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Facebook può favorire l’apertura mentale

by Paolo Subioli No comments

Facebook può favorire l'apertura mentale, anche se spesso può sembrarci che avvenga il contrario. Ce lo dice un testimone d'eccezione come Dan Zigmond, il quale è monaco zen e, al tempo stesso, direttore dell’Analytics a Facebook. Dipende tutto da come la usiamo, Facebook - come del resto succede per qualsiasi altro strumento – e dalla consapevolezza che sappiamo metterci.

In Facebook Dan si occupa del News Feed, ovvero dell’algoritmo che determina quali notizie vengono mostrate di volta in volta agli utenti del social network. È una grossa responsabilità, perché Facebook – sempre più mezzo primario per l’accesso all’informazione - esercita una forte influenza sui singoli individui e sulla società. In occasione delle ultime elezioni negli Stati Uniti, l’azienda di San Francisco era stata accusata di parzialità. In conseguenza di ciò, ha dovuto mettere in campo una serie di azioni contro la diffusione di fake news e informazione manipolata all’interno della propria rete. La mission di Facebook, ama ricordare Dan, è proprio quella di rendere il mondo più aperto e più connesso.

Zigmond è la voce più autorevole per consigliarci su come esercitare la consapevolezza quando stiamo sui social media. Personalmente trovo nelle sue parole conferma di quanto ho scritto più volte sia in questo sito sia nel libro “Zen in the City”. “Uno degli insegnamenti centrali del Buddha è quello che abbiamo bisogno di porre attenzione", ci dice. "Dobbiamo mettere attenzione a ciò che facciamo online allo stesso modo di come avviene nel mondo reale". Abbiamo dunque sintetizzato in 7 punti le indicazioni più utili che si possono ricavare da uno degli ultimi interventi di Dan Zigmond, l'intervista che ha rilasciato per il sito Lion's Roar.

7 modi per aprire la propria mente grazie a Facebook

  1. Disinformazione: è sempre esistita, in tutte le epoche. Ora con internet e i social media diffondere e accedere all’informazione è molto più facile ed economico. È più facile sia diffondere la verità, sia le falsità. Dunque nell’era di Facebook è sempre più importante esercitare la consapevolezza in tutti i nostri tipi di relazione.
  2. Pluralismo: internet ce ne porta di più, rispetto al passato. “Il mondo è più connesso. Il mondo è più aperto. Penso che sia un’ottima cosa. Significa che vengono ascoltate più voci”, dice Dan. Su Facebook siamo esposti a idee di molte fonti diversi e molti lati diversi. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che viene detto e di chi lo dice, perché contribuisce a formare le nostre opinioni. Dobbiamo coltivare una mente che è al tempo stesso aperta agli altri punti di vista e critica rispetto ad essi.
  3. Apertura mentale: Facebook può favorirla. “Ho amici con le idee più diverse, di diversa appartenenza religiosa e culturale e in Paesi diversi. Così ho l’opportunità di essere a contatto con punti di vista diversi e rimanere aperto ad essi. Cerco di rimanere amico con persone che dicono regolarmente cose con le quali sono in disaccordo”. “Incoraggio le persone a non togliere l’amicizia a causa di idee diverse. Rimanete connessi e mantenete il dialogo aperto. Cliccate sui link che vengono condivisi e andate a vedere cosa viene discusso, partecipate. I punti di vista diversi si trovano alla distanza massima di uno o due click. Ma ciò richiede comunque un minimo sforzo di andarseli a cercare. Spero che la gente lo faccia”.
  4. Responsabilità: Facebook è una piattaforma per tutte le idee. “Il grande potere dei social media è che ciascuno di noi può creare il proprio flusso d’informazione sulla base di chi ha scelto, sia come persone con cui connettersi, sia come fonti. Sta a te stabilire ciò che vuoi vedere. Questo meccanismo facilita molto la circolazione di idee, ma ci dà anche una responsabilità: quella di creare in modo consapevole la nostra rete sociale”.
  5. Confronto: “A tutti ci fa piacere quando ci si dà ragione e dispiacere quando ci si dà torto. È normale. L’importante è esserne consapevoli e notare qual è la nostra reazione in questi casi”. “Il concetto buddhista di ‘retta parola’ è molto utile per sapere come comportarci online. Nel decidere se è giusto dire una certa cosa, il criterio da seguire è dunque se essa è vera, se è necessaria e se è gentile. Se online ce lo ricordiamo, possiamo godere di una comunicazione vera e autentica. Al contrario, i problemi nascono quando anche uno solo dei tre attributi è assente. Capita di scrivere cose che non si direbbero a voce, figurarselo può aiutare a essere più consapevoli. Quando ci si accorge che una conversazione sta prendendo una piega dannosa, è il momento di fare un passo indietro, per tornare ai principi della comunicazione consapevole. A volte può essere facile scivolare in scambi di battute poco gentili, e allora quando scrivo, cerco di immaginarmi di avere quell'interlocutore di fronte e parlargli direttamente di persona”.
  6. Interconnessione: è molto interessante la stretta relazione che Dan Zigmond vede tra Facebook e il buddhismo. “Per il buddhismo, siamo tutti strettamente interconnessi, ma viviamo nell’illusione di un sé indipendente e separato dagli altri. È connettendoci con gli altri che possiamo recidere questa illusione: più lo facciamo, più capiamo che gli altri sono parte di noi e noi siamo parte di loro. La missione di Facebook è proprio quella di connettere le persone. Mettendo in connessione il mondo, le piattaforme come Facebook ci aiutano a prendere coscienza delle connessioni che già esistono tra di noi. Il mio lavoro a Facebook è un po’ questo. Aiuto le persone a manifestare questo senso di connessione che è così facile perdere e che è la radice di buona parte della nostra sofferenza. Connettendosi con gli altri possiamo prendere parte ai loro problemi e ai loro trionfi e aprirci veramente a questa profonda interconnessione”.
  7. Comunità: i social network facilitano la creazione di comunità, che a differenza del passato non hanno bisogno di basarsi sulla prossimità fisica. Le tecnologie hanno di positivo che facilitano la connessione tra le persone. Anche per le comunità buddhiste i social network possono essere importanti nel mantenere in contatto le persone. Tutti hanno una vita piena di impegni e così chi è interessato ad esempio al San Francisco Zen Center può sapere le attività che vi si svolgono e seguire gli streaming web, senza perdere il contatto.

Alla ricerca della via di mezzo

La chiave del futuro, secondo Dan Zigmond, è trovare un bilanciamento tra l'adozione di nuove strade per realizzare la condizione umana e il mantenere la memoria della saggezza antica. Le verità fondamentali della nostra esistenza non cambiano con le tecnologie. Anche in questo caso va trovata una via di mezzo: utilizzare tutto il buono che le app ci possono dare, senza però pensare che le tecnologie siano la panacea di tutti i problemi.

Si questo tema, in ogni caso, si parlerà in modo approfondito nel mio prossimo libro "Digital Mindfulness", di uscita imminente.

Per approfondire:

facebook

apertura

responsabilità

informazione

interdipendenza

via di mezzo

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City

[La foto è di Michael Newhall] read more
Paolo SubioliFacebook può favorire l’apertura mentale

Phubbing: così lo smartphone ci rende infelici

by Paolo Subioli No comments

Lars Plougmann, Smartphone chatPhubbing è una parola dal significato nuovo, che esprime un comportamento profondamente radicato nella società. Phubbing è infatti un neologismo che deriva dall'unione di "phone", telefono, e "snubbing", snobbare, ed esprime la pratica di stare con gli occhi puntati sullo smartphone mentre si è in compagnia di altre persone.

Il phubbing è universalmente condannato ma altrettanto universalmente praticato. La diffusione dello smartphone è stata infatti troppo rapida perché si facesse in tempo a circoscrivere le modalità di comportamento ritenute accettabili. Oggi tutti riteniamo sconveniente metterci le dita nel naso mentre siamo a tavola, mentre sull'opportunità di scorrere i messaggi WhatsApp, col telefono accanto al piatto, ancora qualche dubbio rimane.

Siamo in una fase storica cruciale, da questo punto di vista, di fronte a un bivio, perché l'abitudine di non guardare in faccia la persona con la quale ci troviamo - così come quella di evitare le conversazioni a favore della messaggistica scritta - potrebbe diventare un comportamento ritenuto accettabile. Oppure, al contrario, potrebbe sorgere un nuovo tipo di consapevolezza, che ci porti a utilizzare i media digitali come estensioni sane della nostra mente, senza dover sacrificare gli aspetti più preziosi della nostra esistenza umana.

Io credo che il phubbing non vada combattuto a colpi di condanne, né vadano adottate le categorie di giusto e sbagliato. Ciò che serve è maggiore consapevolezza. È importante capire perché sentiamo tanto il bisogno di puntare gli occhi sullo smartphone, un bisogno che a volte è perfino più forte del desiderio di guardare negli occhi la persona amata.

Perché il phubbing

Lo smartphone è lo strumento per eccellenza delle relazioni. Ci permette di telefonare, ma anche di rimanere in contatto con vecchi amici, organizzare appuntamenti, ricevere notizie dai vari conoscenti. Averlo a disposizione ci consente di soddisfare alcuni bisogni umani ancestrali:

  • il bisogno di affiliazione, che ci spinge verso l'appartenenza a gruppi e comunità umane di vario tipo;
  • il desiderio di non rimanere soli, che deriva dalla vulnerabilità dell'individuo rimasto isolato in un contesto popolato da nemici e/o animali predatori.

Non deve sembrare strano che un oggetto tecnologicamente così evoluto si metta al servizio di esigenze tipiche del cosiddetto uomo primitivo. In fondo siamo sempre gli stessi. Se comprendiamo questo meccanismo, smettiamo ci considerarci stupidi se passiamo il tempo su Facebook o WhatsApp anche nelle situazioni meno opportune. Questi bisogni ancestrali emergono dal profondo e non sappiamo ancora tenerli sotto controllo, perché gli oggetti attraverso cui si manifestano, gli smartphone, esistono da troppo poco tempo. Si pensi che il primo di essi, l'iPhone, è comparso sul mercato nel 2007 e oggi gli utilizzatori di smartphone sono già 2,1 miliardi!

Un altro motivo per cui ci dedichiamo al phubbing - sotto sotto - è che rivolgere l'attenzione allo smartphone ci toglie dall'imbarazzo di tante situazioni tipiche delle relazioni, come il non sapere cosa dire, il dover affrontare emozioni che preferiremmo evitare, il dover guardare negli occhi le altre persone, e così via. I dispositivi digitali stanno diventando nemici della conversazione, come ha sottolineato molto bene la studiosa Sherry Turkle. Evitare la conversazione ricorrendo alla messaggistica dello smartphone ci rende più abili nel misurare le parole, ma anche sempre più incapaci a interpretare i desideri e gli stati d'animo altrui.

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Inoltre maneggiare il nostro dispositivo ci nette al riparo dalla cosiddetta noia. Siamo troppo abituati a ricevere stimoli di continuo, per poterci permettere qualche minuto da soli con la nostra mente. La nostra attenzione è così stimolata che abbiamo ormai perfino paura di rimanere soli con noi stessi. Se non ci guardiamo mai "dentro", come potremmo scoprire chi siamo veramente?

Ma lo smartphone è anche un messaggero che potrebbe in ogni momento essere foriero di qualcosa di interessante per noi, il veicolo di quella svolta nella nostra vita che non abbiamo mai saputo cercare e che potrebbe arrivare da un momento all'altro, come ha raccontato Giacomo Papi in questo divertente articolo.

Per tutte queste ragioni, e sicuramente anche per altre, ce ne stiamo con gli occhi puntati sul nostro piccolo schermo.

Cosa possiamo fare

Il phubbing, cioè usare lo smartphone mentre siamo in compagnia, non deve diventare un'abitudine accettata. Non possiamo tornare indietro, perché ormai la tecnologia è andata avanti, ma neanche farci dominare dalla tecnologia stessa, E non possiamo certo chiedere al Governo di fare qualcosa, perché è da noi stessi che dobbiamo cominciare. Senzza troppo, propongo alcuni spunti di riflessione.

  1. La famiglia è l'ambito sociale dove si può fare di più, non solo ponendo dei limiti - come non permettere che si portino i dispositivi in tavola - ma anche promuovendo il dialogo come forma di relazione genitori-figli fin dai primi giorni di vita, e incoraggiando la vita all'aria aperta e off-line. Nella coppia si possono stabilire di comune accordo le varie situazioni in cui il telefono non deve essere presente.
  2. La conversazione a voce va in generale preferita la messaggio scritto, specie se sono in gioco aspetti relazionali come l'amicizia. Ad esempio è molto meglio telefonare agli amici il giorno del loro compleanno, piuttosto che fare gli auguri su Facebook. Ma anche le problematiche sul lavoro andrebbero affrontate a voce, sin dalle più piccole. Neanche nomino le comunicazioni cruciali in tema sentimentale, pur sapendo che è molto diffusa tra i ragazzi l'usanza di mettersi insieme e lasciarsi tramite messaggi scritti.
  3. Ciascuno di noi potrebbe farsi una lista personale di zone off-limits entro le quali vietarsi l'uso dello smartphone (in coppia, a letto, a tavola, coi figli, in riunione, ecc.).
  4. Quando siamo con le persone a cui teniamo di più, il modo più efficace per dimostrare il nostro amore è di rivolgere loro tutta la nostra attenzione, al cento per cento, senza fare altro nel frattempo.
  5. Il telefono va considerato uno strumento al nostro servizio, una macchina neutrale per la quale è perfino indifferente essere accesa o spenta. Dunque la responsabilità di qualsiasi eccesso è unicamente nostra e non del dispositivo.
  6. Infine non dobbiamo dimenticare che ormai lo smartphone è parte integrante della nostra mente, quindi di noi stessi. Non esagero: pensateci un attimo. Dunque dobbiamo trattarlo con la massima gentilezza e stabilire con lui un rapporto sano e soddisfacente, senza sensi di colpa né ipocrisie.

Origine della parola phubbing

Il termine phubbing è stato inventato a seguito di una campagna promossa da un dizionario australiano, il Macquarie Dictionary, e ideata dall'agenzia McCann. Un gruppo di autori, poeti ed esperti di linguistica fu invitato a coniare un nuovo termine per indicare quel tipo di comportamento. A seguito della scelta della parola fu lanciata la campagna Stop Phubbing, nella quale si invitava a boicottare la pratica del phubbing, anche con l'aiuto di una pagina Facebook.

Come si pronuncia phubbing

Per pronunciare correttamente "phubbing" è necessario seguire alcune regole comuni dell'inglese parlato:

  • le due lettere ph si pronunciano come la nostra f;
  • le lettere doppie non si pronunciano;
  • la u si pronuncia come una a ma con la bocca ameno aperta, come nella parola "cup";
  • la g finale non si pronuncia.

Dunque chi vuole dire phubbing deve dire qualcosa che somiglia a fabin.

Per approfondire:

consapevolezza

conversazioni

smartphone

Sherry Turkle

L'articolo è stato originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Lars Plougmann, Stati Uniti] read more
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