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Noi unici responsabili della nostra distrazione

by Paolo Subioli 1 comment

Zak Cannon, DistractionsLa vera causa della nostra crescente distrazione sono i dispositivi digitali come gli smartphone, i tablet e i computer? Stare costantemente a contatto con la loro evanescente realtà virtuale è all'origine della nostra incapacità di vivere la nostra realtà, quale essa si presenta crudamente nella vita di tutti i giorni? Per descrivere la nostra condizione contemporanea, è stato evocato il mito della caverna di Platone.

Il mito della caverna di Platone descrive una condizione nella quale uomini prigionieri si trovano all'interno di una caverna, immobilizzati, col viso rivolto verso la parete. All'interno della caverna c'è un grande fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri c'è un passaggio di persone, animali e oggetti, in modo tale che sia possibile vederne le ombre proiettate sulla parete. I prigionieri hanno così una conoscenza del mondo solo per il tramite di queste ombre. Qualora fossero liberati, la luce del sole li accecherebbe e preferirebbero tornare nella caverna. Riuscendo a vedere le cose reali, queste ultime sembrerebbero loro meno reali delle ombre alle quali erano abituati. E volendo in caso tornare indietro per esortare i propri compagni a liberarsi, non verrebbero creduti.

Il continuo e ripetuto contatto coi media digitali ci espone effettivamente a una condizione di realtà surrogata, che rischia di indebolire la nostra capacità di comprensione del reale. Se ad esempio ci riferiamo alla sfera emotiva, assistiamo oggi a un sicuro impoverimento – rafforzato anche dall'uso di emoticons per esprimere gli stati d'animo - che fiacca la nostra capacità di riconoscere e interpretare le emozioni proprie e altrui.

Viene dunque spontaneo incolpare della nostra distrazione elementi a noi esterni, come gli smartphone o gli stimoli visivi e sonori cui siamo di continuo sottoposti. Ma a ben pensarci, si tratta solo di fenomeni neutri. Per una buona parte del nostro tempo ci troviamo in una condizione nella quale la mente vagabonda da una parte all'altra ("Mind-wandering", o mente errante), senza un intento o un oggetto d'attenzione preciso. I neuroscienziati hanno perfino individuato alcune aree del cervello, connesse tra loro ("Default Mode Network") che sono tipiche di questo stato, nel quale l'attenzione non è rivolta ad alcuna cosa in particolare. È per l'appunto lo stato "di default" della mente. Il problema è che la mente se ne va da una parte all'altra anche quando dovremmo essere focalizzati, ma questa è una sua caratteristica intrinseca, come ha notato la scrittrice e insegnante di meditazione Judy Lief. Se ragioniamo in termini di mente errante, dobbiamo guardare in noi stessi, anziché al di fuori di noi, e assumerci le nostre responsabilità.

In Cina, circa 1.500 anni fa, fu coniata la metafora della "mente scimmia", molto usata in Oriente, per indicare la tendenza della mente a saltare da una parte all'altra. È una scimmia che ci portiamo sempre appresso, ovunque andiamo, e da molti secoli. I media digitali non c'entrano nulla. Sempre in Oriente, sono state messe a punto le contromisure, rispetto alla nostra distrazione cronica, ovvero la presenza mentale e la meditazione.

La soluzione del problema è a nostro carico, come fu per Ulisse, trovatosi a fronteggiare il mortale pericolo delle sirene, che col loro canto richiamavano i marinai per farli poi morire. Ulisse non se la prese con le sirene, ma adottò provvedimenti intervenendo su ciò che era in suo potere. Tappò le orecchie ai marinai e legò se stesso all'albero della nave, per impedirsi di abbandonarla.

Dunque rivolgere l'attenzione verso se stessi non è una tecnica per stare meglio o per diventare persone un po' migliori attraverso la meditazione, ma un radicale cambiamento di prospettiva. È assumersi la responsabilità della propria mente scimmia. È preoccuparsi di capire cosa c'è veramente, dietro la nostra distrazione. Potremmo ad esempio scoprire che la distrazione è una difesa che mettiamo in atto per non vedere veramente le cose come stanno. Essere circondati da schermi di tutte le dimensioni, che di continuo richiedono la nostra attenzione, è il diversivo perfetto per non vedere i nostri problemi e gli stati di disagio, per nascondere sotto il tappeto l'ansia, la rabbia, la frustrazione e la paura.

Chögyam Trungpa ha parlato di mente dello svago ("Entertainment Mind") per descrivere la nostra condizione di persone che hanno un continuo bisogno di distrazioni. Se non le abbiamo a disposizione, ce le inventiamo. Ci creiamo il nostro mondo perfetto, come nel film Truman Show (1998), nel quale il protagonista vive sin dalla nascita nel set televisivo di un reality show. Quando se ne accorge deve scegliere tra la tranquilla, agiata e colorata vita del set e la grigia esistenza reale delle persone comuni. L'intrattenimento continuo ci mette al riparo da ogni sorta di pericolo, ci protegge dalle minacce che provengono potenzialmente da ogni parte e da ogni persona con la quale interagiamo, come ci fa notare Judy Lief.

Un antidoto contro la paura

Viviamo in un'epoca dominata dalla paura. I cambiamenti climatici ci assicurano che il mondo del futuro sarà più difficile di quello attuale. La globalizzazione porta perdita dell'identità culturale e salari più bassi. Il debito pubblico è un macigno che pesa sulle generazioni future. Una popolazione mondiale che raggiungerà per lo meno quota 9-10 miliardi porterà molti problemi in più e nel frattempo le tecnologie digitali rendono superflui sempre più posti di lavoro, in un'economia dominata da interessi finanziari fuori da ogni controllo.

Questa paura permea ormai ogni nostra azione, individuale e collettiva. Ma non viene mai manifestata in forma diretta. Nei dibattiti pubblici, ad esempio, non si parla se non di rado dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze, ma nel frattempo i genitori della mia generazione (nati dopo gli anni '50) sono tutti molto più apprensivi rispetto ai padri e alle madri che li hanno cresciuti. Cos'è, se non paura del futuro?

Abbiamo questa e molte altre paure e inoltre sappiamo sempre meno gestire la nostra convivenza con gli altri, dalla relazione di coppia alle dinamiche all'interno dell'azienda. In queste relazioni domina il non detto e il non espresso. Nell'opacità che ricopre tutto emerge di continuo il sospetto, l'idea sempre sottesa ma mai riconosciuta che gli altri possano costituire una minaccia per noi.

La soluzione più facile e sempre più a portata di mano è accendere lo smartphone per scorrere lo streaming mai troppo impegnativo di Facebook o cimentarci in una vacua conversazione di gruppo su Whatsapp.

Se le cose stanno così, i nostri dispositivi digitali hanno forse qualche colpa? Questi schermi, che escono dal negozio come oggetti del tutto privi di connotazione, diventano per noi come l'orchestra della nave da crociera alla quale viene ordinato di suonare ininterrottamente, anche mentre la barca sta colando a picco. Una volta, nel corso di un incontro di meditazione il facilitatore chiese. "Chi di voi si trova bene con se stesso?" Con mio grande stupore, mi accorsi di essere stato l'unico ad alzare la mano. Com'è possibile? Mi sono chiesto. La risposta non è difficile. Appena tutti i suoni e le luci tacciono intorno a noi, ci ritroviamo faccia a faccia con la miseria e il dolore dei nostri sentimenti più disagevoli: rabbia, paura, ansia, insoddisfazione. E allora ci giudichiamo, reputandoci inadeguati, e ci sentiamo in colpa. La mente giudicante è sempre in agguato.

L'intenzione fa la differenza

Se prendiamo consapevolezza di ciò, possiamo compiere il salto di qualità e imboccare la strada della liberazione. Non è la strada che ci porta verso una vita meno stressante, nella quale impariamo a prenderci delle pause, a rilassarci nei momenti giusti per essere delle persone più calme e comprensive. È la strada della saggezza, che ci porta verso una comprensione nuda e senza veli della realtà come si manifesta nel momento presente. In ogni momento presente della nostra vita.

Tutti i maggiori maestri spirituali hanno insegnato che l'intenzione è il fattore che più di tutti incide nella nostra capacità di diventare persone liberate e felici. L'intenzione è ciò che fa la differenza. Se ci sediamo in meditazione col chiaro proposito di imparare a osservare la realtà per quello che veramente è, e non per quello che vorremmo che sia; se siamo disposti a cogliere in tutte le sue conseguenze la natura impermanente e inaffidabile del mondo che ci circonda e di cui noi stessi siamo parte; se diamo per buono il proposito di abbandonare una visione basata sull'idea di un sé separato. Se facciamo un esercizio quotidiano del nudo incontro con la realtà del momento presente così come si manifesta, impareremo – e succederà pian piano – a stare volentieri da soli con noi stessi. Perché smetteremo di giudicarci, diventando in grado di osservare sul serio di cosa siamo fatti: un corpo; sensazioni basate sui 5 organi di senso; percezioni basate sulla nostra memoria della realtà; formazioni che si creano nella mente sotto forma di pensieri, stati d'animo, sentimenti; una coscienza che si crea non appena ci rendiamo conto di ciascuna di queste cose. Non c'è altro da scoprire che questo e questa rivelazione ci mette finalmente in pace con noi stessi e di conseguenza con gli altri.

Se l'intenzione è saggia, i dispositivi digitali escono pienamente assolti da qualsiasi processo a loro carico. Siamo noi che li comandiamo. I computer, i tablet e gli smartphone sono strumenti "general-purpose", cioè progettati per coprire un'ampia gamma di funzionalità diverse. Ci si fa di tutto. Si presentano con un hardware e un sistema operativo, i quali possono equanimemente ospitare qualsiasi tipo di applicazione. Siamo noi che installando determinati programmi o app, decidiamo cosa fare di un dispositivo, che comunque possiamo accendere o spegnere a nostro piacimento, lavoro permettendo.

Anzi, a differenza di altri potenziali fattori di distrazione, i dispositivi digitali possono essere volti a vantaggio di una maggiore consapevolezza, se decidiamo i adottare certe app o di fruire di certi tipi di contenuti anziché di altri. La distrazione è una nostra responsabilità al cento per cento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Zak Cannon, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliNoi unici responsabili della nostra distrazione

La tecnologia è un cavallo: ecco come cavalcarla

by Paolo Subioli No comments

Paul VanDerWerf, GallopingLa tecnologia ci mette a disposizione sempre più sofisticati dispositivi, come tablet e smartphone, che competono per la nostra attenzione in ogni momento della giornata, allontanandoci da noi stessi e dalle persone a cui vogliamo bene. Ma grazie alla consapevolezza, supportata da semplicissime tecniche per tornare al momento presente e al contatto col nostro corpo, possiamo riprendere il controllo della situazione e mettere questi strumenti al nostro servizio, anziché essere noi alla loro mercé.

Il maestro zen Thich Nhat Hanh, nel suo discorso "The Horse of Tehnology" del 10 novembre 2013, ha paragonato la tecnologia a un cavallo, citando una famosa storiella zen:

un uomo cavalca a gran velocità in sella a un cavallo: sembra che debba andare in qualche posto importante. Un tale lungo la strada gli grida: "Dove stai andando?" e il cavaliere risponde: "Non lo so! Chiedilo al cavallo!"

La nostra condizione è la stessa, dice Thich Nhat Hanh. "Il cavallo è la tecnologia. Ci trasporta, ma non siamo in grado di controllarla. Perciò dobbiamo cominciare con l'intenzione, chiedendoci: cosa vogliamo?". La tecnologia, infatti, è di per sé neutrale, sta a noi sceglierne che uso farne. Ha presentato questa metafora dopo la sua visita a Google, un atto significativo di quanto questo maestro giudichi cruciale il nostro rapporto con le tecnologie digitali

Micro-disconnessioni

Per prima cosa è importante riconoscere che tutti noi abbiamo oggi una dipendenza più o meno sottile dai dispositivi digitali, salvo rare eccezioni. Elisha Goldstein, psicologo clinico e co-fondatore del Mindfulness Center for Psychotherapy and Psychiatry, parla di "micro-disconnessioni" da noi stessi e dalle persone care, che la tecnologia ci provoca giorno dopo giorno. Essa però ci consente, al tempo stesso, di facilitare la connessione con noi stessi e con la nostra presenza mentale, aiutando chi desidera farlo a creare "micro-connessioni".

Goldstein propone una check-list per controllare il nostro rapporto con le tecnologie:

  • Con quali modalità il mio rapporto con le tecnologie mi distrae o mi provoca stress?
  • Che genere di informazioni assimilo che non sono nutrienti per la mia vita o il mio benessere?
  • Uso le tecnologie per compensare la mia solitudine?
  • Il mio rapporto con le tecnologie mi allontana da amici e famigliari?
  • Quando avviene che la tecnologia mi distoglie dal prendermi cura di me stesso/a?

Il punto dunque non è se le tecnologie digitali siano buone o cattive, perché non sono affatto cattive di per sé. Semplicemente ci trascinano e poi la forza dell'abitudine ci induce a comportarci come se avessimo inserito il pilota automatico.

È soprattutto una questione di intenzione. Avere l'intenzione - ogni giorno - di stabilire un rapporto sano coi dispositivi digitali, che ci consenta di trarne il meglio e non il peggio. A quel punto le domande da porci sono altre:

  • Come posso usare le tecnologie per prendermi cura di me stesso/a?
  • Come posso usare le tecnologie per migliorare i rapporti con gli altri?

Come fare

Se l'intenzione è l'aspetto più importante, non è certo da trascurare la pratica. Ecco di seguito alcuni spunti concreti, tratti da Zen in the City.

  1. Mindful Clock: la campana di consapevolezza che si installa sul computer
  2. Meditare con lo smartphone: come il nostro dispositivo può aiutarci a tornare a noi stessi
  3. La password dono d'amore: come condividere la propria mente-cuore col partner
  4. Karma digitale: come prenderci cura delle tracce che lasciamo nel mondo
  5. Il karma su Facebook: il diario personale ci fa capire cosa significa "karma"
  6. Proteggere le proprie emozioni: usare Facebook in modo consapevole
  7. Proteggere i propri figli: perché è meglio non pubblicare le loro foto su Facebook
  8. Scegliere chi consumare: la selezione quale strumento di consapevolezza su Facebook
  9. Non fare niente per due minuti: una sfida solo apparentemente facile
  10. Respira, sei online: una pratica per tutte le nostre azioni sui dispositivi digitali
  11. Resistere alla internet-dipendenza: la pratica di collegarsi con se stessi
  12. Gestire l'impazienza: come non farsi trascinare dagli impulsi nel lavoro
  13. Riprendere il controllo dei dispositivi digitali: come rispondere alle sfide che ci pongono
  14. Whatsapp e gli adolescenti: come mettere in guardia i propri figli
  15. Adottare il computer come genitore: per chi si ritiene "incapace" coi dispositivi digitali

Testo in inglese del discorso "The Horse of Tehnology" (pdf)

[La foto è di Paul VanDerWerf, Usa] read more
Paolo SubioliLa tecnologia è un cavallo: ecco come cavalcarla