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Facebook può favorire l’apertura mentale

by Paolo Subioli No comments

Facebook può favorire l'apertura mentale, anche se spesso può sembrarci che avvenga il contrario. Ce lo dice un testimone d'eccezione come Dan Zigmond, il quale è monaco zen e, al tempo stesso, direttore dell’Analytics a Facebook. Dipende tutto da come la usiamo, Facebook - come del resto succede per qualsiasi altro strumento – e dalla consapevolezza che sappiamo metterci.

In Facebook Dan si occupa del News Feed, ovvero dell’algoritmo che determina quali notizie vengono mostrate di volta in volta agli utenti del social network. È una grossa responsabilità, perché Facebook – sempre più mezzo primario per l’accesso all’informazione - esercita una forte influenza sui singoli individui e sulla società. In occasione delle ultime elezioni negli Stati Uniti, l’azienda di San Francisco era stata accusata di parzialità. In conseguenza di ciò, ha dovuto mettere in campo una serie di azioni contro la diffusione di fake news e informazione manipolata all’interno della propria rete. La mission di Facebook, ama ricordare Dan, è proprio quella di rendere il mondo più aperto e più connesso.

Zigmond è la voce più autorevole per consigliarci su come esercitare la consapevolezza quando stiamo sui social media. Personalmente trovo nelle sue parole conferma di quanto ho scritto più volte sia in questo sito sia nel libro “Zen in the City”. “Uno degli insegnamenti centrali del Buddha è quello che abbiamo bisogno di porre attenzione", ci dice. "Dobbiamo mettere attenzione a ciò che facciamo online allo stesso modo di come avviene nel mondo reale". Abbiamo dunque sintetizzato in 7 punti le indicazioni più utili che si possono ricavare da uno degli ultimi interventi di Dan Zigmond, l'intervista che ha rilasciato per il sito Lion's Roar.

7 modi per aprire la propria mente grazie a Facebook

  1. Disinformazione: è sempre esistita, in tutte le epoche. Ora con internet e i social media diffondere e accedere all’informazione è molto più facile ed economico. È più facile sia diffondere la verità, sia le falsità. Dunque nell’era di Facebook è sempre più importante esercitare la consapevolezza in tutti i nostri tipi di relazione.
  2. Pluralismo: internet ce ne porta di più, rispetto al passato. “Il mondo è più connesso. Il mondo è più aperto. Penso che sia un’ottima cosa. Significa che vengono ascoltate più voci”, dice Dan. Su Facebook siamo esposti a idee di molte fonti diversi e molti lati diversi. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che viene detto e di chi lo dice, perché contribuisce a formare le nostre opinioni. Dobbiamo coltivare una mente che è al tempo stesso aperta agli altri punti di vista e critica rispetto ad essi.
  3. Apertura mentale: Facebook può favorirla. “Ho amici con le idee più diverse, di diversa appartenenza religiosa e culturale e in Paesi diversi. Così ho l’opportunità di essere a contatto con punti di vista diversi e rimanere aperto ad essi. Cerco di rimanere amico con persone che dicono regolarmente cose con le quali sono in disaccordo”. “Incoraggio le persone a non togliere l’amicizia a causa di idee diverse. Rimanete connessi e mantenete il dialogo aperto. Cliccate sui link che vengono condivisi e andate a vedere cosa viene discusso, partecipate. I punti di vista diversi si trovano alla distanza massima di uno o due click. Ma ciò richiede comunque un minimo sforzo di andarseli a cercare. Spero che la gente lo faccia”.
  4. Responsabilità: Facebook è una piattaforma per tutte le idee. “Il grande potere dei social media è che ciascuno di noi può creare il proprio flusso d’informazione sulla base di chi ha scelto, sia come persone con cui connettersi, sia come fonti. Sta a te stabilire ciò che vuoi vedere. Questo meccanismo facilita molto la circolazione di idee, ma ci dà anche una responsabilità: quella di creare in modo consapevole la nostra rete sociale”.
  5. Confronto: “A tutti ci fa piacere quando ci si dà ragione e dispiacere quando ci si dà torto. È normale. L’importante è esserne consapevoli e notare qual è la nostra reazione in questi casi”. “Il concetto buddhista di ‘retta parola’ è molto utile per sapere come comportarci online. Nel decidere se è giusto dire una certa cosa, il criterio da seguire è dunque se essa è vera, se è necessaria e se è gentile. Se online ce lo ricordiamo, possiamo godere di una comunicazione vera e autentica. Al contrario, i problemi nascono quando anche uno solo dei tre attributi è assente. Capita di scrivere cose che non si direbbero a voce, figurarselo può aiutare a essere più consapevoli. Quando ci si accorge che una conversazione sta prendendo una piega dannosa, è il momento di fare un passo indietro, per tornare ai principi della comunicazione consapevole. A volte può essere facile scivolare in scambi di battute poco gentili, e allora quando scrivo, cerco di immaginarmi di avere quell'interlocutore di fronte e parlargli direttamente di persona”.
  6. Interconnessione: è molto interessante la stretta relazione che Dan Zigmond vede tra Facebook e il buddhismo. “Per il buddhismo, siamo tutti strettamente interconnessi, ma viviamo nell’illusione di un sé indipendente e separato dagli altri. È connettendoci con gli altri che possiamo recidere questa illusione: più lo facciamo, più capiamo che gli altri sono parte di noi e noi siamo parte di loro. La missione di Facebook è proprio quella di connettere le persone. Mettendo in connessione il mondo, le piattaforme come Facebook ci aiutano a prendere coscienza delle connessioni che già esistono tra di noi. Il mio lavoro a Facebook è un po’ questo. Aiuto le persone a manifestare questo senso di connessione che è così facile perdere e che è la radice di buona parte della nostra sofferenza. Connettendosi con gli altri possiamo prendere parte ai loro problemi e ai loro trionfi e aprirci veramente a questa profonda interconnessione”.
  7. Comunità: i social network facilitano la creazione di comunità, che a differenza del passato non hanno bisogno di basarsi sulla prossimità fisica. Le tecnologie hanno di positivo che facilitano la connessione tra le persone. Anche per le comunità buddhiste i social network possono essere importanti nel mantenere in contatto le persone. Tutti hanno una vita piena di impegni e così chi è interessato ad esempio al San Francisco Zen Center può sapere le attività che vi si svolgono e seguire gli streaming web, senza perdere il contatto.

Alla ricerca della via di mezzo

La chiave del futuro, secondo Dan Zigmond, è trovare un bilanciamento tra l'adozione di nuove strade per realizzare la condizione umana e il mantenere la memoria della saggezza antica. Le verità fondamentali della nostra esistenza non cambiano con le tecnologie. Anche in questo caso va trovata una via di mezzo: utilizzare tutto il buono che le app ci possono dare, senza però pensare che le tecnologie siano la panacea di tutti i problemi.

Si questo tema, in ogni caso, si parlerà in modo approfondito nel mio prossimo libro "Digital Mindfulness", di uscita imminente.

Per approfondire:

facebook

apertura

responsabilità

informazione

interdipendenza

via di mezzo

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City

[La foto è di Michael Newhall] read more
Paolo SubioliFacebook può favorire l’apertura mentale

Thich Nhat Hanh – Essere o non essere, non è questo il problema

by Zen in the City Commenti disabilitati su Thich Nhat Hanh – Essere o non essere, non è questo il problema

Occorre che andiamo al di là delle idee di essere e di non essere, di venire e andare, lo stesso e differente, nascita e morte. Venire al mondo e andarsene non è che una coppia di opposti; in realtà non c'è né venire né andare, […] né essere né non essere. Essere e non essere sono solo categorie mentali che utilizziamo per afferrare la realtà; in sé, la realtà è libera da questi concetti. La vera natura della realtà è il nirvana: libertà dalle nozioni. Ogni cosa va al di là di questi dualismi: il Buddha, tu, la foglia, il mango; per quel che riguarda la realtà, queste idee dualistiche non vi trovano applicazione.

Possiamo trascendere le idee sull'esistenza e la non-esistenza per mezzo dell'insegnamento dell'originazione inter-dipendente. Se manca una sola delle cause e condizioni, ciò che si deve ancora manifestare rimane latente. Quando vieni a Plum Village in luglio lo trovi circondato di campi di girasoli e pensi: i girasoli esistono. Se ci venissi in aprile non vedresti alcun girasole, e penseresti che non ce ne sono. I contadini della zona, però, sanno benissimo che i girasoli ci sono già: i semi sono stati sparsi, il terreno è stato fertilizzato e irrigato e sono presenti tutte le altre condizioni necessarie al manifestarsi dei girasoli, tranne una: il calore di giugno e di luglio. Quando è soddisfatta anche quest'ultima condizione, ecco che si manifestano i girasoli.

Quando cause e condizioni sono sufficienti, ci manifestiamo; quando sono carenti, restiamo latenti. Questo vale per tutti: per nostro padre, per la madre, la sorella, il fratello, per noi stessi, per la persona che amiamo, per la persona che odiamo. Quando muore una persona che amiamo molto, la cosa migliore che possiamo fare per alleviare il nostro dolore è osservare in profondità e vedere che nulla è e nulla non è. La persona che ieri amavamo sembra non esserci più; ma dire che non esiste più è soltanto una costruzione immaginaria della nostra mente discriminante. Se sappiamo osservare in profondità, siamo in grado di percepire la sua presenza.

Non possiamo definirti inesistente prima che tu ti manifesti; ugualmente, dopo che ti sei manifestato non possiamo definirti esistente: c'è solo manifestazione o non-manifestazione. I concetti di essere e di non essere non possono essere applicati a te, né a un'altra realtà. «Essere o non essere, non è questo il problema». Quello della morte, in realtà, non è un momento di cessazione ma un momento di continuazione; se la persona che sta morendo lo intuisce, non avrà paura.

Da: Thich Nhat Hanh, "La via della trasformazione", Oscar Mondadori, 2009.

Per approfondire:

non nascita e non morte

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letture di Thich Nhat Hanh

[La foto è di Josh McGinn, Stati Uniti] read more

Zen in the CityThich Nhat Hanh – Essere o non essere, non è questo il problema

Etica del rating

by Paolo Subioli No comments

nosedive (black mirror)L'etica del rating è una nuova forma di impegno per gli esseri umani nell'era digitale. Tutti per esperienza sappiamo quanto siano importanti per le nostre scelte di consumo i rating degli utenti di servizi come TripAdvisor, Booking o Amazon. Ma tali siti e app sono anche pieni di giudizi falsi, pubblicati ad arte per promuovere determinati servizi o prodotti a danno di altri. Su tali piattaforme come su Apple Store e Google Play Store, il numero di falsi è spesso soverchiante rispetto ai rating genuini dei consumatori.

A scanso di equivoci, chiariamo subito che il "rating" è la classificazione - di solito da 1 a 5 stellette - che gli utenti dei servizi online possono attribuire ai servizi stessi (come le app) o a prodotti e servizi come ristoranti, libri, film, eccetera.

rating su tripadvisor

I giudizi falsi sono oggetto di un vasto business che coinvolge società specializzate e persino software che si inseriscono nei social media per riempirli di giudizi a una velocità che non sarebbe possibile ad alcun essere umano. Essi tolgono al consumatore (che poi è una persona come te e me) ogni difesa rispetto a venditori o esercenti disonesti o incapaci nel proprio mestiere. Inoltre questo rating disonesto non contribuisce a premiare chi ha delle capacità o chi si dà da fare per realizzare prodotti e servizi veramente utili per chi li acquista.

È dunque arrivato il momento di considerare il valore etico che possono assumere i rating e i giudizi pubblicati sulle piattaforme online che ciascuno di noi frequenta.

Pubblicare un giudizio su un'attività commerciale, siccome contribuisce a decretarne il successo o l'insuccesso, rende bene l'idea di quanto numerose e complesse siano le interconnessioni che legano noi esseri umani – e noi umani agli strumenti che utilizziamo – e quanto dunque ciascuno di noi dipenda dagli altri. Pubblicando un rating su un servizio che hai ricevuto ti farà percepire non solo che si è creato un legame con chi fornisce quel servizio, ma anche che quel legame perdura nel tempo. Questo è un esempio contemporaneo di quella dimensione che Thich Nhat Hanh chiama interessere e che altri maestri buddhisti hanno nei secoli indicato come originazione interdipendente.

Ma esercitare il proprio diritto di rating è anche una pratica di generosità. Se utilizzo una app e la trovo utile, il fatto di dedicare 2 o 3 minuti del mio tempo a scriverci un giudizio positivo è un atto non dovuto di pura generosità, senza contraccambio immediato. Praticare la generosità è il presupposto di qualsiasi cammino di trasformazione. In Asia la sequenza tipica degli insegnamenti spirituali è prima generosità, poi moralità poi ancora meditazione. Sharon Salzberg, in "L'arte rivoluzionaria della gioia", ci fa notare come la generosità abbia un potere di trasformazione, perché è caratterizzata dalla qualità interiore del lasciare andare o abbandonare.

Praticare l'etica del rating è anche uno dei tanti modi efficaci per prendersi cura del proprio karma digitale, il frutto delle nostre azioni che lasciamo in eredità al mondo.

Come fare

  1. Anche se sei una persona riservata e che non ama mettersi in mostra, considera la possibilità di lasciare un giudizio positivo su un ristorante o una struttura ricettiva nei quali ti sei trovato/a bene.
  2. Se non hai voglia di scrivere, puoi lasciare anche solo il rating con le stellette, se la piattaforma te lo permette.
  3. Fai lo stesso con i libri che hai letto, i film che hai visto, altri acquisti che hai effettuato.
  4. Considera che su Google Maps puoi lasciare rating e commenti anche su negozi e altri esercizi commerciali non presenti in piattaforme online.

Per approfondire:

generosità

interdipendenza

karma digitale

 

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è tratta dall'episodio "Nosedive" della serie TV "Black Mirror", nel quale si racconta di una società dove lo status sociale è completamente determinato dalla reputazione che gli altri cittadini attribuiscono a ciascuno tramite un punteggio da 1 a 5 per mezzo dello smartphone]
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Paolo SubioliEtica del rating

Mary Oliver – Le oche selvatiche

by Zen in the City Commenti disabilitati su Mary Oliver – Le oche selvatiche

Non devi essere buono.
Non devi trascinarti ginocchioni,
pentito, per cento miglia attraverso il deserto.
Devi soltanto permettere a quel mite animale, al tuo corpo, di amare ciò che ama.
Parlami della tua disperazione, io ti racconterò la mia.
Intanto, il mondo va avanti.
Intanto, il sole e gli splendenti sassolini della pioggia
attraversano i paesaggi,
passano sopra le praterie e gli alberi dalle profonde radici,
sopra le montagne e i fiumi.
Intanto, le oche selvatiche, alte nel limpido azzurro,
fanno nuovamente ritorno a casa.
Chiunque tu sia, per quanto tu possa essere solo,
il mondo si offre alla tua immaginazione,
ti manda il suo richiamo come le oche selvatiche, aspro ed eccitante:
annuncia incessantemente la tua appartenenza
alla famiglia delle cose.

 

Tratto da: Aa.Vv., "Mindfulness: Al di là del pensiero, attraverso il pensiero", Bollati Boringhieri, 2014.

Per approfondire:

interessere

interdipendenza

[La foto è di Pixabay] read more
Zen in the CityMary Oliver – Le oche selvatiche

La mente estesa può salvare l’umanità

by Paolo Subioli No comments

Composition of cutout of male head and symbolic elements suitable as a backdrop for the projects on human mind, consciousness, imagination, science and creativityLa mente estesa è la vera natura della nostra mente. Dov'è la mente? Ve lo siete mai chiesto? La risposta più naturale è che la mente si trova nel cervello, perché è lì che ci sono le strutture neuronali che abilitano la memoria e l'elaborazione dei pensieri. Secondo questo modello, ciascuno di noi se ne va in giro con la propria mente, che dall'interno del cranio interagisce con l'ambiente circostante e con le altre menti.

Ma a pensarci bene questa visione "dualista" (noi da una parte, il resto del mondo dall'altra) non regge. Innanzi tutto il corpo partecipa a talmente tanti processi mentali, che è impossibile considerarlo separato dalla mente. Le emozioni si manifestano attraverso il corpo e lo stato del corpo stesso (posizione, percezioni) condiziona i nostri pensieri, tanto per fare degli esempi. Dunque la mente occupa uno "spazio" che quanto meno va esteso all'intero corpo. Il corpo cioè è parte della mente, ma questo è solo un aspetto.

La cognizione estesa

Nell'ultimo ventennio è stato elaborato il concetto a mio parere molto efficace della cognizione estesa (extended cognition), in base al quale i processi mentali e la mente stessa si estendono oltre il corpo, per includere sia aspetti dell'ambiente nel quale l'organismo è inserito, sia le interazioni con tale ambiente. Senza addentrarci troppo negli aspetti afferenti aree come la psicologia, le neuroscienze o la filosofia, la cognizione estesa è facilmente intuibile, se consideriamo l'influenza che ha l'ambiente geografico e sociale nel quale siamo cresciuti o dove viviamo. Il modo di parlare e la mentalità che ci porta a pensare in un certo modo non sono un'esclusiva del nostro cervello, ma appartengono anche all'ambiente e alla comunità locale.

La mente estesa

Un aspetto specifico di quest'ambito di ricerca è costituito dalla mente estesa (extended mind), un concetto elaborato nel 1998 da due filosofi, Andy Clark e David J. Chalmers. Questi ultimi hanno puntato l'attenzione semplicemente sul ruolo che determinati oggetti svolgono nei processi mentali. Si pensi all'agenda sulla quale segniamo un appuntamento, per poi recuperarlo consultando l'agenda stessa. O al taccuino degli appunti, o alla calcolatrice tascabile. L'utilizzo di uno qualsiasi di questi oggetti costituisce un processo cognitivo nel quale partecipano sia la mente umana sia l'oggetto stesso. In tal senso possiamo dire che la mente non è confinata nell'involucro del cranio, ma si estende agli oggetti del contesto nel quale siamo inseriti.

Ho deliberatamente fatto riferimento a oggetti di uso comune prima dell'avvento degli smartphone, per sottolineare il fatto che la mente estesa è una caratteristica umana non necessariamente legata al mondo digitale. Oggi infatti è evidente a tutti la nostra dipendenza non solo psicologica, ma anche cognitiva, dai dispositivi digitali. Questa dipendenza ci impressiona, perché vediamo ad esempio che perdiamo la capacità di memorizzare o di concentrarci, e ci fa anche un po' paura.

La natura del non sé

In realtà siamo fatti proprio così. La nostra è una mente estesa, che oggi semplicemente dispone di strumenti molto potenti, in grado non solo di ampliare a dismisura le nostre capacità, ma anche di creare connessioni e relazioni con persone lontane. Prendere consapevolezza di ciò può aiutarci a comprendere meglio la natura interdipendente della nostra persona. Non siamo entità separate dagli altri o dal mondo nel quale viviamo. Siamo anzi così strettamente interconnessi con le persone, gli oggetti, gli animali, le piante, la storia che ci ha preceduto, che senza anche uno solo di questi elementi non esisteremmo, o quanto meno saremmo qualcosa di completamente diverso.

La tradizione buddhista ci ha tramandato, lungo il corso di 25 secoli, il concetto di anattā, termine pali che viene tradotto con "non sé" e indica la non esistenza di un sé separato e permanente. Essere consapevoli della natura del non sé, se ci riusciamo, ci dà gioia e ci rende più liberi. E poi lo Zen, in particolare, ci può aiutare con concetti molto simili, come la 'grande mente'. Oggi la tecnologia ci svela finalmente una realtà che era nota all'umanità da molto tempo, ma che ha sempre faticato ad affermarsi tra noi umani, esseri imperfetti e costantemente bisognosi di qualcos'altro rispetto a noi a cui riferirci.

Per approfondire:

mente

non sé

interdipendenza

non dualismo

dispositivi digitali

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'illustrazione è di John Doe] read more
Paolo SubioliLa mente estesa può salvare l’umanità

Thich Nhat Hanh – Amore mio, chi sei tu?

by Zen in the City Commenti disabilitati su Thich Nhat Hanh – Amore mio, chi sei tu?

Se un giorno tu volessi un argomento di meditazione, scegline uno che ti stia a cuore, che muove il tuo interesse e che richiami immediatamente la tua attenzione. Potrà essere il sole, un bruco, una goccia di rugiada, il tempo, la faccia e gli occhi che avevi prima della nascita. Qualunque fenomeno, concreto o astratto, fisico, fisiologico, psicologico o metafisico può costituire l'oggetto della tua meditazione. Scegli un argomento, poi radicalo nelle profondità del tuo spirito. L'uovo ha bisogno di essere covato dalla chioccia per dar vita al pulcino; così l'argomento che hai scelto ha bisogno di nutrimento. Puoi scegliere il tuo "io", l'"io" della persona amata, o l'"io" della persona più odiata. Qualunque cosa può indurre la consapevolezza, se viene seminata in profondità nel terreno del tuo essere. Consegnandola solo all'intelletto, non darà frutti.

[pullquote-left]Medita fino a vedere te stesso in un granello di polvere e nella galassia più lontana[/pullquote-left]Hai mai meditato sul tema: "Chi sono?". Chi eri prima di nascere? Quando non c'era ancora traccia della tua esistenza fisica, esistevi o no? Come sei potuto diventare, da nulla, qualcosa? Se, il giorno in cui fui concepito, i miei genitori avessero avuto altri impegni e non si fossero incontrati, chi sarei ora? Se quel giorno l'ovulo di mia madre non fosse stato fecondato da quel preciso spermatozoo di mio padre, ma da un altro spermatozoo, sarei adesso mio fratello o mia sorella? Se quel giorno mia madre non si fosse unita a mio padre e mio padre a mia madre, ma si fossero invece uniti ad altre persone, chi sarei io? Ogni cellula sana del tuo corpo controlla le sue proprie funzioni, ma significa forse che ogni cellula ha un suo proprio sé? In biologia, ogni genere è suddiviso in specie; ogni specie rappresenta allora un `sé'? Se ti poni queste domande in modo realmente partecipe e intelligente, e se le radichi profondamente nella tua vita spirituale con tutto il tuo essere, un giorno farai in modo assolutamente inatteso una scoperta.

[pullquote-right]Hai mai guardato negli occhi chi ami, gli hai mai rivolto l'immensa domanda: "Chi sei, amore mio?". Non puoi essere soddisfatto dalle solite risposte, chiunque dei due le dia[/pullquote-right]Hai mai guardato negli occhi chi ami, gli hai mai rivolto l'immensa domanda: "Chi sei, amore mio?". Non puoi essere soddisfatto dalle solite risposte, chiunque dei due le dia. "Amore mio, chi sei tu che vieni a me e prendi la mia sofferenza come la tua sofferenza, la mia gioia come la tua gioia, la mia vita e la mia morte come tua vita e tua morte? Chi sei tu, il cui 'sé' è diventato il mio 'sé'? Amore mio, perché non sei una goccia di rugiada, una farfalla, un uccello, un pino?". Non accontentarti di immagini poetiche. Devi domandare e rispondere con tutta la mente e tutto il cuore, con tutto il tuo essere. Un giorno, dovrai anche interrogare la persona che odi di più: "Chi sei tu che mi arrechi tanto dolore, che mi fai nascere dentro così tanta rabbia, tanto odio? Sei un anello della catena di causa ed effetto, il fuoco che mi forgia lungo il sentiero?". Dovrai chiedergli: "Sei forse me stesso?". Devi diventare lui. Essere uno con lui, soffrire le sue sofferenze, provare le sue preoccupazioni, gioire delle sue gioie. Non potete essere 'due'. Il tuo 'sé' non è separato dal suo `sé'. Tu sei lui, così come tu sei il tuo amore, così come sei te stesso.

[pullquote-left]Continua a praticare, finché non ti vedrai nell’uomo politico più crudele e inumano, nel prigioniero torturato più orrendamente, nell’uomo più ricco e nel bambino che muore di fame, solo pelle e ossa[/pullquote-left]Continua a praticare, finché non ti vedrai nell'uomo politico più crudele e inumano, nel prigioniero torturato più orrendamente, nell'uomo più ricco e nel bambino che muore di fame, solo pelle e ossa.

Pratica fino a riconoscerti in chiunque altro sull'autobus, nella metropolitana, nei campi di concentramento, al lavoro nei campi, in una foglia, in un bruco, in una goccia di rugiada, in un raggio di sole. Medita fino a vedere te stesso in un granello di polvere e nella galassia più lontana.

Da: Thich Nhat Hanh, "Il sole, il mio cuore",

Per approfondire:

non sé

interdipendenza

genitori

letture di Thich Nhat Hanh

[contentblock id=37 img=gcb.png] [La foto è di Anghel Adrian, Romania] read more
Zen in the CityThich Nhat Hanh – Amore mio, chi sei tu?