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Come la tecnologia s’impossessa della nostra mente

by Paolo Subioli No comments

La tecnologia digitale s'impossessa della nostra mente giorno dopo giorno, dirottandola verso priorità che non sono le nostre e soprattutto che  non rispondono ai nostri interessi. È molto importante capire questi meccanismi, se vogliamo usare in modo  sano, libero e consapevole i vari dispositivi digitali - come smartphone e computer - e i servizi che essi veicolano, come quelli di Google, Facebook, Amazon e Apple.

I designer delle app e dei servizi online sanno come manipolare la volontà del pubblico, facendo leva su alcune nostre vulnerabilità, esattamente come fa un prestigiatore per persuaderci a non vedere il trucco che è proprio sotto i nostri occhi. L'obiettivo è quello di tenere in ostaggio la nostra attenzione, che è oggi il bene più prezioso, anche da un mero punto di vista economico. Non bisogna per l'appunto dimenticare che l'economia del web - dove tutto è gratis - è trainata dalla pubblicità.

Proviamo a vedere insieme, in concreto, a quali trucchi ricorrono i designer dell'economia digitale, per dirottarci verso attività che da soli non sceglieremmo mai. Lo facciamo con l'aiuto di Tristan Harris, ex designer di Apple e Google e oggi attivista per un'etica del design digitale.

La ciotola senza fine - In un famoso esperimento, il professor Brian Wansink ha dimostrato come le persone, se messe a mangiare davanti a una ciotola che si riempie di continuo, mangiano molto di più. Sfruttando lo stesso principio, YouTube e Netflix applicano la tecnologia dell'autoplay, che fa subito iniziare un video appena finisce quello che stavamo vedendo. E anche i feed di aggiornamento delle pagine - come ad esempio quelle di Facebook - non hanno una fine, presupponendo che potremmo andare avanti all'infinito. Ecco un tipico esempio di mente presa in ostaggio: iniziamo di nostra volontà a fare una cosa, poi veniamo trascinati a farne tante altre che non avevamo previsto.

Menu pilotati - Qualsiasi servizio online ci offre una serie di menu, sempre a disposizione, che ci danno l'illusione di poter scegliere liberamente. Il punto è che si tratta sempre di scelte limitate, dove le voci vengono selezionate dai designer in base alle priorità di chi offre il servizio, che di solito sono di trattenerci lì più a lungo possibile. La nostra esigenza è magari quella di soddisfare al più presto un certo bisogno, per poi passare a fare altro, ma le scelte dei menu non sono progettate per questo. E l'attenzione è di nuovo presa in ostaggio.

Effetto slot machine - La slot machine è un gioco che fa perdere tanti soldi, lo sanno tutti, eppure ha un successo incredibile in tutto il mondo. Una delle spiegazioni sta nel meccanismo della ricompensa variabile e intermittente, che tiene incollato il giocatore, motivato dall'attesa della prossima ricompensa. Cos'altro spinge alcune persone a controllare il telefono fino a 150 volte al giorno? Controllare l'email, vedere quanti like ha ricevuto il nostro post su Facebook o Instagram, scorrere il feed di un social qulsiasi. Ecco l'effetto slot machine in azione. E la mente è sempre sotto scacco.

Paura di perdere qualcosa d'importante - Un altra leva utilizzata dalle app per dirottare la nostra mente è la paura di perdere qualcosa d'importante. Ci fanno capire o credere che al loro interno possiamo trovare qualcosa di importante per noi (un conoscente che avevamo perso di vista, una notizia significativa, un'opportunità lavorativa) e in questo modo ci ritorniamo periodicamente, oppure ci iscriviamo alla newsletter o attiviamo le notifiche. Il punto è che sempre nella vita ci stiamo perdendo qualcosa di importante, ma nel frattempo la cosa migliore da fare è vivere il momento presente.

Approvazione sociale - Tutti abbiamo bisogno di approvazione sociale: è una delle leve fondamentali del nostro comportamento, sin dalla notte dei tempi. I social utilizzano questa nostra debolezza per agganciarci di continuo: ci propongono persone che potremmo conoscere, ci inducono a "taggare" i nostri amici nelle foto, così da fare arrivare loro una notifica, e così via.

L'elenco non finisce qui, e vi consiglio per questo di leggere un articolo esaustivo di Tristan Harris su questo argomento, oppure di guardare il suo intervento al TED. Lui pone l'accento sull'etica del design: chi progetta i servizi online dovrebbe spostare la priorità verso i bisogni reali delle persone, se gli/le viene permesso. Noi che non siamo designer possiamo fare ugualmente molto: mantenerci consapevoli in ogni momento, specie quando siamo a contatto con i servizi digitali, in modo da conservare sempre una chiara visione delle nostre priorità. In questa storia non ci sono né buoni né cattivi. C'è solo una grande industria dell'intrattenimento che segue determinati meccanismi, di cui noi siamo parte attiva, e proprio per questo dobbiamo spingere nella direzione più sana.

Non avere tempo

Tutti oggi ci lamentiamo tanto di non avere tempo. Non avere tempo per se stessi, non avere tempo per gli amici, non avere tempo per i figli. È proprio così: oggi il tempo non ci basta mai.

Ma se sommassimo tutto il tempo passato nel corso della giornata per svolgere piccole azioni non programmate - come controllare le notifiche dello smartphone e poi vedere video "divertenti", scorrere il feed di Facebook o di Instagram, saltare da una condivisione all'altra, da un post a un articolo - ci accorgeremmo di cosa significa in concreto farsi dirottare la mente verso destinazioni non previste. E la nostra vita e sempre di più è nelle mani di altri, che non sappiamo neanche bene chi siano veramente.

 

Per approfondire:

media digitali

Facebook

Digital Mindfulness

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

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Paolo SubioliCome la tecnologia s’impossessa della nostra mente

Facebook può favorire l’apertura mentale

by Paolo Subioli No comments

Facebook può favorire l'apertura mentale, anche se spesso può sembrarci che avvenga il contrario. Ce lo dice un testimone d'eccezione come Dan Zigmond, il quale è monaco zen e, al tempo stesso, direttore dell’Analytics a Facebook. Dipende tutto da come la usiamo, Facebook - come del resto succede per qualsiasi altro strumento – e dalla consapevolezza che sappiamo metterci.

In Facebook Dan si occupa del News Feed, ovvero dell’algoritmo che determina quali notizie vengono mostrate di volta in volta agli utenti del social network. È una grossa responsabilità, perché Facebook – sempre più mezzo primario per l’accesso all’informazione - esercita una forte influenza sui singoli individui e sulla società. In occasione delle ultime elezioni negli Stati Uniti, l’azienda di San Francisco era stata accusata di parzialità. In conseguenza di ciò, ha dovuto mettere in campo una serie di azioni contro la diffusione di fake news e informazione manipolata all’interno della propria rete. La mission di Facebook, ama ricordare Dan, è proprio quella di rendere il mondo più aperto e più connesso.

Zigmond è la voce più autorevole per consigliarci su come esercitare la consapevolezza quando stiamo sui social media. Personalmente trovo nelle sue parole conferma di quanto ho scritto più volte sia in questo sito sia nel libro “Zen in the City”. “Uno degli insegnamenti centrali del Buddha è quello che abbiamo bisogno di porre attenzione", ci dice. "Dobbiamo mettere attenzione a ciò che facciamo online allo stesso modo di come avviene nel mondo reale". Abbiamo dunque sintetizzato in 7 punti le indicazioni più utili che si possono ricavare da uno degli ultimi interventi di Dan Zigmond, l'intervista che ha rilasciato per il sito Lion's Roar.

7 modi per aprire la propria mente grazie a Facebook

  1. Disinformazione: è sempre esistita, in tutte le epoche. Ora con internet e i social media diffondere e accedere all’informazione è molto più facile ed economico. È più facile sia diffondere la verità, sia le falsità. Dunque nell’era di Facebook è sempre più importante esercitare la consapevolezza in tutti i nostri tipi di relazione.
  2. Pluralismo: internet ce ne porta di più, rispetto al passato. “Il mondo è più connesso. Il mondo è più aperto. Penso che sia un’ottima cosa. Significa che vengono ascoltate più voci”, dice Dan. Su Facebook siamo esposti a idee di molte fonti diversi e molti lati diversi. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che viene detto e di chi lo dice, perché contribuisce a formare le nostre opinioni. Dobbiamo coltivare una mente che è al tempo stesso aperta agli altri punti di vista e critica rispetto ad essi.
  3. Apertura mentale: Facebook può favorirla. “Ho amici con le idee più diverse, di diversa appartenenza religiosa e culturale e in Paesi diversi. Così ho l’opportunità di essere a contatto con punti di vista diversi e rimanere aperto ad essi. Cerco di rimanere amico con persone che dicono regolarmente cose con le quali sono in disaccordo”. “Incoraggio le persone a non togliere l’amicizia a causa di idee diverse. Rimanete connessi e mantenete il dialogo aperto. Cliccate sui link che vengono condivisi e andate a vedere cosa viene discusso, partecipate. I punti di vista diversi si trovano alla distanza massima di uno o due click. Ma ciò richiede comunque un minimo sforzo di andarseli a cercare. Spero che la gente lo faccia”.
  4. Responsabilità: Facebook è una piattaforma per tutte le idee. “Il grande potere dei social media è che ciascuno di noi può creare il proprio flusso d’informazione sulla base di chi ha scelto, sia come persone con cui connettersi, sia come fonti. Sta a te stabilire ciò che vuoi vedere. Questo meccanismo facilita molto la circolazione di idee, ma ci dà anche una responsabilità: quella di creare in modo consapevole la nostra rete sociale”.
  5. Confronto: “A tutti ci fa piacere quando ci si dà ragione e dispiacere quando ci si dà torto. È normale. L’importante è esserne consapevoli e notare qual è la nostra reazione in questi casi”. “Il concetto buddhista di ‘retta parola’ è molto utile per sapere come comportarci online. Nel decidere se è giusto dire una certa cosa, il criterio da seguire è dunque se essa è vera, se è necessaria e se è gentile. Se online ce lo ricordiamo, possiamo godere di una comunicazione vera e autentica. Al contrario, i problemi nascono quando anche uno solo dei tre attributi è assente. Capita di scrivere cose che non si direbbero a voce, figurarselo può aiutare a essere più consapevoli. Quando ci si accorge che una conversazione sta prendendo una piega dannosa, è il momento di fare un passo indietro, per tornare ai principi della comunicazione consapevole. A volte può essere facile scivolare in scambi di battute poco gentili, e allora quando scrivo, cerco di immaginarmi di avere quell'interlocutore di fronte e parlargli direttamente di persona”.
  6. Interconnessione: è molto interessante la stretta relazione che Dan Zigmond vede tra Facebook e il buddhismo. “Per il buddhismo, siamo tutti strettamente interconnessi, ma viviamo nell’illusione di un sé indipendente e separato dagli altri. È connettendoci con gli altri che possiamo recidere questa illusione: più lo facciamo, più capiamo che gli altri sono parte di noi e noi siamo parte di loro. La missione di Facebook è proprio quella di connettere le persone. Mettendo in connessione il mondo, le piattaforme come Facebook ci aiutano a prendere coscienza delle connessioni che già esistono tra di noi. Il mio lavoro a Facebook è un po’ questo. Aiuto le persone a manifestare questo senso di connessione che è così facile perdere e che è la radice di buona parte della nostra sofferenza. Connettendosi con gli altri possiamo prendere parte ai loro problemi e ai loro trionfi e aprirci veramente a questa profonda interconnessione”.
  7. Comunità: i social network facilitano la creazione di comunità, che a differenza del passato non hanno bisogno di basarsi sulla prossimità fisica. Le tecnologie hanno di positivo che facilitano la connessione tra le persone. Anche per le comunità buddhiste i social network possono essere importanti nel mantenere in contatto le persone. Tutti hanno una vita piena di impegni e così chi è interessato ad esempio al San Francisco Zen Center può sapere le attività che vi si svolgono e seguire gli streaming web, senza perdere il contatto.

Alla ricerca della via di mezzo

La chiave del futuro, secondo Dan Zigmond, è trovare un bilanciamento tra l'adozione di nuove strade per realizzare la condizione umana e il mantenere la memoria della saggezza antica. Le verità fondamentali della nostra esistenza non cambiano con le tecnologie. Anche in questo caso va trovata una via di mezzo: utilizzare tutto il buono che le app ci possono dare, senza però pensare che le tecnologie siano la panacea di tutti i problemi.

Si questo tema, in ogni caso, si parlerà in modo approfondito nel mio prossimo libro "Digital Mindfulness", di uscita imminente.

Per approfondire:

facebook

apertura

responsabilità

informazione

interdipendenza

via di mezzo

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City

[La foto è di Michael Newhall] read more
Paolo SubioliFacebook può favorire l’apertura mentale

Noi unici responsabili della nostra distrazione

by Paolo Subioli 1 comment

Zak Cannon, DistractionsLa vera causa della nostra crescente distrazione sono i dispositivi digitali come gli smartphone, i tablet e i computer? Stare costantemente a contatto con la loro evanescente realtà virtuale è all'origine della nostra incapacità di vivere la nostra realtà, quale essa si presenta crudamente nella vita di tutti i giorni? Per descrivere la nostra condizione contemporanea, è stato evocato il mito della caverna di Platone.

Il mito della caverna di Platone descrive una condizione nella quale uomini prigionieri si trovano all'interno di una caverna, immobilizzati, col viso rivolto verso la parete. All'interno della caverna c'è un grande fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri c'è un passaggio di persone, animali e oggetti, in modo tale che sia possibile vederne le ombre proiettate sulla parete. I prigionieri hanno così una conoscenza del mondo solo per il tramite di queste ombre. Qualora fossero liberati, la luce del sole li accecherebbe e preferirebbero tornare nella caverna. Riuscendo a vedere le cose reali, queste ultime sembrerebbero loro meno reali delle ombre alle quali erano abituati. E volendo in caso tornare indietro per esortare i propri compagni a liberarsi, non verrebbero creduti.

Il continuo e ripetuto contatto coi media digitali ci espone effettivamente a una condizione di realtà surrogata, che rischia di indebolire la nostra capacità di comprensione del reale. Se ad esempio ci riferiamo alla sfera emotiva, assistiamo oggi a un sicuro impoverimento – rafforzato anche dall'uso di emoticons per esprimere gli stati d'animo - che fiacca la nostra capacità di riconoscere e interpretare le emozioni proprie e altrui.

Viene dunque spontaneo incolpare della nostra distrazione elementi a noi esterni, come gli smartphone o gli stimoli visivi e sonori cui siamo di continuo sottoposti. Ma a ben pensarci, si tratta solo di fenomeni neutri. Per una buona parte del nostro tempo ci troviamo in una condizione nella quale la mente vagabonda da una parte all'altra ("Mind-wandering", o mente errante), senza un intento o un oggetto d'attenzione preciso. I neuroscienziati hanno perfino individuato alcune aree del cervello, connesse tra loro ("Default Mode Network") che sono tipiche di questo stato, nel quale l'attenzione non è rivolta ad alcuna cosa in particolare. È per l'appunto lo stato "di default" della mente. Il problema è che la mente se ne va da una parte all'altra anche quando dovremmo essere focalizzati, ma questa è una sua caratteristica intrinseca, come ha notato la scrittrice e insegnante di meditazione Judy Lief. Se ragioniamo in termini di mente errante, dobbiamo guardare in noi stessi, anziché al di fuori di noi, e assumerci le nostre responsabilità.

In Cina, circa 1.500 anni fa, fu coniata la metafora della "mente scimmia", molto usata in Oriente, per indicare la tendenza della mente a saltare da una parte all'altra. È una scimmia che ci portiamo sempre appresso, ovunque andiamo, e da molti secoli. I media digitali non c'entrano nulla. Sempre in Oriente, sono state messe a punto le contromisure, rispetto alla nostra distrazione cronica, ovvero la presenza mentale e la meditazione.

La soluzione del problema è a nostro carico, come fu per Ulisse, trovatosi a fronteggiare il mortale pericolo delle sirene, che col loro canto richiamavano i marinai per farli poi morire. Ulisse non se la prese con le sirene, ma adottò provvedimenti intervenendo su ciò che era in suo potere. Tappò le orecchie ai marinai e legò se stesso all'albero della nave, per impedirsi di abbandonarla.

Dunque rivolgere l'attenzione verso se stessi non è una tecnica per stare meglio o per diventare persone un po' migliori attraverso la meditazione, ma un radicale cambiamento di prospettiva. È assumersi la responsabilità della propria mente scimmia. È preoccuparsi di capire cosa c'è veramente, dietro la nostra distrazione. Potremmo ad esempio scoprire che la distrazione è una difesa che mettiamo in atto per non vedere veramente le cose come stanno. Essere circondati da schermi di tutte le dimensioni, che di continuo richiedono la nostra attenzione, è il diversivo perfetto per non vedere i nostri problemi e gli stati di disagio, per nascondere sotto il tappeto l'ansia, la rabbia, la frustrazione e la paura.

Chögyam Trungpa ha parlato di mente dello svago ("Entertainment Mind") per descrivere la nostra condizione di persone che hanno un continuo bisogno di distrazioni. Se non le abbiamo a disposizione, ce le inventiamo. Ci creiamo il nostro mondo perfetto, come nel film Truman Show (1998), nel quale il protagonista vive sin dalla nascita nel set televisivo di un reality show. Quando se ne accorge deve scegliere tra la tranquilla, agiata e colorata vita del set e la grigia esistenza reale delle persone comuni. L'intrattenimento continuo ci mette al riparo da ogni sorta di pericolo, ci protegge dalle minacce che provengono potenzialmente da ogni parte e da ogni persona con la quale interagiamo, come ci fa notare Judy Lief.

Un antidoto contro la paura

Viviamo in un'epoca dominata dalla paura. I cambiamenti climatici ci assicurano che il mondo del futuro sarà più difficile di quello attuale. La globalizzazione porta perdita dell'identità culturale e salari più bassi. Il debito pubblico è un macigno che pesa sulle generazioni future. Una popolazione mondiale che raggiungerà per lo meno quota 9-10 miliardi porterà molti problemi in più e nel frattempo le tecnologie digitali rendono superflui sempre più posti di lavoro, in un'economia dominata da interessi finanziari fuori da ogni controllo.

Questa paura permea ormai ogni nostra azione, individuale e collettiva. Ma non viene mai manifestata in forma diretta. Nei dibattiti pubblici, ad esempio, non si parla se non di rado dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze, ma nel frattempo i genitori della mia generazione (nati dopo gli anni '50) sono tutti molto più apprensivi rispetto ai padri e alle madri che li hanno cresciuti. Cos'è, se non paura del futuro?

Abbiamo questa e molte altre paure e inoltre sappiamo sempre meno gestire la nostra convivenza con gli altri, dalla relazione di coppia alle dinamiche all'interno dell'azienda. In queste relazioni domina il non detto e il non espresso. Nell'opacità che ricopre tutto emerge di continuo il sospetto, l'idea sempre sottesa ma mai riconosciuta che gli altri possano costituire una minaccia per noi.

La soluzione più facile e sempre più a portata di mano è accendere lo smartphone per scorrere lo streaming mai troppo impegnativo di Facebook o cimentarci in una vacua conversazione di gruppo su Whatsapp.

Se le cose stanno così, i nostri dispositivi digitali hanno forse qualche colpa? Questi schermi, che escono dal negozio come oggetti del tutto privi di connotazione, diventano per noi come l'orchestra della nave da crociera alla quale viene ordinato di suonare ininterrottamente, anche mentre la barca sta colando a picco. Una volta, nel corso di un incontro di meditazione il facilitatore chiese. "Chi di voi si trova bene con se stesso?" Con mio grande stupore, mi accorsi di essere stato l'unico ad alzare la mano. Com'è possibile? Mi sono chiesto. La risposta non è difficile. Appena tutti i suoni e le luci tacciono intorno a noi, ci ritroviamo faccia a faccia con la miseria e il dolore dei nostri sentimenti più disagevoli: rabbia, paura, ansia, insoddisfazione. E allora ci giudichiamo, reputandoci inadeguati, e ci sentiamo in colpa. La mente giudicante è sempre in agguato.

L'intenzione fa la differenza

Se prendiamo consapevolezza di ciò, possiamo compiere il salto di qualità e imboccare la strada della liberazione. Non è la strada che ci porta verso una vita meno stressante, nella quale impariamo a prenderci delle pause, a rilassarci nei momenti giusti per essere delle persone più calme e comprensive. È la strada della saggezza, che ci porta verso una comprensione nuda e senza veli della realtà come si manifesta nel momento presente. In ogni momento presente della nostra vita.

Tutti i maggiori maestri spirituali hanno insegnato che l'intenzione è il fattore che più di tutti incide nella nostra capacità di diventare persone liberate e felici. L'intenzione è ciò che fa la differenza. Se ci sediamo in meditazione col chiaro proposito di imparare a osservare la realtà per quello che veramente è, e non per quello che vorremmo che sia; se siamo disposti a cogliere in tutte le sue conseguenze la natura impermanente e inaffidabile del mondo che ci circonda e di cui noi stessi siamo parte; se diamo per buono il proposito di abbandonare una visione basata sull'idea di un sé separato. Se facciamo un esercizio quotidiano del nudo incontro con la realtà del momento presente così come si manifesta, impareremo – e succederà pian piano – a stare volentieri da soli con noi stessi. Perché smetteremo di giudicarci, diventando in grado di osservare sul serio di cosa siamo fatti: un corpo; sensazioni basate sui 5 organi di senso; percezioni basate sulla nostra memoria della realtà; formazioni che si creano nella mente sotto forma di pensieri, stati d'animo, sentimenti; una coscienza che si crea non appena ci rendiamo conto di ciascuna di queste cose. Non c'è altro da scoprire che questo e questa rivelazione ci mette finalmente in pace con noi stessi e di conseguenza con gli altri.

Se l'intenzione è saggia, i dispositivi digitali escono pienamente assolti da qualsiasi processo a loro carico. Siamo noi che li comandiamo. I computer, i tablet e gli smartphone sono strumenti "general-purpose", cioè progettati per coprire un'ampia gamma di funzionalità diverse. Ci si fa di tutto. Si presentano con un hardware e un sistema operativo, i quali possono equanimemente ospitare qualsiasi tipo di applicazione. Siamo noi che installando determinati programmi o app, decidiamo cosa fare di un dispositivo, che comunque possiamo accendere o spegnere a nostro piacimento, lavoro permettendo.

Anzi, a differenza di altri potenziali fattori di distrazione, i dispositivi digitali possono essere volti a vantaggio di una maggiore consapevolezza, se decidiamo i adottare certe app o di fruire di certi tipi di contenuti anziché di altri. La distrazione è una nostra responsabilità al cento per cento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Zak Cannon, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliNoi unici responsabili della nostra distrazione

Auguri su Facebook, perché limitarli

by Paolo Subioli 1 comment

Da: au tum n., with heart shaped bruises and late night kisses devine. (EXPLORED #1 FP!!!!)Non fare gli auguri su Facebook, in occasione del compleanno dei nostri amici, potrebbe essere una buona pratica di consapevolezza. Che c'è di male, a fare gli auguri su Facebook? Viene spontaneo domandarsi. Niente, non c'è niente di male. Non c'è il pericolo di offendere o ferire qualcuno, è una prassi del tutto innocua. E forse il punto è proprio questo. Ci stiamo abituando a banalizzare e a svilire qualsiasi gesto, col rischio reale che veramente non ci rimanga più nulla che valga veramente la pena perseguire.

Gli auguri sono una pratica molto antica, anche se l'usanza di farli in occasione del compleanno delle persone normali è piuttosto recente. Un tempo l'esistenza delle cosiddette persone comuni non era tenuta in grande considerazione. I primi a festeggiare i compleanni sono stati gli Egizi, ma solo per i Faraoni. Greci, Romani e Persiani riservavano questo privilegio a re, nobili e divinità. Date le origini pagane del compleanno, i cristiani dei primi secoli si rifiutavano di festeggiarlo. Ciò nonostante, celebrare il compleanno aveva un'importante funzione: quella di proteggere il festeggiato dal male e di propiziare per lui un anno di salute e sicurezza. È solo dal XIX secolo che ha cominciato a diffondersi l'usanza di festeggiare il compleanno anche a livello popolare, diventando pian piano tradizione consolidata, io credo anche a causa del diminuire della mortalità infantile e dello sviluppo della medicina moderna.

Quando facciamo gli auguri per il compleanno di qualcuno, reiteriamo l'antica usanza di propiziargli protezione dal male, salute e sicurezza. Il significato implicito è quello. La novità è che al giorno d'oggi, ogni persona può ritenersi speciale, come un tempo lo erano solo i Faraoni. Nel giorno del suo compleanno, tutti si fanno avanti per omaggiare il festeggiato: un vero privilegio, degno di un individuo immantato di regalità. Per queste cose è veramente bello vivere nell'epoca moderna, no?

Tutti, o quasi, abbiamo sperimentato cosa significhi sentirsi speciali, il giorno del proprio compleanno. Anche in età adulta, quando diventare un anno più grande non viene più considerato come degno di essere festeggiato, è bello ricevere qualche attenzione in più, qualche piccolo segnale di cura da parte degli altri.

Gli auguri di compleanno ai tempi di Facebook

Su Facebook il compleanno è tenuto in grande considerazione, in quanto attività generatrice di traffico e potenzialmente anche di acquisti. Nella pagina "Eventi"c'è una sezione dedicata ai compleanni imminenti e quando arriva il giorno del compleanno di un amico, il sistema automatico di Facebook ce lo mette in bella evidenza, così che non dobbiamo fare veramente nessun sforzo per ricordarci del compleanno delle persone care. Anzi, è richiesto semmai lo sforzo contrario, qualora dei compleanni (o almeno di certi) ci interessasse poco.

Una volta appreso che è il compleanno di qualcuno, magari mentre stiamo viaggiando in metropolitana e abbiamo una mano occupata a sorreggerci agli appositi sostegni, possiamo formulare i nostri auguri in pochi secondi e senza alcuno sforzo, arricchendoli di espressioni relative ai nostri sentimenti per mezzo dei molti emoticon disponibili. Un attimo dopo possiamo tornare di nuovo ai nostri impegni e/o ai nostri pensieri.

Dunque lo sforzo richiesto è veramente ridotto al minimo, dal ricordare la data a esprimere il proprio augurio. Anche da parte di chi riceve gli auguri il coinvolgimento emotivo non è molto maggiore. Aprendo la pagina Facebook il mattino del proprio compleanno, si può trovare la piacevole sorpresa di una bacheca traboccante di auguri, anche formulati da persone che neanche ci ricordiamo più chi siano. Qualche like, qualche risposta condita di emoticon, e pochi secondi dopo possiamo passare all'occupazione successiva. Negli anni '60 Andy Warhol disse che in futuro ciascuno di noi avrebbe avuto i propri 15 minuti di notorietà. Si sbagliava, erano sono 2 i minuti!

Perché no agli auguri su Facebook

D'accordo, non c'è proprio niente di male a fare gli auguri su Facebook. Eppure io ritengo che non sia il caso di incoraggiare questo genere di pratiche. Le grandi corporation del digitale si inventano di continuo nuovi modi per intrattenerci, alcuni hanno successo, altri no. Alla fine dipende da noi. Se insisteremo con l'usanza di fare gli auguri su Facebook, anche come metodo per toglierci rapidamente il pensiero, diventerà un'abitudine consolidata, sia a livello individuale, sia collettivo. E così il compleanno si trasformerà ancora. Prima era riservato alle persone super-speciali, poi a quelle speciali, poi a tutti, re e regime per un giorno nella cerchia delle amicizie e della parentela. Spostandosi nello spazio inconsistente dello schermo digitale, il compleanno diventa molto meno speciale e più ordinario, di pari rango con l'ultimo video di gattini o le foto del week-end al mare.

Quando è il compleanno di una persona amica, è molto meglio fare una telefonata. Una telefonata senza alcun motivo particolare, a parte il compleanno, fa sentire un po' speciali. Magari non famosi, ma un po' speciali per qualcuno sì. Anche il telefono è un medium tecnologico, ma è ancora sufficiente a trasmettere vero calore umano. E si può persino telefonare via Facebook, meglio ancor parlare in videoconferenza, basta cliccare sulle piccole icone sopra la chat.

Perché sì

Ecco, a queste condizioni Facebook diventa un mezzo fantastico per fare gli auguri: ci ricorda del compleanno degli amici e poi possiamo parlare guardandoci in faccia, comunicando che per loro siamo persino disposti a impegnare 5 minuti del nostro tempo!

Per approfondire:

amici

Facebook

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un fotomontaggio tratto da una foto di au tum n.] read more
Paolo SubioliAuguri su Facebook, perché limitarli

Commentare articoli come pratica d’amore

by Paolo Subioli 5 comments

Da: David Lytle, Papa & MCommentare articoli online o post su Facebook può costituire un'importante pratica di gentilezza amorevole, benefica per se stessi e gli altri. Ti consente di esercitare la gratitudine e può contribuire in maniera sostanziale a cambiare il mondo in meglio. Ecco come e perché.

Come commentare

Ogni volta che ti imbatti in un contenuto che trovi bello, interessante o utile, esprimi la tua gratitudine lasciando un segno del tuo apprezzamento. Gratificherai l'autore, incoraggiandolo a continuare su quella strada, e contribuirai alla diffusione sulla rete di ulteriori contenuti belli, interessanti e utili.

Ad esempio, quando leggi un articolo su un sito o un post su un blog, potresti:

  • lasciare un commento, anche solo per dire "Articolo utile, grazie";
  • condividere l'articolo su uno dei social media.

Su Facebook ci sono varie possibilità, perché se trovi una condivisione interessante puoi:

  • lasciare un commento, anche solo per dire "Interessante!";
  • mettere il "mi piace";
  • condividere.

Online si può essere utenti attivi o passivi, dipende molto dal carattere. Ma anche sei sei una persona riservata, conviene ogni tanto che tu faccia lo sforzo di valutare se la lettura di un articolo o la visione di un video hanno lasciato in te segni positivi e lasciare lì un piccolo segno del tuo passaggio. Ciò andrà ad alimentare in modo positivo il tuo "karma digitale"; ti consentirà cioè di creare le condizioni adatte per un futuro felice tuo e della collettività.

Perché commentare

L'economia di internet è piuttosto diversa da quella degli altri media - come la carta stampata e la TV - perché su internet la stragrande maggioranza dei contenuti disponibili ha una delle due seguenti caratteristiche:

  1. viene prodotta da professionisti e remunerata in via indiretta (pubblicità o altro) poiché gratuita per gli utenti;
  2. viene prodotta in modo volontario e gratuito (come questo articolo che state leggendo).

Gli autori di entrambe le categorie hanno bisogno soprattutto di una cosa: l'attenzione del pubblico, sia perché è quest'ultima a generare introiti pubblicitari, sia perché chi produce contenuti desidera in primo luogo che ci sia qualcuno che ne fruisce.

Il pubblico - cioè tu - può svolgere il proprio ruolo in due modi: usufruendo dei contenuti oppure interagendo con essi. Entrambi i tipi di azioni aumentano la popolarità del contenuto (sia che si tratti di un articolo o di un video) e dunque la probabilità che aumenti il numero dei lettori.

Il traffico verso un certo tipo di contenuti viene incoraggiato o scoraggiato dai due attuali padroni della rete: Google e Facebook. Entrambi hanno il potere di esaltare una pagina - facendo in modo che venga vista dal numero massimo di persone - oppure di metterla in secondo piano, quasi di nasconderla. Perché il loro interesse è quello che circolino contenuti di qualità, soddisfacenti per gli utenti,, in modo che il traffico online aumenti sempre di più, e con il traffico i loro profitti. Ciò viene attuato tramite i rispettivi "algoritmi".

Gli algoritmi sono insiemi di complicate formule che, in base a tantissimi parametri diversi (qualità, pertinenza dei contenuti, interazione del pubblico), determinano un punteggio ("rank") assegnato al contenuto. Più è alto il punteggio di una pagina, migliore sarà la sua posizione nei risultati di ricerca Google. Più alto è il punteggio di un post su Facebook, maggiori saranno le persone a cui verrà mostrato. Dunque a un punteggio alto corrisponde maggiore visibilità.

Gli algoritmi di Google e Facebook cambiano di continuo ma oggi le interazioni degli utenti sono gli elementi che pesano di più: numero di visitatori su una pagina, numero di condivisioni, numero di commenti, numero di "like" o interazioni simili, numero di citazioni su altri siti. Più ce ne sono, più la pagina (o il post) viene premiata e aumenta di visibilità.

Una forma di nutrimento

Internet è una delle nostre principali forme di nutrimento. Passiamo online tantissimo tempo, mediamente 2 ore al giorno! Tutto ciò che passa attraverso gli schermi dei nostri dispositivi digitali diventa nutrimento per la nostra mente. Un nutrimento che può essere sano, neutrale o tossico, che può favorire in noi una visione positiva del mondo e delle altre persone oppure una visione negativa.

Quello che oggi è nutrimento per la nostra mente, domani darà frutti, e la qualità di questi frutti dipende dal nutrimento che abbiamo assorbito. Se abbiamo consumato solo rabbia, ansia e violenza, ne subiremo prima o poi le conseguenze nefaste. Se abbiamo consumato bellezza, ottimismo e gratitudine, saremo in grado di fronteggiare qualsiasi difficoltà.

In conclusione, lasciare commenti e interagire online coi contenuti positivi aiuta la diffusione di tali contenuti e rende internet un luogo migliore, ma non solo: diffonde cibo sano per le menti della collettività, contribuendo a creare le premesse per un futuro di felicità.

Per approfondire:

gratitudine

nutrimento

karma digitale

facebook

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un'elaborazione da una foto di David Lytle, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliCommentare articoli come pratica d’amore

Meditazione su Facebook

by Paolo Subioli No comments

meditazione su facebookLa meditazione su Facebook è una pratica di consapevolezza molto utile, per stabilire un rapporto sano con questo ambiente sociale nel quale ci ritroviamo ogni giorno a passare del tempo, chi più chi meno. Tale pratica si basa sul principio che i contenuti fruiti su Facebook, di qualsiasi tipo siano, costituiscono un importante nutrimento per la nostra mente.

Qui vale la pena richiamare il concetto di nutrimento. Il maestro zen Thich Nhat Hanh dice che "tutto ciò che consumiamo contribuisce a guarirci o ad avvelenarci". Dunque il nutrimento non è solo ciò che assumiamo attraverso la bocca, ma anche ciò che consumiamo con gli altri organi di senso, con il corpo e con la mente stessa. Esporci a contenuti malsani influisce negativamente sulla nostra salute psichica e fisica, esattamente come mangiare cibo malsano. Questo lo possiamo capire anche intuitivamente.

Se apriamo Facebook è non incontriamo altro che condivisioni basate sulla rabbia, l'indignazione (per quanto ben motivata), l'avversione e il cinismo, una nuvola nera oscurerà il nostro cielo e saremo portati a nostra volta prima a provare, poi a esternare stati d'animo negativi. Una negatività che incide anche sulla salute fisica. Tutti abbiamo esperienza di cosa significhi ciò e di che differenza ci sia quando invece capitano sotto gli occhi post di persone che hanno voluto semplicemente condividere qualcosa di bello. È una boccata d'ossigeno, un boccone di nutrimento sano che ci dà una spinta nella nostra giornata.

Dunque ciascuno di noi ha un'enorme responsabilità: quella di creare per gli altri, per i nostri "amici" di Facebook, un ambiente sano, di nutrimento positivo per la loro salute psichica e fisica.

Come fare

La pratica è molto semplice in teoria, ma di non facilissima attuazione, perché richiede di non agire d'impulso. Prima di postare un contenuto su Facebook, recitiamo mentalmente queste parole:

Cari amici di Facebook,

che questa mia condivisione possa essere di nutrimento sano per voi,

contribuendo a rendere più serene e più piene di senso la vostra giornata e la vostra stessa vita,

ed evitando di alimentare in voi rabbia, paura, ansia e sfiducia.

Questo è un tipico esempio di Digital Mindfulness, un nuovo filone di consapevolezza che non rifiuta l'uso dei nuovi media digitali, anzi li ingloba in un orientamento di vita basato sulla presenza mentale e su un'etica di compassione, verso noi stessi e nei confronti degli altri.

Per approfondire:

Facebook

dispositivi digitali

nutrimento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un fotomontaggio tratto da foto di Luiza Libardi, Canada, e di Cecilia Lee, Svezia] read more
Paolo SubioliMeditazione su Facebook

Il sangha liquido: così sta cambiando la meditazione

by Paolo Subioli 1 comment

Big Mind Zen Center, Sunday Morning Zazen Sept 2 2007Internet sta cambiando tutto, anche l'organizzazione dei "sangha", le comunità di pratica d'ispirazione buddhista, sempre più diffuse in tutti i Paesi dell'Occidente, dando forma a nuovi modi i praticare lo yoga, la meditazione e la mindfulness tra gli occidentali.

Negli antichi testi buddhisti si fa riferimento ai sangha quali comunità dei monaci, che praticavano la meditazione, non possedevano altro che una abito e una ciotola e si mantenevano facendo la questa presso i villaggi vicini. Ancora oggi, in Oriente, la dimensione del sangha – così come la stessa pratica di meditazione – tende a rimanere una peculiarità dei monaci, più che dei laici.

Se facciamo invece riferimento alle comunità di pratica attive in Occidente – diffusesi a partire dai primi anni '60 negli Stati Uniti – possiamo osservare un fenomeno in continua evoluzione.

Assetto variabile

Un primo aspetto distintivo è la dinamicità nella composizione dei gruppi. I membri di una certa comunità di pratica variano di continuo e rapidamente nel corso del tempo. Le persone si affacciano in un gruppo per provare cos'è la meditazione, stanno per un certo periodo e poi spariscono. Altre si fanno vedere ogni tanto. Se tornate in uno stesso gruppo dopo 2 o 3 anni, molto facilmente noterete che la maggior parte dei membri sono cambiati. Tale fenomeno non si manifesta in eguale misura per tutti i gruppi, perché dipende dal tipo di appartenenza richiesta: più si pretende dai membri fedeltà alle regole del gruppo e/o adesione ai principi ai quali si ispira, più è difficile per i membri stessi assentarsi, frequentare saltuariamente, sfilarsi in un modo o nell'altro. Al contrario, più si lasciano le persone libere di aderire o meno nei tempi e nelle modalità che preferiscono, meno fedeltà ci si potrà aspettare da queste ultime.

Tra i due opposti, mi sembra che oggi la tendenza prevalente sia proprio la seconda (non considerando affiliazioni molto strette come la Soka Gakkai). I vari insegnanti e movimenti tendono facilmente ad adottare un approccio laico, aperto, non esclusivo, che lascia le persone libere di aderire come e quando vogliono. C'è ad esempio un gruppo di Milano che invita le persone nuove a comportarsi come se dovessero prendere un tram di quelli che seguono un percorso circolare, salendo a bordo e scendendo in qualsiasi momento. Specie nell'ambito della meditazione Vipassana, si ritiene sempre di più che la scelta di intraprendere un percorso di pratica debba necessariamente scaturire quale desiderio spontaneo di cambiamento da parte della persona. Nel mondo Zen la situazione è più varia, ma se si considera il movimento che fa capo al maestro vietnamita Thich Nhat Hanh, si può constatare come il non fare proselitismo sia una delle regole più rigorosamente seguite.

Tali approcci portano i gruppi di pratica (sangha) ad assumere una composizione "liquida", ovvero duttile, variabile nel tempo, sia come numerosità dei membri che come composizione. Ciò non sorprende, perché tali gruppi operano pienamente inseriti nella società contemporanea, per sua natura più che mai liquida, come ha teorizzato Zygmunt Baumann, uno dei più grandi sociologi viventi.

Interscambiabilità

Un'altra caratteristica che rende i sangha liquidi è la loro interscambiabilità. Proprio perché il Buddhismo in Occidente viene praticato prevalentemente al di fuori dei monasteri, i confini che separano tra loro le varie scuole sono sempre più labili. Così le persone si sentono libere di vagare da un maestro all'altro e da un centro di pratica all'altro, leggere prima il libro di un guru, poi di uno diverso, vedere un discorso su YouTube e poi farsi guidare dai video "consigliati". Come farfalle che svolazzano sulla vegetazione alla ricerca del fiore di volta in volta più attraente.

Il massimo della "liquidità" viene raggiunto all'interno di Facebook, dove i nomi dei vari maestri si affacciano del flusso dei continui aggiornamenti in forme sempre più ridotte, quasi evanescenti: tipicamente una breve citazione, una frase, possibilmente accompagnata da un'immagine, da consumare nell'arco di pochi secondi, per poi passare allo stimolo successivo.

Gli stessi maestri non ostacolano il fenomeno dell'interscambiabilità. Tutti raccomandano di seguire con continuità un percorso coerente, ma non mancano di citarsi a vicenda. Nell'Olimpo degli insegnanti più apprezzati si possono osservare nel tempo sempre più convergenze e sempre meno accentuazioni degli elementi differenzianti. Il Dalai Lama, Thich Nhat Hanh, Pema Chodron, Jack Kornfield: i più seguiti insegnanti di pratiche buddhiste mantengono ciascuno le proprie peculiarità, ma ci tengono molto a non presentarsi quali detentori esclusivi di qualche verità. Questo incoraggia i loro seguaci a sentirsi più liberi di scegliere.

Alla base di questo atteggiamento c'è in realtà il desiderio di mantenersi fedeli allo spirito originario del Buddhismo. Il Buddha stesso infatti incitava i propri seguaci a non prendere per oro colato quello che diceva e anzi di seguire i propri insegnamenti solo dopo averne verificato di persona la validità. La lezione del Buddha era rivoluzionaria al suo tempo, caratterizzato da dottrine religiose ben definite. Oggi è destrutturante. In una società dove non si crede più a niente, dove tutto è sempre più difficile da capire, dove mantenere a lungo l'attenzione è una sfida quasi impossibile, dove la precarietà è la regola, chi vuole aggrapparsi a qualcosa di sicuro sceglie la strada della semplificazione. È il caso dei vari fondamentalismi, oggi molto seguiti in tutte le religioni. Se si incoraggia invece l'autonomia delle scelte diventa sempre più difficile tenere le persone in gruppi ben separati tra loro.

La modernità è liquida. Chi non ha alcuna intenzione di combattere battaglie di resistenza deve pagare il prezzo dell'incertezza, della provvisorietà, della vaghezza dei confini. Qui il Buddhismo – nel quale l'accettazione dell'impermanenza è proprio uno dei cardini - trova un terreno fertile, ma non può che assumere una forma frammentata.

Insegnamenti centrati sull'utente

I cambiamenti subiti dal Buddhismo nel corso della sua propagazione in Occidente sono stati guidati da un ribaltamento di prospettiva nell'approccio agli insegnamenti. Nel corso della sua evoluzione storica nei vari Paesi asiatici sono stati i vari maestri - con le relative scuole, insediamenti monastici e lignaggi – a guidare la diffusione del Dharma (l'insieme degli insegnamenti del Buddha). In America e in Europa, al contrario, il Buddhismo si è finora diffuso più a partire dalle esigenze dei praticanti stessi. Non a caso è maggiormente presente nelle realtà urbane, più bisognose di rispondere alle sfide dello stress.

La figura umana seduta in meditazione è ormai uno dei pittogrammi utilizzati dalle palestre di tutte le grandi città occidentali per pubblicizzare i propri servizi, quale pratica finalizzata a un maggiore benessere. Nell'inevitabile semplificazione di tale comunicazione, yoga e meditazione si sovrappongono, ma è anche vero che la meditazione è una pratica che rientra nell'ambito dello yoga stesso. Molti praticanti delle numerose scuole che fanno riferimento al Buddhismo arrivano alla pratica proprio dopo aver frequentato un corso di yoga.

Il ribaltamento di prospettiva a favore si una "offerta" spirituale basata sulle esigenze dei potenziali "utenti", anziché sulle scuole e i lignaggi, riflette una tendenza oggi predominante sul mercato: quella di progettare i prodotti e i servizi proprio a partire dalle esigenze degli utenti, dai loro bisogni più profondi. Il successo di Apple, l'azienda che oggi vale di più al mondo, deriva proprio dalla sua capacità di fare leva sulla user experience – l'esperienza d'uso del prodotto da parte dell'utente – anziché concentrarsi a priori sulle caratteristiche del prodotto stesso.

In tale contesto, il singolo praticante tende a mettersi facilmente al centro di questo mercato della domanda e dell'offerta di benessere spirituale, scegliendo ciò che ritiene più adatto a soddisfare i propri bisogni. Nella valutazione delle diverse pratiche domina il criterio dell'efficacia: la meditazione fa bene? Quanto e come ci si sente diversi? È chiaro che quanto più le antiche pratiche orientali vengono apprezzate per le loro proprietà terapeutiche, tano più esse tendono a diventare oggetto di commercio.

Il successo mondiale di un movimento come la Mindfulness va visto anche sotto questa luce. Spogliare le pratiche buddhiste da ogni riferimento al buddhismo ne ha aiutato notevolmente la diffusione, ma anche le possibilità di commercializzazione.

Virtualizzazione

Infine internet stessa costituisce l'elemento di maggiore destabilizzazione. Si vanno oggi affermando comportamenti e stili di vita sempre più dipendenti dalle tecnologie digitali. Nello spazio digitale si consuma non solo la grande maggioranza del tempo a disposizione, ma anche l'investimento personale in relazioni sociali e affettive, l'acquisizione di conoscenza, il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri in molti ambiti diversi.

Una delle caratteristiche che sembrano costanti in internet – nonostante la sfuggente mutevolezza che la contraddistingue - è la sua capacità di incoraggiare forme inedite di aggregazione sociale, slegate dall'appartenenza territoriale. Col tempo si è passati dai newsgroup ai forum, dalle mailing list alle comunità virtuali, dagli ambienti di gioco online ai gruppi Facebook e Whatsapp, ai quali seguiranno probabilmente ulteriori e innumerevoli forme. La caratteristica comune a tutte queste applicazioni tecnologiche è quella di consentire agli individui di aggregarsi sulla base di fattori puramente mentali, come gli interessi comuni, le passioni, le idee politiche, le inclinazioni, i gusti, gli stati d'animo. Ciascuno può trovare, sulla base di tali criteri, una o più forme di socialità di proprio gradimento, da consumare unicamente per tramite di un dispositivo digitale.

La pratica della meditazione non fa eccezione, rispetto a questa tendenza alla virtualizzazione. Le persone trovano online altri individui con cui aggregarsi, sulla base di interessi che già di per sé sono continuamente soggetti al cambiamento. Inoltre ciò avviene pur sempre nel frenetico contesto dell'interazione non-stop che caratterizza lo spazio digitale: in mezzo a innumerevoli altri stimoli e richiami visivi e sonori, con una richiesta continua di feedback, con un via vai continuo di soggetti diversi e dall'identità ignota, in una costante e spesso irrisolta dialettica con le condizioni al contorno della vita reale.

Questo oggi appare si fatto inevitabile. Ed è quanto di più lontano si possa immaginare dalla severa disciplina della consapevolezza, immersa nel silenzio, di un monastero, non solo buddhista, ma di qualsiasi altra corrente spirituale.

Una sana via di mezzo

Com'è possibile ricondurre alla coerenza una divaricazione così ampia? Io credo che la risposta possa essere trovata negli stessi insegnamenti del Buddha. Al suo corrispondente personaggio storico, Siddharta, viene attribuita la deliberata volontà di sperimentare entrambi i due estremi di una vita agiata nel protetto contesto familiare e di un'ascesi spinta al limite delle possibilità di resistenza fisica. La sua intuizione fu di individuare una pragmatica "via di mezzo", intesa non tanto come rifiuto degli opposti, quanto come costante capacità di discernere nelle situazioni reali, per compiere di volta in volta le scelta più salutari. Una capacità di discernimento che può scaturire solo dalla pratica, quale incessante esercizio di osservazione della realtà così com'è, senza filtri interpretativi, senza preferenze o giudizi o tanto meno preconcetti.

[L'immagine è un fotomontaggio da una foto del Big Mind Zen Center, Stati Uniti, e da una di -Reji, India]

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

 

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Paolo SubioliIl sangha liquido: così sta cambiando la meditazione

Meditazione online, come e dove praticarla

by Paolo Subioli 3 comments

meditazione onlineGruppi di meditazione online sono sempre più diffusi in tutto il mondo, nelle diverse tradizioni, dallo zen alla vipassana alla mindfulness. Ciò appare come una conseguenza logica non solo delle possibilità offerte dalle tecnologie, ma anche della necessità di conciliare le pratiche di ispirazione buddhista con gli irrequieti stili di vita contemporanei. Sapevamo già che internet sta cambiando tutto nel mondo. Perché non dovrebbe cambiare anche i "sangha", cioè i gruppi di pratica, e la meditazione stessa?

Ecco dunque un breve excursus sul fenomeno della meditazione online e dei sangha virtuali.

Perché la meditazione online?

Innanzi tutto è importante chiarire perché una persona, anziché praticare la meditazione per contro proprio, debba necessariamente unirsi ad un gruppo, a costo persino di sceglierne uno "virtuale", ritrovandosi così, per l'ennesima volta nel corso della giornata, a tu per tu con una macchina.

La storia delle tecnologie della comunicazione ci insegna che quando si apre una nuova possibilità di comunicare, quest'ultima non sostituisce le precedenti, ma le integra. Ci sono pochissime eccezioni a questa regola. È successo per le ferrovie, le autostrade, la TV, il telefono, internet, eccetera. Dunque la diffusione dei gruppi di meditazione online e dei sangha virtuali - che ancora è agli albori - non sta affatto sostituendo i gruppi dal vivo, ma viene piuttosto adottata dome una possibilità in più.

Ma l'elemento più importante da considerare è che la meditazione praticata in gruppo è molto diversa da quella solitaria. Quando si pratica in un "sangha" o altro tipo di gruppo, c'è un'energia diversa, molto più forte, che si percepisce anche rimanendo in silenzio con gli occhi chiusi. È una percezione che si sente molto chiaramente e che ci mette in contatto col mistero delle tante cose che non sappiamo dei nostri corpi e delle nostre menti. C'è qualcosa che passa anche tra persone immobili che non parlano tra loro.

Il sangha, inoltre, è un importante elemento di sostegno alla pratica, per almeno tre ragioni:

  1. darsi appuntamento e avere un gruppo di riferimento motiva a praticare con continuità;
  2. è possibile trovare idee, suggerimenti e risposte ai propri dubbi nel confronto con gli altri;
  3. la dimensione di gruppo aiuta a vivere quella dimensione di unione e non separatezza che la pratica stessa svela; a sentirsi parte di un tutto e non elementi isolati, insomma.

Del resto in tutte le tradizioni buddhiste c'è l'usanza di "prendere rifugio nei tre gioielli", costituiti dal Buddha (la capacità di ciascuno di diventare un essere risvegliato), dal Dharma (gli insegnamenti) e dal Sangha, cioè la comunità dei praticanti. L'espressione "prendere rifugio" può essere meglio compresa se si considerano i molti nutrimenti "tossici" che assumiamo nel corso cella giornata, compresi i nostri stati mentali più negativi. Rifugiarsi in un comunità di amici anch'essi dediti alla ricerca del bene è senz'altro salutare. e lo si percepisce subito quando ci si ritrova a contatto con altri praticanti. Persino online.

Chi pratica la meditazione online

I gruppi che praticano la meditazione online possono essere divisi in 5 categorie.

  1. Gruppi privati che sfruttano le tecnologie internet per mantenersi in contatto. C'è ad esempio un gruppo zen di Cinisello Balsamo (MI) che per mantenere un contatto quotidiano si mette in collegamento via Skype ogni mattina alle 6. Una pratica di gruppo del genere, la mattina presto di ogni giorno, sarebbe altrimenti impraticabile in città.
  2. Gruppi pubblici a quali ci si può unire online. Un esempio è costituito da World Interbeing, che pratica nella tradizione zen di Thich Nhat Hanh ogni venerdì alle 19 ora italiana, e vi si trova gente veramente di tutto il mondo. Per unirsi bisogna chiedere di entrare nel relativo gruppo nella piattaforma Google+ e la pratica si svolge tutta sul web.
  3. Insegnanti di meditazione che offrono pratiche online. Il sito Worldwide Insight contente di partecipare la domenica sera alle 20 ora italiana a una sessione con un insegnante, ogni volta diverso, che offre una meditazione guidata. I partecipanti possono poi inserire i propri commenti in forma scritta.
  4. Centri di pratica che trasmettono dirette dei propri incontri, come fa Plum Village in occasione di certi ritiri.
  5. App che svolgono il ruolo di piattaforme per la meditazione online. L'esempio più famoso è Insight Timer, che fornisce un timer per la meditazione individuale, ma il singolo partecipante può sapere chi altro sta praticando nello stesso momento e può prendere parte a gruppi tematici o geografici che interagiscono tramite forum.

All'interno di questi schemi vi si trovano insegnanti e praticanti di tutte le tradizioni meditative.

Come si fa la meditazione online

Il modo di praticare la meditazione online in gruppo dipende da due fattori:

  • la tradizione seguita dal gruppo stesso;
  • la tecnologia utilizzata.

Per quanto riguarda la tradizione, c'è una grande varietà. Ma va detto che la dimensione digitale tende a favorire pratiche non eccessivamente lunghe. Non credo che si svolgano online ritiri vipassana, dove per giornate intere le sessioni da 45 minuti di meditazione seduta sono interrotte solo dalla meditazione camminata. Però ho notato che nelle varie app e siti web che propongono la meditazione online, è possibile trovare i migliori insegnanti vipassana del mondo, che offrono sessioni guidate tipicamente di 20-30 minuti.

Rispetto alla tecnologie, è possibile trovarle un po' tutte, tra i vari gruppi attivi nel mondo. Oltre alle app realizzate ad hoc per questo scopo, i praticanti sfruttano tutto ciò che la rete oggi offre.

  • Skype è molto utilizzata, essendo una piattaforma già molto diffusa. In genere nelle conference call a scopo meditativo viene sfruttata solo la comunicazione audio, dal momento che le riunioni in video consentono al massimo 10 partecipanti e richiedono comunque buone connessioni. Il gruppo si dà appuntamento all'ora prefissata e il facilitatore guida la patica, come se ci si trovasse tutti in una stessa stanza.
  • Un'alternativa a Skype è Google Hangouts, che ha il vantaggio di non richiedere l'installazione si software specifici, essendo integrato nel browser Google Chrome. Non c'è neanche bisogno di avere un account Google, a meno che non si voglia partecipare alle discussioni nell'ambito dei gruppi Google+, come avviene nel già citato World Interbeing. Le opzioni audio e video sono come in Skype. La tecnologia Hangouts viene utilizzata anche dagli insegnanti nella modalità di comunicazione uno a molti, nella quale un utente trasmette in video e gli altri assistono.
  • Ci sono poi altre tecnologie per la comunicazione audio e video, più sofisticate e a pagamento, per lo meno da parte di chi organizza l'incontro, come GoToMeeting, TeamViewer, WebEx o Adobe Connect. In genere vengono utilizzate da chi offre attività a pagamento. Ad esempio, nei corsi MBSR a distanza.
  • Facebook è un'altra diffusissima piattaforma con la quale i gruppi di meditazione si mantengono in contatto. La pratica meditativa non si svolge all'interno di Facebook, che per ora non ha tecnologie che la possano supportare, ma consente la condivisione tra i partecipanti, oltre che la gestione degli aspetti logistici.
  • Forum e mailing list resistono ancora egregiamente al sopravanzare di Facebook. Molti gruppi di pratica nel mondo privilegiano queste forme di comunicazione scritta per mantenersi in contatto, condividere le proprie esperienze e darsi appuntamento. Anche in questo caso la meditazione vera e propria si svolge al di fuori della piattaforma tecnologica.
  • Il podcast, cioè il tipo di servizio che consente di abbonarsi a registrazioni audio pubblicate periodicamente, è anche molto diffuso. Nelle varie piattaforme di podcast è possibile trovare un'offerta sterminata di meditazioni guidate offerte da maestri noti e meno noti, in tutte le lingue.
  • Infine il semplice telefono viene utilizzato da gruppi che sfruttano i servizi di conference call offerte dai vari operatori

Per farsi un'idea della varietà di forme che possono assumere questi sangha online, può essere interessante farsi un giretto in Plumline, la rete che mette in collegamento tutti i sangha online legati alla tradizione di Plum Village, quella del maestro zen Thich Nhat Hanh.

Zen in the Cloud

Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui riceve come premio la notizia che c'è un nuovo gruppo di pratica online in lingua italiana ad accesso libero: Zen in the Cloud. L'iniziativa è promossa da Zen in the City con l'obiettivo di creare delle opportunità per chi vive in luoghi dove non sono presenti gruppi che praticano la meditazione. Oppure per chi non ha la possibilità concreta di partecipare regolarmente a un gruppo di pratica, per vari motivi, logistici o di salute.

"Cloud" significa nuvola e il termine è stato adottato non solo perché la nuvola è una metafora sempre più utilizzata per indicare internet stessa, ma anche per sottolineare un approccio "leggero" a questa iniziativa:

  • non prendersi troppo sul serio;
  • essere aperti anche e inclusivi nei confronti anche di chi pratica in modo diverso;
  • usare le tecnologie digitali per trovare la quiete, anziché per essere più convulsivi;
  • adottare la natura cangiante della nuvola quale modello di impermanenza.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un fotomontaggio tratto da una foto di AnEternalGoldenBraid e una di Premasagar Rose] read more
Paolo SubioliMeditazione online, come e dove praticarla

Digital Mindfulness: le 6 sfide di internet alla meditazione

by Paolo Subioli 1 comment

Bo Hasse Gustafsson, SmartphoneDigital Mindfulness è l'evento che si è appena svolto a Roma con grande interesse del pubblico presente. Il tema è infatti molto caldo: come conciliare la pratica di consapevolezza e di meditazione con un uso quotidiano di dispositivi digitali come gli smartphone e soprattutto con i frenetici ritmi della vita di oggi.

In attesa di pubblicare i video dell'incontro, sintetizzo la traccia di discussione.

Non fare niente?

La prescrizione per eccellenza della meditazione è di non fare niente. Non nel senso di oziare, ma di fermarsi periodicamente, senza neanche pensare, per poter semplicemente osservare. Un'osservazione contemplativa, senza contenuti, che alla lunga si trasforma in visione profonda della realtà.

Il mondo digitale sembra andare in direzione contraria:

  • il web per sua natura ci spinge all’azione, lo dimostra la ricchezza di stimoli che circonda un contenuto in una qualsiasi pagina web;
  • tendiamo a illuderci che sia possibile il multitasking (fare più cose contemporaneamente), ma ne sono capaci solo alcuni computer, non gli esseri umani;
  • i dispositivi digitali richiedono attenzione continua, con le loro notifiche;
  • internet è integrata nel nostro corpo, grazie agli smartphone e agli emergenti "wereables", i dispositivi indossabili;
  • sempre più le macchine dettano il ritmo e gli stili di vita, ma non riusciamo a star loro dietro.

Il nostro alter-ego sulla “nuvola”

Oggi internet viene sempre di più assimilata all'immagine della nuvola ("cloud"), per esprimere la sua natura ubiqua e poliforme. Internet non è più una rete di computer collegati tra loro, ma un aggregato di datacenter tramite i quali i padroni della rete (Google, Facebook, Amazon, Apple) gestiscono i loro servizi - disponibili ad ogni ora del giorno e della notte - e custodiscono tutti i dati che ci riguardano, dalle foto che postiamo online alla cronologia dei contenuti fruiti sui vari siti. Ciò comporta che:

  • siamo potenzialmente online 7 giorni su 7, 24 ore su 24;
  • in ogni momento possiamo essere portati via lontano dal qui e ora;
  • si viene a creare una nostra identità digitale, con la quale rischiamo di identificarci quale identità fissa e immutabile;
  • la mancanza di privacy è sempre più inevitabile, ma è anche uno stimolo a praticare la “retta parola” e la “retta azione”, per non doverci mai pentire di nulla.

Karma digitale

Karma è la parola sanscrita che significa "azione" ed esprime l'insieme degli effetti provocati nel corso della vita dai nostri pensieri, parole e azioni. Abbiamo già parlato qui di karma digitale quale contributo che diamo alla rete con le nostre attività online. Questo concetto può insegnarci che:

  • dobbiamo mettere molta cura e consapevolezza in ciò che facciamo online;
  • la nostra sfera intima è ormai diventata di pubblico dominio;
  • il nostro karma digitale ci segue ovunque e ci sopravviverà.

L'influenza di Facebook

Facebook è ormai parte integrante della realtà umana, essendo una delle attività più praticate oggi dagli esseri umani, col suo miliardo e mezzo di utenti. Dobbiamo interrogarci seriamente sulle conseguenze di ciò:

  • Facebook è una tipica manifestazione del karma digitale: il diario personale di un utente rappresenta il contributo che quest'ultimo dà alla collettività online;
  • i nostri consumi su Facebook sono completamente guidati dagli altri, che ci influenzano con ciò che scelgono di condividere;
  • siamo sempre più schiacciati nel momento presente, essendo estremamente difficile fruire di contenuti più vecchi di qualche settimana;
  • Facebook, con la sua enorme influenza, sta cambiando la nostra mente, sia a livello individuale che collettivo.

Lontani dal corpo

Il problema che abbiamo un po' tutti è che tendiamo a ignorare di avere un corpo, essendo proiettati di continuo verso oggetti mentali "esterni". Quando siamo online - cosa che avviene sempre più spesso e in ogni luogo - questa situazione viene esasperata:

  • ogni volta che usiamo un dispositivo digitale veniamo proiettati in una dimensione diversa da quella nella quale ci troviamo: in un luogo diverso e in un tempo diverso, lontani dalle persone che ci circondano, e ciò avviene molte volte nel corso della giornata;
  • il molto tempo passato sui dispositivi digitali ci fa perdere il contatto col corpo, al punto che non sappiamo più come stiamo e assumiamo abitudini dannose per il corpo stesso.

Determinismo autolesionista

Siamo tutti sempre più convinti che la tecnologia possa risolvere ogni tipo di problema, che ci sia una app per ogni basilare esigenza umana, dal trovare il partner al mantenere il corpo in salute.

Questo atteggiamento rivela in realtà la fragilità della condizione umana, ogni volta che cerchiamo in qualche entità esterna le risposte ai nostri problemi, proprio come facevano gli antichi quando si affidavano agli oracoli.

E dunque?

In questo contesto, dobbiamo chiederci come sia possibile oggi, per chi pratica la meditazione:

  1. Stare col momento presente
  2. Osservare senza voler cambiare
  3. Essere in contatto con il corpo, con le emozioni e con i pensieri
  4. Dedicarsi alla contemplazione
  5. Sviluppare la propria intelligenza emotiva
  6. Impegnarsi per un risveglio collettivo

Il dibattito è aperto.

Un ulteriore incontro su questi temi è previsto per sabato 21 novembre a Roma, dalle 17 alle 19, presso il centro Igea, Lungotevere Prati, 19. L'incontro comprende anche pratica di meditazione. Pertanto si prega di arrivare puntuali.

[La foto è di Bo Hasse Gustafsson, Svezia] read more
Paolo SubioliDigital Mindfulness: le 6 sfide di internet alla meditazione

Come Facebook sta cambiando la nostra mente

by Paolo Subioli 1 comment

Serge klk, IPHONE METROFacebook ha un enorme potere di cambiare la mente umana. Rendercene conto può salvarci da conseguenze che oggi non possiamo immaginare. Ignorarlo, al contrario, potrebbe portarci a un disastroso impoverimento, sia individuale, sia collettivo. Una sana "via di mezzo" tra il rifiuto e l'adesione incondizionata credo sia oggi la scelta più saggia, senza per questo biasimare chi ha deciso di tenersi fuori del tutto dal social network.

Il consumo che ci cambia

Facebook ha un peso crescente tra i nostri consumi. Mezz'ora, un'ora, due ore al giorno. Tutti i giorni. In passato quale altro oggetto aveva mai occupato la nostra mente per così tato tempo? Solamente la televisione, ma in modo molto meno attivo, e per alcune delle attuali generazioni il sorpasso è già avvenuto.

Non c'è dubbio alcuno sull'importanza che rivestono i consumi sensoriali (i 5 sensi più la mente stessa) sulla nostra personalità. Trovarci a contatto visivo con la natura ci rilassa, vedere un film violento ci mette ansia, chiacchierare per ore con persone che dicono stupidaggini ci rende un po' più stupidi, e così via. Quello che siamo oggi dipende in gran parte da nostro background di esperienze sensoriali e culturali.

Passare del tempo su Facebook non solo influisce sulla nostra personalità e sui nostri stati mentali ma, a causa dell'entità di tale tempo, incide decisamente molto. Chi potrebbe negarlo?

Il problema è capire come viene modificata la nostra mente, perché non è neanche detto a priori che si tratti di cambiamenti "negativi". Ecco di seguito alcuni esempi.

Video brevi, brevissimi

Il video breve è oggi il tipo di contenuto più amato su Facebook. I video brevi sono quelli di maggior successo, perché la gente di solito non ama dedicare attenzione a un contenuto online per più di un paio di minuti. I video brevi sono in grado di farci sorridere, indignare, divertire, scandalizzare, ridere. Brevi stati d'animo che abbiamo subito voglia di condividere con altri, senza starci troppo a pensare.

Ma cosa s'impara guardando un video breve? Non può essere lo stesso dedicare 2 minuti d'attenzione a un filmato o leggere un articolo sullo stesso argomento di un giornalista ben informato. Il messaggio che passa attraverso il video breve è emotivamente efficace, ma inevitabilmente superficiale, oltre che facilmente manipolabile. Se a fine giornata abbiamo passato mezz'ora complessiva a guardare video brevi, vuol dire che abbiamo potuto leggere mezz'ora di meno, ma magari anche giocare mezz'ora di meno a poker online. Dipende da chi siamo, ma l'influenza di questo tipo di consumi sulle nostre facoltà intellettuali è indubbia.

Chi sceglie?

Facebook influisce anche sulle nostra capacità di discernimento. Mentre scorriamo lo streaming dei post e delle condivisioni dei nostri amici, non facciamo altro che metterci in una condizione di attesa. Ce ne stiamo fermi ad aspettare che gli altri ci propongano testi da leggere, video da osservare, petizioni da firmare. I nostri consumi – ovvero la nostra mente futura – è quasi al cento per cento in balia degli altri.

Ci muoviamo inoltre all'interno di uno spazio apparentemente pubblico, ma in realtà completamente privato. È la Facebook Inc. che stabilisce tutte le regole del gioco e le cambia a proprio piacimento, di quello che non è uno spazio fisico, ma un software, una macchina. La macchina che plasma la nostra mente.

Circoli chiusi

Facebook diventa sempre di più una fonte primaria d'informazione. Il feed degli aggiornamenti che scorrono sullo schermo alimenta come una sorgente il nostro desiderio di essere sempre al corrente di dei fatti e delle tendenze del momento. Tale flusso di informazioni è costituito da un mix di tre tipologie di fonti: le pagine a cui ci "abboniamo" col meccanismo del "mi piace", gli aggiornamenti dei nostri amici, gli aggiornamenti promozionali.

Il flusso di informazioni è molto eterogeneo: le foto delle feste di compleanno dei figli si mescolano alle massime filosofiche, agli articoli di denuncia e alle dichiarazioni d'amore per qualche marchio famoso, all'interno di un abbondante brodo di commenti e likes.

È molto facile scambiare per informazione questo flusso così parziale. Nella realtà i nostri amici sono prevalentemente gente che la pensa come noi, che rafforza gusti e opinioni che già abbiamo, a volte perfino radicalizzando le nostre posizioni. C'è pertanto da chiedersi quale sia l'influsso di Facebook sulla nostra apertura mentale, intendendo con questo sia la nostra abilità nel selezionare le fonti, sia la capacità di accogliere punti di vista per noi inusuali.

Una nuova umanità

Facebook in questo momento ha 1,5 miliardi di utenti, 1 miliardo dei quali la usa tutti i giorni. Tutte queste persone, in 5 continenti, agiscono ogni giorno all'interno di un software che ne determina le modalità di interazione reciproca. Dunque che forgia i linguaggi, le mode, i contenuti culturali delle diverse comunità linguistiche. Cos'altro c'è di altrettanto grande?

Facebook sta cambiando l'umanità. È più potente del Vangelo, più influente di qualsiasi network televisivo. Incide sulla cultura più di quanto possano fare i sistemi d'istruzione nazionali. Di fronte a questa forza immane – non solo di Facebook, anche delle altre big corporation che oggi dominano internet – ci sentiamo impotenti. Forse lo siamo davvero, a livello sociale.

Come individui, però, abbiamo molte possibilità di scelta. Se e come usare Facebook dipende da noi. Ne parleremo in seguito.

[contentblock id=2 img=gcb.png] [L'immagine è un'elaborazione da una foto di Serge klk, Francia] [contentblock id=28 img=gcb.png]facebook

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Paolo SubioliCome Facebook sta cambiando la nostra mente