito (come questo articolo che state leggendo).

Gli autori di entrambe le categorie hanno bisogno soprattutto di una cosa: l'attenzione del pubblico, sia perché è quest'ultima a generare introiti pubblicitari, sia perché chi produce contenuti desidera in primo luogo che ci sia qualcuno che ne fruisce.

Il pubblico - cioè tu - può svolgere il proprio ruolo in due modi: usufruendo dei contenuti oppure interagendo con essi. Entrambi i tipi di azioni aumentano la popolarità del contenuto (sia che si tratti di un articolo o di un video) e dunque la probabilità che aumenti il numero dei lettori.

Il traffico verso un certo tipo di contenuti viene incoraggiato o scoraggiato dai due attuali padroni della rete: Google e Facebook. Entrambi hanno il potere di esaltare una pagina - facendo in modo che venga vista dal numero massimo di persone - oppure di metterla in secondo piano, quasi di nasconderla. Perché il loro interesse è quello che circolino contenuti di qualità, soddisfacenti per gli utenti,, in modo che il traffico online aumenti sempre di più, e con il traffico i loro profitti. Ciò viene attuato tramite i rispettivi "algoritmi".

Gli algoritmi sono insiemi di complicate formule che, in base a tantissimi parametri diversi (qualità, pertinenza dei contenuti, interazione del pubblico), determinano un punteggio ("rank") assegnato al contenuto. Più è alto il punteggio di una pagina, migliore sarà la sua posizione nei risultati di ricerca Google. Più alto è il punteggio di un post su Facebook, maggiori saranno le persone a cui verrà mostrato. Dunque a un punteggio alto corrisponde maggiore visibilità.

Gli algoritmi di Google e Facebook cambiano di continuo ma oggi le interazioni degli utenti sono gli elementi che pesano di più: numero di visitatori su una pagina, numero di condivisioni, numero di commenti, numero di "like" o interazioni simili, numero di citazioni su altri siti. Più ce ne sono, più la pagina (o il post) viene premiata e aumenta di visibilità.

Una forma di nutrimento

Internet è una delle nostre principali forme di nutrimento. Passiamo online tantissimo tempo, mediamente 2 ore al giorno! Tutto ciò che passa attraverso gli schermi dei nostri dispositivi digitali diventa nutrimento per la nostra mente. Un nutrimento che può essere sano, neutrale o tossico, che può favorire in noi una visione positiva del mondo e delle altre persone oppure una visione negativa.

Quello che oggi è nutrimento per la nostra mente, domani darà frutti, e la qualità di questi frutti dipende dal nutrimento che abbiamo assorbito. Se abbiamo consumato solo rabbia, ansia e violenza, ne subiremo prima o poi le conseguenze nefaste. Se abbiamo consumato bellezza, ottimismo e gratitudine, saremo in grado di fronteggiare qualsiasi difficoltà.

In conclusione, lasciare commenti e interagire online coi contenuti positivi aiuta la diffusione di tali contenuti e rende internet un luogo migliore, ma non solo: diffonde cibo sano per le menti della collettività, contribuendo a creare le premesse per un futuro di felicità.

Per approfondire:

gratitudine

nutrimento

karma digitale

facebook

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un'elaborazione da una foto di David Lytle, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliCommentare articoli come pratica d’amore

La scatola nera dei perfetti sconosciuti

by Paolo Subioli No comments

perfetti sconosciutiPerfetti sconosciuti è un film italiano tra i più interessanti degli ultimi anni, che offre ottimi spunti di riflessione sul nostro rapporto coi dispositivi digitali. La pellicola racconta la storia di una serata a cena tra amici di vecchia data, i quali a un certo punto decidono di fare un gioco: per tutta la sera qualunque interazione sui telefoni cellulari dei presenti deve essere di dominio pubblico. Dunque ogni messaggio o telefonata deve essere resa nota a tutti in tempo reale, senza eccezioni. L'inedita situazione ovviamente svela molte verità nascoste e inconfessabili, che creano un certo scompiglio nel gruppo e soprattutto all'interno delle varie coppie presenti.

Curiosamente tutti i protagonisti accettano la sfida, pur sapendo - chi più chi meno - di avere un qualche segreto inconfessabile che potrebbe essere svelato. L'abitudine ad affidare ogni aspetto della nostra vita più intima agli smartphone è ormai così radicata che tendiamo a sottovalutare la fragilità di quella che ancora, ai tempi di Facebook, continuiamo a chiamare eufemisticamente "privacy", termine che - va ricordato - significa diritto alla riservatezza della propria vita privata.

L'abitudine ci fa credere evidentemente che il rapporto intimo che abbiamo stabilito col nostro sé digitale sia esclusivo e inviolabile. È qualcosa di simile al rapporto stabilito con l'angelo custode, una figura ben nota fino alla mia generazione (nati negli anni '60). L'angelo custode è un angelo che, secondo la tradizione cristiana, accompagna ogni persona nella vita, aiutandolo nelle difficoltà e guidandolo verso Dio. Questo angelo conosce tutti i nostri segreti ma non è interessato tanto a giudicarci, quanto piuttosto a rendersi disponibile per farci tornare sulla retta via, qualora lo desiderassimo. Un'entità non umana con la quale relazionarci in modo così intimo non è mai esistita nella storia, ed è per questo che l'unico paragone possibile col passato è quello con le entità soprannaturali (su questo tema si veda anche "Dio esiste, è una app").

La scatola nera

Un'immagine molto efficace evocata nel film è quella della scatola nera. Analogamente ai dispositivi installati sugli aerei, gli smartphone raccolgono informazioni su tutte le nostre attività, giorno dopo giorno. Poterli esaminare consentirebbe di ricostruire ogni aspetto della nostra vita più intima, come un vero e proprio alter ego digitale. Ce ne andiamo in giro tranquillamente con la nostra scatola nera in tasca, dando per scontato che nessuno si preoccuperà mai di andarci a scavare dentro. Ma è proprio così?

Il punto è che le altre persone - nemmeno quelle più care - conoscono il vero contenuto della scatola nera. E ciascuno di noi della propria ne ha solo una visione parziale. La scatola nera include ormai veramente tutto: le conversazioni con le persone in carne e ossa, ma anche le ricerche effettuate online e i siti visitati, le app utilizzate, gli spostamenti compiuti, lo stato di salute, eccetera. Se si svelasse il contenuto completo della mia scatola nera, che quadro ne emergerebbe? È un concetto in larga parte coincidente con quello di karma digitale: il contributo che diamo al mondo con i nostri pensieri, parole e azioni, il quale ci sopravviverà quando non ci saremo più.

Se le persone più intime - il partner, i familiari - ignorano cosa ci sia veramente nella scatola nera, significa che c'è una parte di noi che non conoscono. E non può che essere così. Ogni giorno vedono quell'oggetto nelle nostre mani, che potrebbe contenere qualcosa di noi che non vogliamo svelare. È un esercizio quotidiano di fiducia reciproca, per le coppie e nei rapporti parentali. Ma anche una sfida personale a essere giorno dopo giorno consapevoli del contenuto di quella scatola nera. Potremmo desiderare che non vi siano contenuti di cui vergognaci e agire di liberamente conseguenza. Decidere se regalare la propria password al partner o riservarci un'area di piena intimità. La scatola nera è lo scrigno della nostra libertà.

Questa pervasività del digitale ci sta conducendo verso direzioni ignote. Potremmo andare verso una società del controllo totale, nella quale le nostre vite sono alla mercé delle multinazionali del digitale. Oppure verso una società della trasparenza totale, nella quale sia impossibile mantenere i segreti. Quello che è in nostro potere è intanto usare questi oggetti in piena consapevolezza.

Per concludere, volete sapere quali sono i 7 motivi? Si trattava solo di un titolo a effetto, ma già che ci siamo eccoli: è ben scritto, ben girato, è profondo, è divertente, è ben recitato, è un bel film italiano e infine - ultimo ma non meno importante - affronta un tema caro a Zen in the City e ai suoi lettori!

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

 

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Paolo SubioliLa scatola nera dei perfetti sconosciuti

Digital Mindfulness: le 6 sfide di internet alla meditazione

by Paolo Subioli 1 comment

Bo Hasse Gustafsson, SmartphoneDigital Mindfulness è l'evento che si è appena svolto a Roma con grande interesse del pubblico presente. Il tema è infatti molto caldo: come conciliare la pratica di consapevolezza e di meditazione con un uso quotidiano di dispositivi digitali come gli smartphone e soprattutto con i frenetici ritmi della vita di oggi.

In attesa di pubblicare i video dell'incontro, sintetizzo la traccia di discussione.

Non fare niente?

La prescrizione per eccellenza della meditazione è di non fare niente. Non nel senso di oziare, ma di fermarsi periodicamente, senza neanche pensare, per poter semplicemente osservare. Un'osservazione contemplativa, senza contenuti, che alla lunga si trasforma in visione profonda della realtà.

Il mondo digitale sembra andare in direzione contraria:

  • il web per sua natura ci spinge all’azione, lo dimostra la ricchezza di stimoli che circonda un contenuto in una qualsiasi pagina web;
  • tendiamo a illuderci che sia possibile il multitasking (fare più cose contemporaneamente), ma ne sono capaci solo alcuni computer, non gli esseri umani;
  • i dispositivi digitali richiedono attenzione continua, con le loro notifiche;
  • internet è integrata nel nostro corpo, grazie agli smartphone e agli emergenti "wereables", i dispositivi indossabili;
  • sempre più le macchine dettano il ritmo e gli stili di vita, ma non riusciamo a star loro dietro.

Il nostro alter-ego sulla “nuvola”

Oggi internet viene sempre di più assimilata all'immagine della nuvola ("cloud"), per esprimere la sua natura ubiqua e poliforme. Internet non è più una rete di computer collegati tra loro, ma un aggregato di datacenter tramite i quali i padroni della rete (Google, Facebook, Amazon, Apple) gestiscono i loro servizi - disponibili ad ogni ora del giorno e della notte - e custodiscono tutti i dati che ci riguardano, dalle foto che postiamo online alla cronologia dei contenuti fruiti sui vari siti. Ciò comporta che:

  • siamo potenzialmente online 7 giorni su 7, 24 ore su 24;
  • in ogni momento possiamo essere portati via lontano dal qui e ora;
  • si viene a creare una nostra identità digitale, con la quale rischiamo di identificarci quale identità fissa e immutabile;
  • la mancanza di privacy è sempre più inevitabile, ma è anche uno stimolo a praticare la “retta parola” e la “retta azione”, per non doverci mai pentire di nulla.

Karma digitale

Karma è la parola sanscrita che significa "azione" ed esprime l'insieme degli effetti provocati nel corso della vita dai nostri pensieri, parole e azioni. Abbiamo già parlato qui di karma digitale quale contributo che diamo alla rete con le nostre attività online. Questo concetto può insegnarci che:

  • dobbiamo mettere molta cura e consapevolezza in ciò che facciamo online;
  • la nostra sfera intima è ormai diventata di pubblico dominio;
  • il nostro karma digitale ci segue ovunque e ci sopravviverà.

L'influenza di Facebook

Facebook è ormai parte integrante della realtà umana, essendo una delle attività più praticate oggi dagli esseri umani, col suo miliardo e mezzo di utenti. Dobbiamo interrogarci seriamente sulle conseguenze di ciò:

  • Facebook è una tipica manifestazione del karma digitale: il diario personale di un utente rappresenta il contributo che quest'ultimo dà alla collettività online;
  • i nostri consumi su Facebook sono completamente guidati dagli altri, che ci influenzano con ciò che scelgono di condividere;
  • siamo sempre più schiacciati nel momento presente, essendo estremamente difficile fruire di contenuti più vecchi di qualche settimana;
  • Facebook, con la sua enorme influenza, sta cambiando la nostra mente, sia a livello individuale che collettivo.

Lontani dal corpo

Il problema che abbiamo un po' tutti è che tendiamo a ignorare di avere un corpo, essendo proiettati di continuo verso oggetti mentali "esterni". Quando siamo online - cosa che avviene sempre più spesso e in ogni luogo - questa situazione viene esasperata:

  • ogni volta che usiamo un dispositivo digitale veniamo proiettati in una dimensione diversa da quella nella quale ci troviamo: in un luogo diverso e in un tempo diverso, lontani dalle persone che ci circondano, e ciò avviene molte volte nel corso della giornata;
  • il molto tempo passato sui dispositivi digitali ci fa perdere il contatto col corpo, al punto che non sappiamo più come stiamo e assumiamo abitudini dannose per il corpo stesso.

Determinismo autolesionista

Siamo tutti sempre più convinti che la tecnologia possa risolvere ogni tipo di problema, che ci sia una app per ogni basilare esigenza umana, dal trovare il partner al mantenere il corpo in salute.

Questo atteggiamento rivela in realtà la fragilità della condizione umana, ogni volta che cerchiamo in qualche entità esterna le risposte ai nostri problemi, proprio come facevano gli antichi quando si affidavano agli oracoli.

E dunque?

In questo contesto, dobbiamo chiederci come sia possibile oggi, per chi pratica la meditazione:

  1. Stare col momento presente
  2. Osservare senza voler cambiare
  3. Essere in contatto con il corpo, con le emozioni e con i pensieri
  4. Dedicarsi alla contemplazione
  5. Sviluppare la propria intelligenza emotiva
  6. Impegnarsi per un risveglio collettivo

Il dibattito è aperto.

Un ulteriore incontro su questi temi è previsto per sabato 21 novembre a Roma, dalle 17 alle 19, presso il centro Igea, Lungotevere Prati, 19. L'incontro comprende anche pratica di meditazione. Pertanto si prega di arrivare puntuali.

[La foto è di Bo Hasse Gustafsson, Svezia] read more
Paolo SubioliDigital Mindfulness: le 6 sfide di internet alla meditazione

Diamo ai ragazzi il diritto all’oblio su internet

by Paolo Subioli No comments

Pabak Sarkar, smartphone teenI ragazzi dovrebbero avere diritto a veder cancellato ciò che hanno pubblicato su internet nel momento in cui compiono 18 anni? Nel Regno Unito sta mondando la campagna iRights, un'iniziativa della società civile - a cui hanno già aderito molte associazioni - che mira a rendere il mondo digitale più trasparente e più abilitante per i bambini e i ragazzi minorenni, per mezzo di un insieme di diritti digitali "che rendano i ragazzi stessi in grado di accedere alle tecnologie digitali in modo creativo, consapevole e senza paura".

Per i promotori di iRights, una campagna alla quale ha aderito anche Zen in the City, ciascun bambino o ragazzo dovrebbe aver diritto a modificare o cancellare qualsiasi contenuto che abbia pubblicato su internet. "La sperimentazione personale è una componente essenziale dell'infanzia", dicono. "Però internet né dimentica né corregge mai". Possiede anzi una memoria infinita, nella quale vengono immagazzinate le tracce di tutte le azioni compiute a ciascuno. Le informazioni vengono conservate, a dispetto delle circostanze nelle quali sono state prodotte e della volontà dei loro autori. "Gli errori di valutazione, le esperienze infelici e le attitudini che sono frutto d'immaturità vengono salvate su internet per molto tempo anche dopo che sono svanite nella memoria di amici e famigliari. Ciò rende particolarmente difficile per i giovani lasciarsi alle spalle il passato e andare avanti".

Cosa fare

La proposta è di dare ai ragazzi minorenni il diritto di cancellare i propri contenuti, in modo semplice e diretto, su qualsiasi sito o servizio online. È un principio a mio parere molto importante da affermare, anche se difficile da attuare in termini pratici, poiché i contenuti online possono essere condivisi e replicati da altri all'infinito. Inoltre gli utenti internet generano contenuti di continuo in modo automatico, tramite la semplice navigazione. I "cookies", infatti, registrano i dati sulle pagine viste online e tali dati sono oggetto di un commercio nel quale sono coinvolte molte società diverse.

Cosa fare dunque? I genitori dovrebbero essere i primi a preoccuparsi del diritto alla riservatezza dei ragazzi, evitando di pubblicare online foto dei propri figli, a partire da Facebook. Ma i ragazzi stessi dovrebbero essere resi più consapevoli di cosa significa essere online. La stessa campagna iRights, tra i diritti che vanno garantiti, include sia quello a essere informati e scegliere consapevolmente, sia quello all'alfabetizzazione digitale.

Tutti noi dobbiamo essere consapevoli che ogni azione che compiamo su internet ha delle conseguenze, in noi stessi e negli altri, andando a formare il nostro karma digitale, dal quale è sempre più difficile liberarsi e che ci sopravviverà quando non ci saremo più.

I 5 diritti digitali (iRights)

[column size="one-fourth"]irights - diritto a rimuovere[/column][column size="three-fourth" last="true"]Diritto a rimuovere
Ciascun bambino o ragazzo dovrebbe poter rimuovere qualsiasi contenuto che ha creato... leggi tutto (in inglese)[/column] [column size="one-fourth"]irights - diritto a conoscere[/column][column size="three-fourth" last="true"]Diritto a conoscere
Bambini e ragazzi dovrebbero sapere chi e come gestisce le proprie informazioni... leggi tutto (in inglese)[/column] [column size="one-fourth"]irights - diritto alla sicurezza e al sostegno[/column][column size="three-fourth" last="true"]Diritto alla sicurezza e al sostegno
Bambini e ragazzi dovrebbero sentirsi al sicuro e protetti da azioni illegali o abusi... leggi tutto (in inglese)[/column] [column size="one-fourth"]irights - diritto a scelte informate e consapevoli[/column][column size="three-fourth" last="true"]Diritto a scelte informate e consapevoli
Bambini e ragazzi dovrebbero poter accedere ma anche recedere da ambienti creativi online... leggi tutto (in inglese)[/column] [column size="one-fourth"]irights - diritto all'alfabetizzazione digitale[/column][column size="three-fourth" last="true"]Diritto all'alfabetizzazione digitale
Sono necessarie per bambini e ragazzi conoscenze adeguate per padroneggiare le tecnologie digitali... leggi tutto (in inglese)[/column]

Il tema del karma digitale e del rapporto tra adolescenti e nuove tecnologie è approfondito nel libro "Zen in the City", edito da Edizioni Mediterranee.

[contentblock id=2 img=gcb.png] [La foto è di Pabak Sarkar, India]
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Paolo SubioliDiamo ai ragazzi il diritto all’oblio su internet

Regala una password alla persona che ami

by Paolo Subioli 2 comments

asenat29, gift (modificata)Un regalo molto prezioso che si può fare alla persona amata, a Natale o per il suo compleanno, è la password per avere libero accesso ai propri account online: Facebook, Google, Twitter, e così via. Equivarrebbe a dire alla persona: "non ho alcun segreto per te", il che è una grande prova d'amore. Ma sarebbe anche molto utile a se stessi.

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Paolo SubioliRegala una password alla persona che ami

No alle foto online dei propri figli, ecco perché

by Paolo Subioli 153 comments

David Fulmer (Pittsburgh, USA), Little girl hides her eyesViene considerato sempre più normale pubblicare su Facebook le foto dei propri bambini, dalle loro prime ore di vita alle vacanze con la famiglia. Si pensa che questo tipo di condivisione rimanga nella stretta cerchia degli "amici". Ma non è affatto così ed è bene che ogni genitore ne sia consapevole.

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Paolo SubioliNo alle foto online dei propri figli, ecco perché

Internet è il nostro karma digitale

by Paolo Subioli 3 comments

Mike Pickard (Melbourne, Australia), WLF(M)UNRÈ sempre più palese come ormai una tutela completa della privacy sia impossibile. Ogni nostro movimento, ogni telefonata, ogni ricerca sul web, ogni parola scambiata su Facebook e Twitter: tutto viene registrato e utilizzato, chissà come, da persone a noi sconosciute. Meglio dunque farsene una ragione e prenderci cura delle tracce che lasciamo, il nostro "karma" digitale.

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Paolo SubioliInternet è il nostro karma digitale

Facebook ci aiuta a capire cos’è il “karma”

by Paolo Subioli 1 comment

Foto da Flickr di Alex ValliLa recente introduzione, all'interno di Facebook, della funzione diario personale ("timeline") ci può aiutare a capire meglio il significato di "karma", un concetto a mio parere molto importante e utile per la nostra vita, indipendentemente dalle proprie credenze (o non credenze) religiose.

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Paolo SubioliFacebook ci aiuta a capire cos’è il “karma”