dispositivi digitali

All posts tagged dispositivi digitali

Perché serve un rituale di fine giornata

by paolosub No comments

"Dichiarare la fine della giornata" è un atto decisivo al giorno d'oggi, dal momento che i dispositivi digitali ci propongono di essere attivi di continuo.

Arianna Huffington (la fondatrice dell'Huffington Post) racconta in un articolo pubblicato su Thrive Global di aver adottato per se stessa un "rituale di fine giornata", esattamente come si fa con i bambini. Con i figli piccoli, i genitori tendono a stabilire un rituale che serve a fare capire al bambino che è il momento di passare al sonno, un rituale fatto di attività come il bagnetto, la lettura di una storia, il canto di una ninna nanna, ecc.

Arianna dice che oggi è impossibile dire che la giornata finisce al tramonto, o quando si esce dall'ufficio. Bisogna dunque dare una forma al fine giornata, ma anche stabilire dei tempi. Lei dice che stacca tutto 30 minuti prima di coricarsi, anche se potrebbe andare bene anche 10 minuti.

A casa sua ha creato un "letto dei telefoni", che è una sorta di vassoio fuori dalle camere da letto, nel quale smartphone e tablet rimangono in carica. I dispositivi vengono addirittura messi sotto una piccola coperta e si augura loro la buona notte.

L'idea è molto interessante, non trovate?

Per approfondire:

[La foto allegata in questo articolo è di Álvaro Serrano/Unsplash] read more
paolosubPerché serve un rituale di fine giornata

Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by Paolo Subioli No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce  aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

[contentblock id=66 img=gcb.png]

Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

internet

semi

[contentblock id=28 img=gcb.png] [La foto è di Esther Vargas, Perù] read more
Paolo SubioliFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

Phubbing: così lo smartphone ci rende infelici

by Paolo Subioli No comments

Lars Plougmann, Smartphone chatPhubbing è una parola dal significato nuovo, che esprime un comportamento profondamente radicato nella società. Phubbing è infatti un neologismo che deriva dall'unione di "phone", telefono, e "snubbing", snobbare, ed esprime la pratica di stare con gli occhi puntati sullo smartphone mentre si è in compagnia di altre persone.

Il phubbing è universalmente condannato ma altrettanto universalmente praticato. La diffusione dello smartphone è stata infatti troppo rapida perché si facesse in tempo a circoscrivere le modalità di comportamento ritenute accettabili. Oggi tutti riteniamo sconveniente metterci le dita nel naso mentre siamo a tavola, mentre sull'opportunità di scorrere i messaggi WhatsApp, col telefono accanto al piatto, ancora qualche dubbio rimane.

Siamo in una fase storica cruciale, da questo punto di vista, di fronte a un bivio, perché l'abitudine di non guardare in faccia la persona con la quale ci troviamo - così come quella di evitare le conversazioni a favore della messaggistica scritta - potrebbe diventare un comportamento ritenuto accettabile. Oppure, al contrario, potrebbe sorgere un nuovo tipo di consapevolezza, che ci porti a utilizzare i media digitali come estensioni sane della nostra mente, senza dover sacrificare gli aspetti più preziosi della nostra esistenza umana.

Io credo che il phubbing non vada combattuto a colpi di condanne, né vadano adottate le categorie di giusto e sbagliato. Ciò che serve è maggiore consapevolezza. È importante capire perché sentiamo tanto il bisogno di puntare gli occhi sullo smartphone, un bisogno che a volte è perfino più forte del desiderio di guardare negli occhi la persona amata.

Perché il phubbing

Lo smartphone è lo strumento per eccellenza delle relazioni. Ci permette di telefonare, ma anche di rimanere in contatto con vecchi amici, organizzare appuntamenti, ricevere notizie dai vari conoscenti. Averlo a disposizione ci consente di soddisfare alcuni bisogni umani ancestrali:

  • il bisogno di affiliazione, che ci spinge verso l'appartenenza a gruppi e comunità umane di vario tipo;
  • il desiderio di non rimanere soli, che deriva dalla vulnerabilità dell'individuo rimasto isolato in un contesto popolato da nemici e/o animali predatori.

Non deve sembrare strano che un oggetto tecnologicamente così evoluto si metta al servizio di esigenze tipiche del cosiddetto uomo primitivo. In fondo siamo sempre gli stessi. Se comprendiamo questo meccanismo, smettiamo ci considerarci stupidi se passiamo il tempo su Facebook o WhatsApp anche nelle situazioni meno opportune. Questi bisogni ancestrali emergono dal profondo e non sappiamo ancora tenerli sotto controllo, perché gli oggetti attraverso cui si manifestano, gli smartphone, esistono da troppo poco tempo. Si pensi che il primo di essi, l'iPhone, è comparso sul mercato nel 2007 e oggi gli utilizzatori di smartphone sono già 2,1 miliardi!

Un altro motivo per cui ci dedichiamo al phubbing - sotto sotto - è che rivolgere l'attenzione allo smartphone ci toglie dall'imbarazzo di tante situazioni tipiche delle relazioni, come il non sapere cosa dire, il dover affrontare emozioni che preferiremmo evitare, il dover guardare negli occhi le altre persone, e così via. I dispositivi digitali stanno diventando nemici della conversazione, come ha sottolineato molto bene la studiosa Sherry Turkle. Evitare la conversazione ricorrendo alla messaggistica dello smartphone ci rende più abili nel misurare le parole, ma anche sempre più incapaci a interpretare i desideri e gli stati d'animo altrui.

[contentblock id=58 img=gcb.png]

Inoltre maneggiare il nostro dispositivo ci nette al riparo dalla cosiddetta noia. Siamo troppo abituati a ricevere stimoli di continuo, per poterci permettere qualche minuto da soli con la nostra mente. La nostra attenzione è così stimolata che abbiamo ormai perfino paura di rimanere soli con noi stessi. Se non ci guardiamo mai "dentro", come potremmo scoprire chi siamo veramente?

Ma lo smartphone è anche un messaggero che potrebbe in ogni momento essere foriero di qualcosa di interessante per noi, il veicolo di quella svolta nella nostra vita che non abbiamo mai saputo cercare e che potrebbe arrivare da un momento all'altro, come ha raccontato Giacomo Papi in questo divertente articolo.

Per tutte queste ragioni, e sicuramente anche per altre, ce ne stiamo con gli occhi puntati sul nostro piccolo schermo.

Cosa possiamo fare

Il phubbing, cioè usare lo smartphone mentre siamo in compagnia, non deve diventare un'abitudine accettata. Non possiamo tornare indietro, perché ormai la tecnologia è andata avanti, ma neanche farci dominare dalla tecnologia stessa, E non possiamo certo chiedere al Governo di fare qualcosa, perché è da noi stessi che dobbiamo cominciare. Senzza troppo, propongo alcuni spunti di riflessione.

  1. La famiglia è l'ambito sociale dove si può fare di più, non solo ponendo dei limiti - come non permettere che si portino i dispositivi in tavola - ma anche promuovendo il dialogo come forma di relazione genitori-figli fin dai primi giorni di vita, e incoraggiando la vita all'aria aperta e off-line. Nella coppia si possono stabilire di comune accordo le varie situazioni in cui il telefono non deve essere presente.
  2. La conversazione a voce va in generale preferita la messaggio scritto, specie se sono in gioco aspetti relazionali come l'amicizia. Ad esempio è molto meglio telefonare agli amici il giorno del loro compleanno, piuttosto che fare gli auguri su Facebook. Ma anche le problematiche sul lavoro andrebbero affrontate a voce, sin dalle più piccole. Neanche nomino le comunicazioni cruciali in tema sentimentale, pur sapendo che è molto diffusa tra i ragazzi l'usanza di mettersi insieme e lasciarsi tramite messaggi scritti.
  3. Ciascuno di noi potrebbe farsi una lista personale di zone off-limits entro le quali vietarsi l'uso dello smartphone (in coppia, a letto, a tavola, coi figli, in riunione, ecc.).
  4. Quando siamo con le persone a cui teniamo di più, il modo più efficace per dimostrare il nostro amore è di rivolgere loro tutta la nostra attenzione, al cento per cento, senza fare altro nel frattempo.
  5. Il telefono va considerato uno strumento al nostro servizio, una macchina neutrale per la quale è perfino indifferente essere accesa o spenta. Dunque la responsabilità di qualsiasi eccesso è unicamente nostra e non del dispositivo.
  6. Infine non dobbiamo dimenticare che ormai lo smartphone è parte integrante della nostra mente, quindi di noi stessi. Non esagero: pensateci un attimo. Dunque dobbiamo trattarlo con la massima gentilezza e stabilire con lui un rapporto sano e soddisfacente, senza sensi di colpa né ipocrisie.

Origine della parola phubbing

Il termine phubbing è stato inventato a seguito di una campagna promossa da un dizionario australiano, il Macquarie Dictionary, e ideata dall'agenzia McCann. Un gruppo di autori, poeti ed esperti di linguistica fu invitato a coniare un nuovo termine per indicare quel tipo di comportamento. A seguito della scelta della parola fu lanciata la campagna Stop Phubbing, nella quale si invitava a boicottare la pratica del phubbing, anche con l'aiuto di una pagina Facebook.

Come si pronuncia phubbing

Per pronunciare correttamente "phubbing" è necessario seguire alcune regole comuni dell'inglese parlato:

  • le due lettere ph si pronunciano come la nostra f;
  • le lettere doppie non si pronunciano;
  • la u si pronuncia come una a ma con la bocca ameno aperta, come nella parola "cup";
  • la g finale non si pronuncia.

Dunque chi vuole dire phubbing deve dire qualcosa che somiglia a fabin.

Per approfondire:

consapevolezza

conversazioni

smartphone

Sherry Turkle

L'articolo è stato originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Lars Plougmann, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliPhubbing: così lo smartphone ci rende infelici

Noi unici responsabili della nostra distrazione

by Paolo Subioli 1 comment

Zak Cannon, DistractionsLa vera causa della nostra crescente distrazione sono i dispositivi digitali come gli smartphone, i tablet e i computer? Stare costantemente a contatto con la loro evanescente realtà virtuale è all'origine della nostra incapacità di vivere la nostra realtà, quale essa si presenta crudamente nella vita di tutti i giorni? Per descrivere la nostra condizione contemporanea, è stato evocato il mito della caverna di Platone.

Il mito della caverna di Platone descrive una condizione nella quale uomini prigionieri si trovano all'interno di una caverna, immobilizzati, col viso rivolto verso la parete. All'interno della caverna c'è un grande fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri c'è un passaggio di persone, animali e oggetti, in modo tale che sia possibile vederne le ombre proiettate sulla parete. I prigionieri hanno così una conoscenza del mondo solo per il tramite di queste ombre. Qualora fossero liberati, la luce del sole li accecherebbe e preferirebbero tornare nella caverna. Riuscendo a vedere le cose reali, queste ultime sembrerebbero loro meno reali delle ombre alle quali erano abituati. E volendo in caso tornare indietro per esortare i propri compagni a liberarsi, non verrebbero creduti.

Il continuo e ripetuto contatto coi media digitali ci espone effettivamente a una condizione di realtà surrogata, che rischia di indebolire la nostra capacità di comprensione del reale. Se ad esempio ci riferiamo alla sfera emotiva, assistiamo oggi a un sicuro impoverimento – rafforzato anche dall'uso di emoticons per esprimere gli stati d'animo - che fiacca la nostra capacità di riconoscere e interpretare le emozioni proprie e altrui.

Viene dunque spontaneo incolpare della nostra distrazione elementi a noi esterni, come gli smartphone o gli stimoli visivi e sonori cui siamo di continuo sottoposti. Ma a ben pensarci, si tratta solo di fenomeni neutri. Per una buona parte del nostro tempo ci troviamo in una condizione nella quale la mente vagabonda da una parte all'altra ("Mind-wandering", o mente errante), senza un intento o un oggetto d'attenzione preciso. I neuroscienziati hanno perfino individuato alcune aree del cervello, connesse tra loro ("Default Mode Network") che sono tipiche di questo stato, nel quale l'attenzione non è rivolta ad alcuna cosa in particolare. È per l'appunto lo stato "di default" della mente. Il problema è che la mente se ne va da una parte all'altra anche quando dovremmo essere focalizzati, ma questa è una sua caratteristica intrinseca, come ha notato la scrittrice e insegnante di meditazione Judy Lief. Se ragioniamo in termini di mente errante, dobbiamo guardare in noi stessi, anziché al di fuori di noi, e assumerci le nostre responsabilità.

In Cina, circa 1.500 anni fa, fu coniata la metafora della "mente scimmia", molto usata in Oriente, per indicare la tendenza della mente a saltare da una parte all'altra. È una scimmia che ci portiamo sempre appresso, ovunque andiamo, e da molti secoli. I media digitali non c'entrano nulla. Sempre in Oriente, sono state messe a punto le contromisure, rispetto alla nostra distrazione cronica, ovvero la presenza mentale e la meditazione.

La soluzione del problema è a nostro carico, come fu per Ulisse, trovatosi a fronteggiare il mortale pericolo delle sirene, che col loro canto richiamavano i marinai per farli poi morire. Ulisse non se la prese con le sirene, ma adottò provvedimenti intervenendo su ciò che era in suo potere. Tappò le orecchie ai marinai e legò se stesso all'albero della nave, per impedirsi di abbandonarla.

Dunque rivolgere l'attenzione verso se stessi non è una tecnica per stare meglio o per diventare persone un po' migliori attraverso la meditazione, ma un radicale cambiamento di prospettiva. È assumersi la responsabilità della propria mente scimmia. È preoccuparsi di capire cosa c'è veramente, dietro la nostra distrazione. Potremmo ad esempio scoprire che la distrazione è una difesa che mettiamo in atto per non vedere veramente le cose come stanno. Essere circondati da schermi di tutte le dimensioni, che di continuo richiedono la nostra attenzione, è il diversivo perfetto per non vedere i nostri problemi e gli stati di disagio, per nascondere sotto il tappeto l'ansia, la rabbia, la frustrazione e la paura.

Chögyam Trungpa ha parlato di mente dello svago ("Entertainment Mind") per descrivere la nostra condizione di persone che hanno un continuo bisogno di distrazioni. Se non le abbiamo a disposizione, ce le inventiamo. Ci creiamo il nostro mondo perfetto, come nel film Truman Show (1998), nel quale il protagonista vive sin dalla nascita nel set televisivo di un reality show. Quando se ne accorge deve scegliere tra la tranquilla, agiata e colorata vita del set e la grigia esistenza reale delle persone comuni. L'intrattenimento continuo ci mette al riparo da ogni sorta di pericolo, ci protegge dalle minacce che provengono potenzialmente da ogni parte e da ogni persona con la quale interagiamo, come ci fa notare Judy Lief.

Un antidoto contro la paura

Viviamo in un'epoca dominata dalla paura. I cambiamenti climatici ci assicurano che il mondo del futuro sarà più difficile di quello attuale. La globalizzazione porta perdita dell'identità culturale e salari più bassi. Il debito pubblico è un macigno che pesa sulle generazioni future. Una popolazione mondiale che raggiungerà per lo meno quota 9-10 miliardi porterà molti problemi in più e nel frattempo le tecnologie digitali rendono superflui sempre più posti di lavoro, in un'economia dominata da interessi finanziari fuori da ogni controllo.

Questa paura permea ormai ogni nostra azione, individuale e collettiva. Ma non viene mai manifestata in forma diretta. Nei dibattiti pubblici, ad esempio, non si parla se non di rado dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze, ma nel frattempo i genitori della mia generazione (nati dopo gli anni '50) sono tutti molto più apprensivi rispetto ai padri e alle madri che li hanno cresciuti. Cos'è, se non paura del futuro?

Abbiamo questa e molte altre paure e inoltre sappiamo sempre meno gestire la nostra convivenza con gli altri, dalla relazione di coppia alle dinamiche all'interno dell'azienda. In queste relazioni domina il non detto e il non espresso. Nell'opacità che ricopre tutto emerge di continuo il sospetto, l'idea sempre sottesa ma mai riconosciuta che gli altri possano costituire una minaccia per noi.

La soluzione più facile e sempre più a portata di mano è accendere lo smartphone per scorrere lo streaming mai troppo impegnativo di Facebook o cimentarci in una vacua conversazione di gruppo su Whatsapp.

Se le cose stanno così, i nostri dispositivi digitali hanno forse qualche colpa? Questi schermi, che escono dal negozio come oggetti del tutto privi di connotazione, diventano per noi come l'orchestra della nave da crociera alla quale viene ordinato di suonare ininterrottamente, anche mentre la barca sta colando a picco. Una volta, nel corso di un incontro di meditazione il facilitatore chiese. "Chi di voi si trova bene con se stesso?" Con mio grande stupore, mi accorsi di essere stato l'unico ad alzare la mano. Com'è possibile? Mi sono chiesto. La risposta non è difficile. Appena tutti i suoni e le luci tacciono intorno a noi, ci ritroviamo faccia a faccia con la miseria e il dolore dei nostri sentimenti più disagevoli: rabbia, paura, ansia, insoddisfazione. E allora ci giudichiamo, reputandoci inadeguati, e ci sentiamo in colpa. La mente giudicante è sempre in agguato.

L'intenzione fa la differenza

Se prendiamo consapevolezza di ciò, possiamo compiere il salto di qualità e imboccare la strada della liberazione. Non è la strada che ci porta verso una vita meno stressante, nella quale impariamo a prenderci delle pause, a rilassarci nei momenti giusti per essere delle persone più calme e comprensive. È la strada della saggezza, che ci porta verso una comprensione nuda e senza veli della realtà come si manifesta nel momento presente. In ogni momento presente della nostra vita.

Tutti i maggiori maestri spirituali hanno insegnato che l'intenzione è il fattore che più di tutti incide nella nostra capacità di diventare persone liberate e felici. L'intenzione è ciò che fa la differenza. Se ci sediamo in meditazione col chiaro proposito di imparare a osservare la realtà per quello che veramente è, e non per quello che vorremmo che sia; se siamo disposti a cogliere in tutte le sue conseguenze la natura impermanente e inaffidabile del mondo che ci circonda e di cui noi stessi siamo parte; se diamo per buono il proposito di abbandonare una visione basata sull'idea di un sé separato. Se facciamo un esercizio quotidiano del nudo incontro con la realtà del momento presente così come si manifesta, impareremo – e succederà pian piano – a stare volentieri da soli con noi stessi. Perché smetteremo di giudicarci, diventando in grado di osservare sul serio di cosa siamo fatti: un corpo; sensazioni basate sui 5 organi di senso; percezioni basate sulla nostra memoria della realtà; formazioni che si creano nella mente sotto forma di pensieri, stati d'animo, sentimenti; una coscienza che si crea non appena ci rendiamo conto di ciascuna di queste cose. Non c'è altro da scoprire che questo e questa rivelazione ci mette finalmente in pace con noi stessi e di conseguenza con gli altri.

Se l'intenzione è saggia, i dispositivi digitali escono pienamente assolti da qualsiasi processo a loro carico. Siamo noi che li comandiamo. I computer, i tablet e gli smartphone sono strumenti "general-purpose", cioè progettati per coprire un'ampia gamma di funzionalità diverse. Ci si fa di tutto. Si presentano con un hardware e un sistema operativo, i quali possono equanimemente ospitare qualsiasi tipo di applicazione. Siamo noi che installando determinati programmi o app, decidiamo cosa fare di un dispositivo, che comunque possiamo accendere o spegnere a nostro piacimento, lavoro permettendo.

Anzi, a differenza di altri potenziali fattori di distrazione, i dispositivi digitali possono essere volti a vantaggio di una maggiore consapevolezza, se decidiamo i adottare certe app o di fruire di certi tipi di contenuti anziché di altri. La distrazione è una nostra responsabilità al cento per cento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Zak Cannon, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliNoi unici responsabili della nostra distrazione

Meditazione su Facebook

by Paolo Subioli No comments

meditazione su facebookLa meditazione su Facebook è una pratica di consapevolezza molto utile, per stabilire un rapporto sano con questo ambiente sociale nel quale ci ritroviamo ogni giorno a passare del tempo, chi più chi meno. Tale pratica si basa sul principio che i contenuti fruiti su Facebook, di qualsiasi tipo siano, costituiscono un importante nutrimento per la nostra mente.

Qui vale la pena richiamare il concetto di nutrimento. Il maestro zen Thich Nhat Hanh dice che "tutto ciò che consumiamo contribuisce a guarirci o ad avvelenarci". Dunque il nutrimento non è solo ciò che assumiamo attraverso la bocca, ma anche ciò che consumiamo con gli altri organi di senso, con il corpo e con la mente stessa. Esporci a contenuti malsani influisce negativamente sulla nostra salute psichica e fisica, esattamente come mangiare cibo malsano. Questo lo possiamo capire anche intuitivamente.

Se apriamo Facebook è non incontriamo altro che condivisioni basate sulla rabbia, l'indignazione (per quanto ben motivata), l'avversione e il cinismo, una nuvola nera oscurerà il nostro cielo e saremo portati a nostra volta prima a provare, poi a esternare stati d'animo negativi. Una negatività che incide anche sulla salute fisica. Tutti abbiamo esperienza di cosa significhi ciò e di che differenza ci sia quando invece capitano sotto gli occhi post di persone che hanno voluto semplicemente condividere qualcosa di bello. È una boccata d'ossigeno, un boccone di nutrimento sano che ci dà una spinta nella nostra giornata.

Dunque ciascuno di noi ha un'enorme responsabilità: quella di creare per gli altri, per i nostri "amici" di Facebook, un ambiente sano, di nutrimento positivo per la loro salute psichica e fisica.

Come fare

La pratica è molto semplice in teoria, ma di non facilissima attuazione, perché richiede di non agire d'impulso. Prima di postare un contenuto su Facebook, recitiamo mentalmente queste parole:

Cari amici di Facebook,

che questa mia condivisione possa essere di nutrimento sano per voi,

contribuendo a rendere più serene e più piene di senso la vostra giornata e la vostra stessa vita,

ed evitando di alimentare in voi rabbia, paura, ansia e sfiducia.

Questo è un tipico esempio di Digital Mindfulness, un nuovo filone di consapevolezza che non rifiuta l'uso dei nuovi media digitali, anzi li ingloba in un orientamento di vita basato sulla presenza mentale e su un'etica di compassione, verso noi stessi e nei confronti degli altri.

Per approfondire:

Facebook

dispositivi digitali

nutrimento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un fotomontaggio tratto da foto di Luiza Libardi, Canada, e di Cecilia Lee, Svezia] read more
Paolo SubioliMeditazione su Facebook

La mente estesa può salvare l’umanità

by Paolo Subioli No comments

Composition of cutout of male head and symbolic elements suitable as a backdrop for the projects on human mind, consciousness, imagination, science and creativityLa mente estesa è la vera natura della nostra mente. Dov'è la mente? Ve lo siete mai chiesto? La risposta più naturale è che la mente si trova nel cervello, perché è lì che ci sono le strutture neuronali che abilitano la memoria e l'elaborazione dei pensieri. Secondo questo modello, ciascuno di noi se ne va in giro con la propria mente, che dall'interno del cranio interagisce con l'ambiente circostante e con le altre menti.

Ma a pensarci bene questa visione "dualista" (noi da una parte, il resto del mondo dall'altra) non regge. Innanzi tutto il corpo partecipa a talmente tanti processi mentali, che è impossibile considerarlo separato dalla mente. Le emozioni si manifestano attraverso il corpo e lo stato del corpo stesso (posizione, percezioni) condiziona i nostri pensieri, tanto per fare degli esempi. Dunque la mente occupa uno "spazio" che quanto meno va esteso all'intero corpo. Il corpo cioè è parte della mente, ma questo è solo un aspetto.

La cognizione estesa

Nell'ultimo ventennio è stato elaborato il concetto a mio parere molto efficace della cognizione estesa (extended cognition), in base al quale i processi mentali e la mente stessa si estendono oltre il corpo, per includere sia aspetti dell'ambiente nel quale l'organismo è inserito, sia le interazioni con tale ambiente. Senza addentrarci troppo negli aspetti afferenti aree come la psicologia, le neuroscienze o la filosofia, la cognizione estesa è facilmente intuibile, se consideriamo l'influenza che ha l'ambiente geografico e sociale nel quale siamo cresciuti o dove viviamo. Il modo di parlare e la mentalità che ci porta a pensare in un certo modo non sono un'esclusiva del nostro cervello, ma appartengono anche all'ambiente e alla comunità locale.

La mente estesa

Un aspetto specifico di quest'ambito di ricerca è costituito dalla mente estesa (extended mind), un concetto elaborato nel 1998 da due filosofi, Andy Clark e David J. Chalmers. Questi ultimi hanno puntato l'attenzione semplicemente sul ruolo che determinati oggetti svolgono nei processi mentali. Si pensi all'agenda sulla quale segniamo un appuntamento, per poi recuperarlo consultando l'agenda stessa. O al taccuino degli appunti, o alla calcolatrice tascabile. L'utilizzo di uno qualsiasi di questi oggetti costituisce un processo cognitivo nel quale partecipano sia la mente umana sia l'oggetto stesso. In tal senso possiamo dire che la mente non è confinata nell'involucro del cranio, ma si estende agli oggetti del contesto nel quale siamo inseriti.

Ho deliberatamente fatto riferimento a oggetti di uso comune prima dell'avvento degli smartphone, per sottolineare il fatto che la mente estesa è una caratteristica umana non necessariamente legata al mondo digitale. Oggi infatti è evidente a tutti la nostra dipendenza non solo psicologica, ma anche cognitiva, dai dispositivi digitali. Questa dipendenza ci impressiona, perché vediamo ad esempio che perdiamo la capacità di memorizzare o di concentrarci, e ci fa anche un po' paura.

La natura del non sé

In realtà siamo fatti proprio così. La nostra è una mente estesa, che oggi semplicemente dispone di strumenti molto potenti, in grado non solo di ampliare a dismisura le nostre capacità, ma anche di creare connessioni e relazioni con persone lontane. Prendere consapevolezza di ciò può aiutarci a comprendere meglio la natura interdipendente della nostra persona. Non siamo entità separate dagli altri o dal mondo nel quale viviamo. Siamo anzi così strettamente interconnessi con le persone, gli oggetti, gli animali, le piante, la storia che ci ha preceduto, che senza anche uno solo di questi elementi non esisteremmo, o quanto meno saremmo qualcosa di completamente diverso.

La tradizione buddhista ci ha tramandato, lungo il corso di 25 secoli, il concetto di anattā, termine pali che viene tradotto con "non sé" e indica la non esistenza di un sé separato e permanente. Essere consapevoli della natura del non sé, se ci riusciamo, ci dà gioia e ci rende più liberi. E poi lo Zen, in particolare, ci può aiutare con concetti molto simili, come la 'grande mente'. Oggi la tecnologia ci svela finalmente una realtà che era nota all'umanità da molto tempo, ma che ha sempre faticato ad affermarsi tra noi umani, esseri imperfetti e costantemente bisognosi di qualcos'altro rispetto a noi a cui riferirci.

Per approfondire:

mente

non sé

interdipendenza

non dualismo

dispositivi digitali

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'illustrazione è di John Doe] read more
Paolo SubioliLa mente estesa può salvare l’umanità

La scatola nera dei perfetti sconosciuti

by Paolo Subioli No comments

perfetti sconosciutiPerfetti sconosciuti è un film italiano tra i più interessanti degli ultimi anni, che offre ottimi spunti di riflessione sul nostro rapporto coi dispositivi digitali. La pellicola racconta la storia di una serata a cena tra amici di vecchia data, i quali a un certo punto decidono di fare un gioco: per tutta la sera qualunque interazione sui telefoni cellulari dei presenti deve essere di dominio pubblico. Dunque ogni messaggio o telefonata deve essere resa nota a tutti in tempo reale, senza eccezioni. L'inedita situazione ovviamente svela molte verità nascoste e inconfessabili, che creano un certo scompiglio nel gruppo e soprattutto all'interno delle varie coppie presenti.

Curiosamente tutti i protagonisti accettano la sfida, pur sapendo - chi più chi meno - di avere un qualche segreto inconfessabile che potrebbe essere svelato. L'abitudine ad affidare ogni aspetto della nostra vita più intima agli smartphone è ormai così radicata che tendiamo a sottovalutare la fragilità di quella che ancora, ai tempi di Facebook, continuiamo a chiamare eufemisticamente "privacy", termine che - va ricordato - significa diritto alla riservatezza della propria vita privata.

L'abitudine ci fa credere evidentemente che il rapporto intimo che abbiamo stabilito col nostro sé digitale sia esclusivo e inviolabile. È qualcosa di simile al rapporto stabilito con l'angelo custode, una figura ben nota fino alla mia generazione (nati negli anni '60). L'angelo custode è un angelo che, secondo la tradizione cristiana, accompagna ogni persona nella vita, aiutandolo nelle difficoltà e guidandolo verso Dio. Questo angelo conosce tutti i nostri segreti ma non è interessato tanto a giudicarci, quanto piuttosto a rendersi disponibile per farci tornare sulla retta via, qualora lo desiderassimo. Un'entità non umana con la quale relazionarci in modo così intimo non è mai esistita nella storia, ed è per questo che l'unico paragone possibile col passato è quello con le entità soprannaturali (su questo tema si veda anche "Dio esiste, è una app").

La scatola nera

Un'immagine molto efficace evocata nel film è quella della scatola nera. Analogamente ai dispositivi installati sugli aerei, gli smartphone raccolgono informazioni su tutte le nostre attività, giorno dopo giorno. Poterli esaminare consentirebbe di ricostruire ogni aspetto della nostra vita più intima, come un vero e proprio alter ego digitale. Ce ne andiamo in giro tranquillamente con la nostra scatola nera in tasca, dando per scontato che nessuno si preoccuperà mai di andarci a scavare dentro. Ma è proprio così?

Il punto è che le altre persone - nemmeno quelle più care - conoscono il vero contenuto della scatola nera. E ciascuno di noi della propria ne ha solo una visione parziale. La scatola nera include ormai veramente tutto: le conversazioni con le persone in carne e ossa, ma anche le ricerche effettuate online e i siti visitati, le app utilizzate, gli spostamenti compiuti, lo stato di salute, eccetera. Se si svelasse il contenuto completo della mia scatola nera, che quadro ne emergerebbe? È un concetto in larga parte coincidente con quello di karma digitale: il contributo che diamo al mondo con i nostri pensieri, parole e azioni, il quale ci sopravviverà quando non ci saremo più.

Se le persone più intime - il partner, i familiari - ignorano cosa ci sia veramente nella scatola nera, significa che c'è una parte di noi che non conoscono. E non può che essere così. Ogni giorno vedono quell'oggetto nelle nostre mani, che potrebbe contenere qualcosa di noi che non vogliamo svelare. È un esercizio quotidiano di fiducia reciproca, per le coppie e nei rapporti parentali. Ma anche una sfida personale a essere giorno dopo giorno consapevoli del contenuto di quella scatola nera. Potremmo desiderare che non vi siano contenuti di cui vergognaci e agire di liberamente conseguenza. Decidere se regalare la propria password al partner o riservarci un'area di piena intimità. La scatola nera è lo scrigno della nostra libertà.

Questa pervasività del digitale ci sta conducendo verso direzioni ignote. Potremmo andare verso una società del controllo totale, nella quale le nostre vite sono alla mercé delle multinazionali del digitale. Oppure verso una società della trasparenza totale, nella quale sia impossibile mantenere i segreti. Quello che è in nostro potere è intanto usare questi oggetti in piena consapevolezza.

Per concludere, volete sapere quali sono i 7 motivi? Si trattava solo di un titolo a effetto, ma già che ci siamo eccoli: è ben scritto, ben girato, è profondo, è divertente, è ben recitato, è un bel film italiano e infine - ultimo ma non meno importante - affronta un tema caro a Zen in the City e ai suoi lettori!

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

 

read more
Paolo SubioliLa scatola nera dei perfetti sconosciuti

Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by paolosub No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

internet

semi

[La foto è di Esther Vargas, Perù] read more
paolosubFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

Come cambia il Buddhismo nell’era di internet

by Paolo Subioli No comments

Immagine da postsfromthepath.comInternet sta cambiando tutto. Anche il Buddhismo, la meditazione, i gruppi di pratica (sangha). Cosa sta succedendo a questa tradizione antichissima in una società dove la tecnologia domina ogni aspetto della vita e tutto cambia a una velocità sempre più frenetica? È arrivato il tempo per ampliare lo sguardo e intraprendere una riflessione collettiva che ci consenta di capire meglio la realtà in atto. Come primo "assaggio", propongo di adottare lo schema proposto da Vincent Horn in questo articolo. Vincent è il fondatore dei Buddhit Geeks, il gruppo che più di ogni altro è impegnato nella ricerca di nuove vie per la meditazione e la consapevolezza nel mondo digitale. Ecco quali sarebbero le 3 principali tendenze in atto.

1 - Sangha online

I "sangha" sono i gruppi di pratica delle varie tradizioni buddhiste, nei quali i praticanti si riuniscono per meditare insieme, ascoltare gli insegnamenti dei maestri, organizzare ritiri. Ce ne sono di molte tradizioni diverse e normalmente attirano persone in un ambito territoriale ristretto. Chi non vive in una grande città - o in aree dove la meditazione è troppo poco popolare -  ha scarse probabilità di trovare un sangha di proprio gradimento da frequentare. A titolo di esempio, per chi vive a Roma ci sono molti gruppi diversi, che si riuniscono ogni giorno della settimana. Non così altrove.

Internet rende possibile la creazione di gruppi che si mantengono in contatto a distanza, in forme sempre più sofisticate. Dai primi newsgroup e forum degli anni '90 si è passati alle mailing list e poi alle interazioni in video in tempo reale a basso costo. Presto tecnologie come la realtà virtuale e la realtà aumentata diventeranno alla portata di tutti, rendendo le riunioni a distanza quasi "reali". Del resto, per il Buddhismo, cos'è veramente reale?

Il maestro zen Thich Nhat Hanh, dalla sua comunità a Plum Village, ha dato vita a un sangha online che periodicamente trasmette dirette web che consentono ai membri del suo sangha mondiale di prendere parte ai momenti clou dei ritiri che si tengono nella località francese. Un altro esempio rilevante è il Buddhist Geeks Dojo creato dal gruppo di Horn, nel quale i praticanti possono godere di varie forme di interazione a distanza con vari maestri di pratica e facilitatori. Per l'Italia va citato tre mesi con il corpo, un "ritiro virtuale" che consente ogni anno a centinaia di praticanti italiani di condividere pratiche di meditazione e consapevolezza. Un giorno anche Zen in the City avrà il suo sangha "virtuale", attendete fiduciosi!

2 - Ricombinazione degli elementi

Elementi tipici del Buddhismo come la meditazione e la mindfulness (termine che nell'antica lingua pali significa "presenza mentale" o "consapevolezza") sono ormai patrimonio condiviso tra molti eterogenei gruppi, scuole e movimenti che in molti casi non si richiamano esplicitamente al Buddhismo. Quest'ultimo, non avendo un carattere dogmatico, si presta facilmente a varianti di ogni tipo. La meditazione in sé, del resto, è un elemento centrale solo in alcune tradizioni buddhiste (Theravada, Zen), mentre è diventata essenziale per l'alienante vita quotidiana di noi occidentali.

In quanto alla mindfulness, essa nel Buddhismo costituisce solo uno degli 8 elementi dell'ottuplice sentiero che porta alla liberazione dalla sofferenza. È, in particolare, uno dei 3 elementi che definiscono la parte relativa alla meditazione ("retta concentrazione", "retto sforzo" e, per l'appunto "retta presenza mentale"). Ma oggi, quando si parla di mindfulness, non si può evitare di fare riferimento al movimento fondato d Jon Kabat-Zinn, che ha nel metodo MBSR (riduzione dello stress basata sulla consapevolezza) il suo campo di applicazione più diffuso. Anche i molti esempi di meditazione in azienda sono riconducibili a questo filone, che non manca di sollevare anche perplessità, tra coloro che ne vedono il carattere eccessivamente riduttivo - se non addirittura asservito a interessi economici - rispetto al potenziale liberatorio degli insegnamenti del Buddha.

Oltre alla meditazione e alla mindfulness c'è da aspettarsi che in futuro possano sorgere altri metodi, scuole, movimenti - forse persino religioni - basate sull'estrapolazione di ulteriori elementi del Buddhismo, come la compassione o la concentrazione. Già nel mondo ci sono molte iniziative centrate sulla gratitudine in quanto tale, indipendentemente da qualsiasi indirizzo spirituale.

Cosa c'entra internet con tutto questo? La rete facilita enormemente la diffusione di idee, concetti e istruzioni pratiche a livello globale, insieme alla loro semplificazione ed estrapolazione dal contesto d'origine, come avviene già da tempo in tanti ambiti diversi.

3 - Tecnologie per la contemplazione

Un'ulteriore tendenza riguarda l'uso delle tecnologie a servizio della meditazione e della consapevolezza. Qui molti potrebbero storcere il naso, ma non dobbiamo dimenticare il fatto che le tecnologie digitali stanno già profondamente cambiando molti aspetti della nostra attività mentale: dal modo di comunicare con le altre persone a quello di memorizzare e/o richiamare alla memoria contenuti di ogni tipo. Dieci anni fa gli smartphone non esistevano. Oggi sono l'appendice irrinunciabile per miliardi di individui nel mondo. Come potrebbe la tecnologia non rivestire un ruolo ancora più importante in futuro? Agli scettici ricordo anche che il Buddha non ha lasciato alcun contributo scritto. I suoi insegnamenti sono ancora oggi così noti e praticati solo grazie alla scrittura, una tecnologia che ai tempi delle trascrizioni dei suoi discorsi - in precedenza tramandati solo oralmente - era di introduzione relativamente recente.

Qualsiasi ragionamento sulle tecnologie al servizio della consapevolezza è provvisorio e prematuro, trovandoci agli albori in questo ambito. Ma già possiamo individuare alcuni filoni significativi:

  • Le app che aiutano le singole persone a praticare - Alcune di esse (come Insight Timer) sono dei timer per uso individuale che svolgono anche molte funzioni del sangha online. Altre (come Headspace o GPS for the Soul) cercano di sfruttare le caratteristiche degli smartphone per proporre nuovi tipi di pratica di consapevolezza. Nelle prossime settimane arriverà anche la app di Zen in the City, ma quello che ci riserverà il futuro su questo versante è imprevedibile e al tempo stesso molto promettente.
  • Le app per il benessere personale - Sfruttano i sensori presenti nello smartphone per monitorare ogni aspetto della vita individuale, dall'attività fisica praticata quotidianamente al ritmo cardiaco, cui presto seguiranno il respiro e la sudorazione della pelle. Si evolveranno sempre di più in alleati per tenere sotto controllo la consapevolezza nella vita di tutti i giorni, a partire dal corpo.
  • La misurazione dell'attività cerebrale - L'elettroencefalografia (EEG) applicata a persone mentre stanno meditando è un'applicazione vista già molte volte, che ha consentito di creare molti punti di contatto tra scienza e psicologia buddhista, in merito al funzionamento del cervello. È dunque da considerarsi un importante filone di ricerca. Anch'esso, con l'evolversi delle tecnologie può riservarci molte sorprese.

Che ne dite? Penso che sia arrivato il momento di ragionarci un po' sopra.

[contentblock id=2 img=gcb.png] [L'immagine è tratta da Posts from the Path]

read more
Paolo SubioliCome cambia il Buddhismo nell’era di internet

Così pc e smartphone ci portano via lontano

by Paolo Subioli 3 comments

Basta un breve viaggio in treno per rendersi conto di cosa stia succedendo a noi esseri umani. I dispositivi digitali - come computer, tablet e smartphone - sono diventati inseparabili appendici del nostro corpo, che ci consentono di essere perennemente connessi alla rete. Essere online, qualsiasi sia la sua motivazione (relazioni, lavoro, divertimento), spinge ciascuno lontano dal luogo e dal tempo nel quale si trova in quel momento.

Dunque siamo vicini, gomito a gomito, eppure lontanissimi nelle intenzioni e nella presenza mentale. Ma ancor prima di questa separazione dagli altri, si crea e si acuisce sempre di più, all'interno di ciascuno di noi, una frattura tra la mente e il corpo.

Questa frattura ha conseguenze terribili. Ci rende incapaci di vedere l'insorgere (e poi lo scomparire) delle nostre emozioni, che si manifestano tutte a livello corporeo. Col passare del tempo finiamo per non essere più capaci di riconoscerle. Le nostre emozioni richiedono attenzione, manifestandosi molto spesso come dolori muscolari (mal di schiena, torcicollo) o dell'apparato digerente, ma noi non lo sappiamo, perché non ce ne accorgiamo, e portiamo la nostra capacità di resistere ai suoi limiti. Diventiamo inoltre incapaci di vedere le emozioni degli altri e le emozioni che esse provocano in noi, e dunque, così ciechi, ci scontriamo con chi ci sta vicino - in famiglia, al lavoro, per strada - combattendo battaglie continue, nelle quali ciascuno cerca solo di riempire il sacchetto dei propri presunti bisogni, senza mai cercare di capire cosa stia succedendo veramente.

Possiamo fare qualcosa per fermare questa deriva o è troppo tardi? Certo non possiamo chiedere agli altri, né a noi stessi, di rinunciare a utilizzare i meravigliosi oggetti elettronici che il mercato ci propone in modo sempre più suadente. Ma possiamo renderci consapevoli di quello che avviene nella nostra vita giorno per giorno, ora per ora, magari anche minuti per minuto. Come? È molto semplice: riprendendo il contatto col nostro corpo, e per farlo c'è il metodo più facile del mondo: portare l'attenzione al respiro, almeno ogni tanto. Il respiro è un ponte tra la mente e il corpo, che ci consente di tornare, ogni volta che lo vogliamo (e ce ne ricordiamo) al momento presente, a ciò che avviene qui e ora.

Non aspettare ancora: adesso che hai letto l'articolo fermati, chiudi gli occhi e porta tutta la tua attenzione all'aria che entra ed esce dal tuo corpo, per tre respiri completi.

 

read more
Paolo SubioliCosì pc e smartphone ci portano via lontano