Pratiche per il mondo digitale

Come usare consapevolmente le tecnologie digitali, anziché farci usare da loro

Come la tecnologia s’impossessa della nostra mente

by Paolo Subioli No comments

La tecnologia digitale s'impossessa della nostra mente giorno dopo giorno, dirottandola verso priorità che non sono le nostre e soprattutto che  non rispondono ai nostri interessi. È molto importante capire questi meccanismi, se vogliamo usare in modo  sano, libero e consapevole i vari dispositivi digitali - come smartphone e computer - e i servizi che essi veicolano, come quelli di Google, Facebook, Amazon e Apple.

I designer delle app e dei servizi online sanno come manipolare la volontà del pubblico, facendo leva su alcune nostre vulnerabilità, esattamente come fa un prestigiatore per persuaderci a non vedere il trucco che è proprio sotto i nostri occhi. L'obiettivo è quello di tenere in ostaggio la nostra attenzione, che è oggi il bene più prezioso, anche da un mero punto di vista economico. Non bisogna per l'appunto dimenticare che l'economia del web - dove tutto è gratis - è trainata dalla pubblicità.

Proviamo a vedere insieme, in concreto, a quali trucchi ricorrono i designer dell'economia digitale, per dirottarci verso attività che da soli non sceglieremmo mai. Lo facciamo con l'aiuto di Tristan Harris, ex designer di Apple e Google e oggi attivista per un'etica del design digitale.

La ciotola senza fine - In un famoso esperimento, il professor Brian Wansink ha dimostrato come le persone, se messe a mangiare davanti a una ciotola che si riempie di continuo, mangiano molto di più. Sfruttando lo stesso principio, YouTube e Netflix applicano la tecnologia dell'autoplay, che fa subito iniziare un video appena finisce quello che stavamo vedendo. E anche i feed di aggiornamento delle pagine - come ad esempio quelle di Facebook - non hanno una fine, presupponendo che potremmo andare avanti all'infinito. Ecco un tipico esempio di mente presa in ostaggio: iniziamo di nostra volontà a fare una cosa, poi veniamo trascinati a farne tante altre che non avevamo previsto.

Menu pilotati - Qualsiasi servizio online ci offre una serie di menu, sempre a disposizione, che ci danno l'illusione di poter scegliere liberamente. Il punto è che si tratta sempre di scelte limitate, dove le voci vengono selezionate dai designer in base alle priorità di chi offre il servizio, che di solito sono di trattenerci lì più a lungo possibile. La nostra esigenza è magari quella di soddisfare al più presto un certo bisogno, per poi passare a fare altro, ma le scelte dei menu non sono progettate per questo. E l'attenzione è di nuovo presa in ostaggio.

Effetto slot machine - La slot machine è un gioco che fa perdere tanti soldi, lo sanno tutti, eppure ha un successo incredibile in tutto il mondo. Una delle spiegazioni sta nel meccanismo della ricompensa variabile e intermittente, che tiene incollato il giocatore, motivato dall'attesa della prossima ricompensa. Cos'altro spinge alcune persone a controllare il telefono fino a 150 volte al giorno? Controllare l'email, vedere quanti like ha ricevuto il nostro post su Facebook o Instagram, scorrere il feed di un social qulsiasi. Ecco l'effetto slot machine in azione. E la mente è sempre sotto scacco.

Paura di perdere qualcosa d'importante - Un altra leva utilizzata dalle app per dirottare la nostra mente è la paura di perdere qualcosa d'importante. Ci fanno capire o credere che al loro interno possiamo trovare qualcosa di importante per noi (un conoscente che avevamo perso di vista, una notizia significativa, un'opportunità lavorativa) e in questo modo ci ritorniamo periodicamente, oppure ci iscriviamo alla newsletter o attiviamo le notifiche. Il punto è che sempre nella vita ci stiamo perdendo qualcosa di importante, ma nel frattempo la cosa migliore da fare è vivere il momento presente.

Approvazione sociale - Tutti abbiamo bisogno di approvazione sociale: è una delle leve fondamentali del nostro comportamento, sin dalla notte dei tempi. I social utilizzano questa nostra debolezza per agganciarci di continuo: ci propongono persone che potremmo conoscere, ci inducono a "taggare" i nostri amici nelle foto, così da fare arrivare loro una notifica, e così via.

L'elenco non finisce qui, e vi consiglio per questo di leggere un articolo esaustivo di Tristan Harris su questo argomento, oppure di guardare il suo intervento al TED. Lui pone l'accento sull'etica del design: chi progetta i servizi online dovrebbe spostare la priorità verso i bisogni reali delle persone, se gli/le viene permesso. Noi che non siamo designer possiamo fare ugualmente molto: mantenerci consapevoli in ogni momento, specie quando siamo a contatto con i servizi digitali, in modo da conservare sempre una chiara visione delle nostre priorità. In questa storia non ci sono né buoni né cattivi. C'è solo una grande industria dell'intrattenimento che segue determinati meccanismi, di cui noi siamo parte attiva, e proprio per questo dobbiamo spingere nella direzione più sana.

Non avere tempo

Tutti oggi ci lamentiamo tanto di non avere tempo. Non avere tempo per se stessi, non avere tempo per gli amici, non avere tempo per i figli. È proprio così: oggi il tempo non ci basta mai.

Ma se sommassimo tutto il tempo passato nel corso della giornata per svolgere piccole azioni non programmate - come controllare le notifiche dello smartphone e poi vedere video "divertenti", scorrere il feed di Facebook o di Instagram, saltare da una condivisione all'altra, da un post a un articolo - ci accorgeremmo di cosa significa in concreto farsi dirottare la mente verso destinazioni non previste. E la nostra vita e sempre di più è nelle mani di altri, che non sappiamo neanche bene chi siano veramente.

 

Per approfondire:

media digitali

Facebook

Digital Mindfulness

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

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Paolo SubioliCome la tecnologia s’impossessa della nostra mente

Facebook può favorire l’apertura mentale

by Paolo Subioli No comments

Facebook può favorire l'apertura mentale, anche se spesso può sembrarci che avvenga il contrario. Ce lo dice un testimone d'eccezione come Dan Zigmond, il quale è monaco zen e, al tempo stesso, direttore dell’Analytics a Facebook. Dipende tutto da come la usiamo, Facebook - come del resto succede per qualsiasi altro strumento – e dalla consapevolezza che sappiamo metterci.

In Facebook Dan si occupa del News Feed, ovvero dell’algoritmo che determina quali notizie vengono mostrate di volta in volta agli utenti del social network. È una grossa responsabilità, perché Facebook – sempre più mezzo primario per l’accesso all’informazione - esercita una forte influenza sui singoli individui e sulla società. In occasione delle ultime elezioni negli Stati Uniti, l’azienda di San Francisco era stata accusata di parzialità. In conseguenza di ciò, ha dovuto mettere in campo una serie di azioni contro la diffusione di fake news e informazione manipolata all’interno della propria rete. La mission di Facebook, ama ricordare Dan, è proprio quella di rendere il mondo più aperto e più connesso.

Zigmond è la voce più autorevole per consigliarci su come esercitare la consapevolezza quando stiamo sui social media. Personalmente trovo nelle sue parole conferma di quanto ho scritto più volte sia in questo sito sia nel libro “Zen in the City”. “Uno degli insegnamenti centrali del Buddha è quello che abbiamo bisogno di porre attenzione", ci dice. "Dobbiamo mettere attenzione a ciò che facciamo online allo stesso modo di come avviene nel mondo reale". Abbiamo dunque sintetizzato in 7 punti le indicazioni più utili che si possono ricavare da uno degli ultimi interventi di Dan Zigmond, l'intervista che ha rilasciato per il sito Lion's Roar.

7 modi per aprire la propria mente grazie a Facebook

  1. Disinformazione: è sempre esistita, in tutte le epoche. Ora con internet e i social media diffondere e accedere all’informazione è molto più facile ed economico. È più facile sia diffondere la verità, sia le falsità. Dunque nell’era di Facebook è sempre più importante esercitare la consapevolezza in tutti i nostri tipi di relazione.
  2. Pluralismo: internet ce ne porta di più, rispetto al passato. “Il mondo è più connesso. Il mondo è più aperto. Penso che sia un’ottima cosa. Significa che vengono ascoltate più voci”, dice Dan. Su Facebook siamo esposti a idee di molte fonti diversi e molti lati diversi. Dobbiamo essere consapevoli di ciò che viene detto e di chi lo dice, perché contribuisce a formare le nostre opinioni. Dobbiamo coltivare una mente che è al tempo stesso aperta agli altri punti di vista e critica rispetto ad essi.
  3. Apertura mentale: Facebook può favorirla. “Ho amici con le idee più diverse, di diversa appartenenza religiosa e culturale e in Paesi diversi. Così ho l’opportunità di essere a contatto con punti di vista diversi e rimanere aperto ad essi. Cerco di rimanere amico con persone che dicono regolarmente cose con le quali sono in disaccordo”. “Incoraggio le persone a non togliere l’amicizia a causa di idee diverse. Rimanete connessi e mantenete il dialogo aperto. Cliccate sui link che vengono condivisi e andate a vedere cosa viene discusso, partecipate. I punti di vista diversi si trovano alla distanza massima di uno o due click. Ma ciò richiede comunque un minimo sforzo di andarseli a cercare. Spero che la gente lo faccia”.
  4. Responsabilità: Facebook è una piattaforma per tutte le idee. “Il grande potere dei social media è che ciascuno di noi può creare il proprio flusso d’informazione sulla base di chi ha scelto, sia come persone con cui connettersi, sia come fonti. Sta a te stabilire ciò che vuoi vedere. Questo meccanismo facilita molto la circolazione di idee, ma ci dà anche una responsabilità: quella di creare in modo consapevole la nostra rete sociale”.
  5. Confronto: “A tutti ci fa piacere quando ci si dà ragione e dispiacere quando ci si dà torto. È normale. L’importante è esserne consapevoli e notare qual è la nostra reazione in questi casi”. “Il concetto buddhista di ‘retta parola’ è molto utile per sapere come comportarci online. Nel decidere se è giusto dire una certa cosa, il criterio da seguire è dunque se essa è vera, se è necessaria e se è gentile. Se online ce lo ricordiamo, possiamo godere di una comunicazione vera e autentica. Al contrario, i problemi nascono quando anche uno solo dei tre attributi è assente. Capita di scrivere cose che non si direbbero a voce, figurarselo può aiutare a essere più consapevoli. Quando ci si accorge che una conversazione sta prendendo una piega dannosa, è il momento di fare un passo indietro, per tornare ai principi della comunicazione consapevole. A volte può essere facile scivolare in scambi di battute poco gentili, e allora quando scrivo, cerco di immaginarmi di avere quell'interlocutore di fronte e parlargli direttamente di persona”.
  6. Interconnessione: è molto interessante la stretta relazione che Dan Zigmond vede tra Facebook e il buddhismo. “Per il buddhismo, siamo tutti strettamente interconnessi, ma viviamo nell’illusione di un sé indipendente e separato dagli altri. È connettendoci con gli altri che possiamo recidere questa illusione: più lo facciamo, più capiamo che gli altri sono parte di noi e noi siamo parte di loro. La missione di Facebook è proprio quella di connettere le persone. Mettendo in connessione il mondo, le piattaforme come Facebook ci aiutano a prendere coscienza delle connessioni che già esistono tra di noi. Il mio lavoro a Facebook è un po’ questo. Aiuto le persone a manifestare questo senso di connessione che è così facile perdere e che è la radice di buona parte della nostra sofferenza. Connettendosi con gli altri possiamo prendere parte ai loro problemi e ai loro trionfi e aprirci veramente a questa profonda interconnessione”.
  7. Comunità: i social network facilitano la creazione di comunità, che a differenza del passato non hanno bisogno di basarsi sulla prossimità fisica. Le tecnologie hanno di positivo che facilitano la connessione tra le persone. Anche per le comunità buddhiste i social network possono essere importanti nel mantenere in contatto le persone. Tutti hanno una vita piena di impegni e così chi è interessato ad esempio al San Francisco Zen Center può sapere le attività che vi si svolgono e seguire gli streaming web, senza perdere il contatto.

Alla ricerca della via di mezzo

La chiave del futuro, secondo Dan Zigmond, è trovare un bilanciamento tra l'adozione di nuove strade per realizzare la condizione umana e il mantenere la memoria della saggezza antica. Le verità fondamentali della nostra esistenza non cambiano con le tecnologie. Anche in questo caso va trovata una via di mezzo: utilizzare tutto il buono che le app ci possono dare, senza però pensare che le tecnologie siano la panacea di tutti i problemi.

Si questo tema, in ogni caso, si parlerà in modo approfondito nel mio prossimo libro "Digital Mindfulness", di uscita imminente.

Per approfondire:

facebook

apertura

responsabilità

informazione

interdipendenza

via di mezzo

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City

[La foto è di Michael Newhall] read more
Paolo SubioliFacebook può favorire l’apertura mentale

Figli adolescenti e smartphone, cosa fare?

by Paolo Subioli No comments

Molti genitori di ragazzi adolescenti sono preoccupati per l’uso ossessivo degli smartphone da parte dei propri figli. Vedono che i giovani sono perennemente con gli occhi sui propri dispositivi, e ovunque si trovino cercano una connessione wi-fi per poter continuare con le proprie attività sui social media. Quando stanno insieme tra loro, ciascuno è preso del proprio schermo e sembra non interagire con gli altri. I ragazzi passano molto tempo in casa, sono restii a parlare con gli adulti, o anche solo a scambiare due chiacchiere, non leggono, e sembra che siano interessati solo a ciò che passa attraverso i media elettronici.

Le nuove generazioni sono nate in epoca digitale e dunque il loro approccio alla realtà, alla conoscenza e alle relazioni e persino al proprio corpo è completamente diverso da chi, come me, è cresciuto nel XX secolo. Diversi studiosi hanno portato alla luce  aspetti problematici nel rapporto tra giovani e nuovi media. Sherry Turkle, ad esempio, ha evidenziato come l’abitudine a interagire tramite sistemi di messaggistica comporti per gli adolescenti un sostanziale analfabetismo emotivo. Da piccoli, a forza di parlare con gli adulti, impariamo a interpretarne anche il linguaggio non verbale, quello che esprime la componente emotiva della nostra comunicazione, e così apprendiamo i fondamentali sul mondo delle emozioni. Questo non avviene se il dialogo è mediato da una macchina, specialmente se esso è asincrono.

Ma sappiamo tutti che emergono con forza anche altri problemi importanti, come l’incapacità a concentrarsi o quella di memorizzare. L’approccio sempre più superficiale alla conoscenza, l’ossessione per il proprio aspetto e la smania per la propria reputazione online. La scarsità di esercizio fisico, il contatto scarso o inesistente con gli elementi naturali, la mancanza di manualità.

Ciascuno ha i propri guai e preoccupazioni con i propri figli e tutti ci chiediamo come se la caveranno da adulti.

Perché non dobbiamo preoccuparci

Io credo che non sia il caso di preoccuparsi. In primo luogo perché ciascuna delle molte generazioni di umani che ha abitato la terra ha dovuto fare i conti con la realtà del proprio tempo, ogni volta in un modo diverso, molto spesso drammatico. Oggi la velocità del cambiamento è impressionante e ciò ci disorienta in modo particolare. Ma continua sempre lo stesso antico trend: ogni essere umano (e non solo umano) ha subito gli effetti – nel bene e nel male – delle generazioni precedenti, e ha a sua volta posto le basi per il benessere o il malessere dei propri discendenti. Così va il mondo.

Ma la domanda fondamentale che ci poniamo è se possiamo fare qualcosa come genitori per il futuro dei nostri figli, da questo punto di vista. La mia risposta è sì, possiamo fare molto. È per questo che non dobbiamo preoccuparci.

Ogni parola che scambiamo coi nostri figli - così come ogni nostro gesto e ogni attività che proponiamo loro - pianta un seme nella loro coscienza, che si svilupperà quando saranno adulti. Possono essere semi di gioia o di sofferenza, di piacere o di dolore, di benessere o di depressione. Questo l’abbiamo sperimentato tutti. Quei semi nel corso della vita vengono “innaffiati” da qualche evento o da qualche parola ascoltata – per usare la metafora suggerita dal maestro Thich Nhat Hanh – e germogliano, portando i propri frutti. Ma un seme di limone non può dare vita a una banana. I semi piantati seguono il proprio corso, e non si può tornare indietro.

Dobbiamo dunque scegliere consapevolmente quali semi piantare nelle coscienze dei nostri figli. Se piantiamo semi buoni, i frutti saranno probabilmente buoni, quando matureranno in un contesto che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Questo è tutto. Non dobbiamo mai preoccuparci né avere paura. Solo scegliere di volta in volta qual è la cosa migliore da fare.

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Genitori, cosa fare

Per venire ai consigli pratici, tutti sappiamo che gli effetti del comportamento dei genitori sono massimi nei primi giorni di vita, per poi diminuire lentamente nel corso del tempo. Parlare il più possibile ai piccoli anche quando non capiscono il linguaggio è vitale. Ragionandoci un po’, chiunque capisce che è molto diverso addormentare un cucciolo umano cantandogli una canzone piuttosto che mettergli accanto un iPad che suona la ninna nanna. Parlarsi, toccarsi, baciarsi: sono comportamenti che ci rendono profondamente umani e che nessuna macchina potrà mai surrogare. Questo chiede un piccolo homo sapiens ai propri genitori, che siano naturali o adottivi, eterosessuali o gay. È questo il segno immortale che i genitori lasceranno nel mondo.

Un altro ambito che i molti anni di riflessione su questi temi mi hanno portato a considerare cruciale è quello del rapporto con la natura. Oggi tutti passiamo molto meno tempo all’aperto rispetto al passato, per buona parte dell’anno in ambienti a clima controllato, perché non vgliamo più provare né il caldo né il freddo. In questi luoghi chiusi è ormai del tutto abbandonato il rapporto naturale tra il giorno e la notte. Nell’arco di tutte le 24 ore abbiamo qualcosa da fare, grazie soprattutto ai dispositivi digitali. E in questa “zona di comfort” ci adagiamo, dimentichi di tanti aspetti del mondo naturale.

Le nuove generazioni conoscono solo questa dimensione. Molti dei ragazzi di oggi passano il week-end e il resto del tempo libero nei centri commerciali. Sono i loro genitori che ce li portano sin da piccoli. Ma dobbiamo ricordarci che altre esperienze che ci rendono profondamente umani sono la sensazione di caldo e di freddo, il sudore, il contatto della pelle con la pioggia e con il sole, l’immersione nell’acqua, la fatica di una salita o di una corsa, il contatto con la terra e con la vegetazione. Sono anche scientificamente provati i molti effetti positivi che la sola vista di un ambiente naturale ha sulla nostra psiche. Portare i bambini e i ragazzi a contatto con la natura è uno dei doni più grandi e dagli effetti più duraturi che possiamo fare loro. Negargliela è una violenza.

Infine, cosa devono fare i genitori che assistono sconcertati al rapporto d’amore tra i propri figli adolescenti e gli smartphone? Provate a pensarci. Non possiamo noi da soli cambiare il mondo, non possiamo fermare il progresso tecnologico. Se tutti i ragazzi fanno così, possiamo pretendere che i nostri figli siano del tutto diversi? Ma anche nell’ineluttabilità degli attuali trend abbiamo molti margini di manovra. Ad esempio, continuare con ostinazione a parlare con loro, non accettando che tutto passi attraverso i sistemi di messaggistica. Prestare attenzione a quello che fanno quando li portiamo al parco, anziché rimanere tutto il tempo impegnati col nostro cellulare. Stabilire zone franche dove il dispositivo non deve essere presente, come a tavola o a letto. Proporre piccole vacanze, possibilmente divertenti, in luoghi privi di connessione. Affrontare con loro questo tema specifico dialogando. Ma soprattutto essere di esempio, grazie a un rapporto sano coi dispositivi digitali, con il proprio corpo e con la loro mente. Ogni tanto i ragazzi alzano gli occhi dal loro schermo per vedere cosa stiamo facendo noi genitori.

Per approfondire:

smartphone

adolescenza

genitori

internet

semi

[contentblock id=28 img=gcb.png] [La foto è di Esther Vargas, Perù] read more
Paolo SubioliFigli adolescenti e smartphone, cosa fare?

6 principi etici per condividere le notizie online

by Paolo Subioli No comments

Condividere notizie sul web è un'azione alla portata di chiunque, che può provocare conseguenze molto importanti. Di fake news e bufale sul web ne girano veramente tante - specie tramite social media come Facebook, Pinterest e Twitter - e spesso sono confezionate ad arte per disinformare e orientare l'opinione pubblica in un senso o nell'altro. Si parla ormai da tempo di "post-verità" per descrivere questo fenomeno, che secondo molti ha avuto un ruolo decisivo perfino in eventi elettorali come il referendum britannico sulla Brexit o l'elezione di Donald Trump.

L'informazione sta cambiando molto per via del web. Un tempo le testate giornalistiche svolgevano la funzione di filtro, per selezionare le notizie da diffondere, e al lettore non rimaneva altro che scegliere la testata di cui fidarsi. Oggi la responsibilità della scelta è molto più in mano ai singoli cittadini, che con i loro "mi piace" e tramite le condivisioni possono decidere quali sono le notizie meritevoli di avere più diffusione.

Dunque abbiamo tutti una grossa responsabilità. Le notizie che contribuiamo a diffondere online possono portare al governo un candidato piuttosto che un altro, contribuire a far dimettere un ministro o persino spingere qualcuno al suicidio, come è già successo. Ogni tanto c'è chi propone di imporre filtri o forme di regolamentazione per legge. Gli stessi social network mettono a punto sistemi per cercare di fermare il fenomeno delle bufale sul web.

Ma la vera soluzione al problema delle bufale sul web e della post-verità sta nella nostra consapevolezza. Solo quando avremmo imparato a usare con responsabilità questi media così nuovi potremo dire che il passaggio di potere dai giornalisti verso noi lettori è stato veramente positivo.

David Osimo, esperto di politica e tecnologia e fondatore di Open Evidence, ha proposto un piccolo vademecum di 6 principi-guida, che condivido volentieri in lingua italiana. Anche nel nostro Paese ne abbiamo molto bisogno!

Principi per condividere notizie sul web

  1. Leggi la notizia fino in fondo e con attenzione. Se senti un impulso immediato di condividere senza neanche leggere fai anche più attenzione: probabilmente è perché la notizia è stata concepita proprio per incitare alla condivisione.
  2. Verifica la fonte di ciò che condividi. Non condividere nulla di cui non puoi rintracciare l'origine. Sarebbe ancora meglio se avessi a disposizione due diverse fonti, possibilmente con una buona reputazione. Non è difficile.
  3. Verifica che la notizia non sia già stata smascherata come una bufala. Basta cercarla con Google.
  4. Sospetta per principio di qualsiasi notizia presentata in modo tale da invitare alla condivisione. È molto probabile che sia una bufala!
  5. Non copiare e incollare i messaggi che ricevi, specie se contengono verbi in prima persona. Ti sarà capitato forse di ricevere messaggi su Whatsapp che iniziano con "Ho amici nella polizia" o "A un mio amico è successa questa storia". Naturalmente mi fido quando un amico mi dice di avere una fonte diretta, ma la verità è spesso che non ha affatto tali conoscenze, ha copiato e incollato il testo da un altro messaggio. Se fai copia-incolla, menti direttamente ai tuoi amici.
  6. Più di ogni altra cosa, ricorda il racconto del ragazzo che gridava "Al lupo! Al lupo!". Se condividi notizie false, la gente finirà per non crederti più.

L'articolo è stato originariamente pubblicato su Zen in the City.

Libri per approfondire:

[La foto è della ITU - International Telecommunication Union] read more
Paolo Subioli6 principi etici per condividere le notizie online

Phubbing: così lo smartphone ci rende infelici

by Paolo Subioli No comments

Lars Plougmann, Smartphone chatPhubbing è una parola dal significato nuovo, che esprime un comportamento profondamente radicato nella società. Phubbing è infatti un neologismo che deriva dall'unione di "phone", telefono, e "snubbing", snobbare, ed esprime la pratica di stare con gli occhi puntati sullo smartphone mentre si è in compagnia di altre persone.

Il phubbing è universalmente condannato ma altrettanto universalmente praticato. La diffusione dello smartphone è stata infatti troppo rapida perché si facesse in tempo a circoscrivere le modalità di comportamento ritenute accettabili. Oggi tutti riteniamo sconveniente metterci le dita nel naso mentre siamo a tavola, mentre sull'opportunità di scorrere i messaggi WhatsApp, col telefono accanto al piatto, ancora qualche dubbio rimane.

Siamo in una fase storica cruciale, da questo punto di vista, di fronte a un bivio, perché l'abitudine di non guardare in faccia la persona con la quale ci troviamo - così come quella di evitare le conversazioni a favore della messaggistica scritta - potrebbe diventare un comportamento ritenuto accettabile. Oppure, al contrario, potrebbe sorgere un nuovo tipo di consapevolezza, che ci porti a utilizzare i media digitali come estensioni sane della nostra mente, senza dover sacrificare gli aspetti più preziosi della nostra esistenza umana.

Io credo che il phubbing non vada combattuto a colpi di condanne, né vadano adottate le categorie di giusto e sbagliato. Ciò che serve è maggiore consapevolezza. È importante capire perché sentiamo tanto il bisogno di puntare gli occhi sullo smartphone, un bisogno che a volte è perfino più forte del desiderio di guardare negli occhi la persona amata.

Perché il phubbing

Lo smartphone è lo strumento per eccellenza delle relazioni. Ci permette di telefonare, ma anche di rimanere in contatto con vecchi amici, organizzare appuntamenti, ricevere notizie dai vari conoscenti. Averlo a disposizione ci consente di soddisfare alcuni bisogni umani ancestrali:

  • il bisogno di affiliazione, che ci spinge verso l'appartenenza a gruppi e comunità umane di vario tipo;
  • il desiderio di non rimanere soli, che deriva dalla vulnerabilità dell'individuo rimasto isolato in un contesto popolato da nemici e/o animali predatori.

Non deve sembrare strano che un oggetto tecnologicamente così evoluto si metta al servizio di esigenze tipiche del cosiddetto uomo primitivo. In fondo siamo sempre gli stessi. Se comprendiamo questo meccanismo, smettiamo ci considerarci stupidi se passiamo il tempo su Facebook o WhatsApp anche nelle situazioni meno opportune. Questi bisogni ancestrali emergono dal profondo e non sappiamo ancora tenerli sotto controllo, perché gli oggetti attraverso cui si manifestano, gli smartphone, esistono da troppo poco tempo. Si pensi che il primo di essi, l'iPhone, è comparso sul mercato nel 2007 e oggi gli utilizzatori di smartphone sono già 2,1 miliardi!

Un altro motivo per cui ci dedichiamo al phubbing - sotto sotto - è che rivolgere l'attenzione allo smartphone ci toglie dall'imbarazzo di tante situazioni tipiche delle relazioni, come il non sapere cosa dire, il dover affrontare emozioni che preferiremmo evitare, il dover guardare negli occhi le altre persone, e così via. I dispositivi digitali stanno diventando nemici della conversazione, come ha sottolineato molto bene la studiosa Sherry Turkle. Evitare la conversazione ricorrendo alla messaggistica dello smartphone ci rende più abili nel misurare le parole, ma anche sempre più incapaci a interpretare i desideri e gli stati d'animo altrui.

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Inoltre maneggiare il nostro dispositivo ci nette al riparo dalla cosiddetta noia. Siamo troppo abituati a ricevere stimoli di continuo, per poterci permettere qualche minuto da soli con la nostra mente. La nostra attenzione è così stimolata che abbiamo ormai perfino paura di rimanere soli con noi stessi. Se non ci guardiamo mai "dentro", come potremmo scoprire chi siamo veramente?

Ma lo smartphone è anche un messaggero che potrebbe in ogni momento essere foriero di qualcosa di interessante per noi, il veicolo di quella svolta nella nostra vita che non abbiamo mai saputo cercare e che potrebbe arrivare da un momento all'altro, come ha raccontato Giacomo Papi in questo divertente articolo.

Per tutte queste ragioni, e sicuramente anche per altre, ce ne stiamo con gli occhi puntati sul nostro piccolo schermo.

Cosa possiamo fare

Il phubbing, cioè usare lo smartphone mentre siamo in compagnia, non deve diventare un'abitudine accettata. Non possiamo tornare indietro, perché ormai la tecnologia è andata avanti, ma neanche farci dominare dalla tecnologia stessa, E non possiamo certo chiedere al Governo di fare qualcosa, perché è da noi stessi che dobbiamo cominciare. Senzza troppo, propongo alcuni spunti di riflessione.

  1. La famiglia è l'ambito sociale dove si può fare di più, non solo ponendo dei limiti - come non permettere che si portino i dispositivi in tavola - ma anche promuovendo il dialogo come forma di relazione genitori-figli fin dai primi giorni di vita, e incoraggiando la vita all'aria aperta e off-line. Nella coppia si possono stabilire di comune accordo le varie situazioni in cui il telefono non deve essere presente.
  2. La conversazione a voce va in generale preferita la messaggio scritto, specie se sono in gioco aspetti relazionali come l'amicizia. Ad esempio è molto meglio telefonare agli amici il giorno del loro compleanno, piuttosto che fare gli auguri su Facebook. Ma anche le problematiche sul lavoro andrebbero affrontate a voce, sin dalle più piccole. Neanche nomino le comunicazioni cruciali in tema sentimentale, pur sapendo che è molto diffusa tra i ragazzi l'usanza di mettersi insieme e lasciarsi tramite messaggi scritti.
  3. Ciascuno di noi potrebbe farsi una lista personale di zone off-limits entro le quali vietarsi l'uso dello smartphone (in coppia, a letto, a tavola, coi figli, in riunione, ecc.).
  4. Quando siamo con le persone a cui teniamo di più, il modo più efficace per dimostrare il nostro amore è di rivolgere loro tutta la nostra attenzione, al cento per cento, senza fare altro nel frattempo.
  5. Il telefono va considerato uno strumento al nostro servizio, una macchina neutrale per la quale è perfino indifferente essere accesa o spenta. Dunque la responsabilità di qualsiasi eccesso è unicamente nostra e non del dispositivo.
  6. Infine non dobbiamo dimenticare che ormai lo smartphone è parte integrante della nostra mente, quindi di noi stessi. Non esagero: pensateci un attimo. Dunque dobbiamo trattarlo con la massima gentilezza e stabilire con lui un rapporto sano e soddisfacente, senza sensi di colpa né ipocrisie.

Origine della parola phubbing

Il termine phubbing è stato inventato a seguito di una campagna promossa da un dizionario australiano, il Macquarie Dictionary, e ideata dall'agenzia McCann. Un gruppo di autori, poeti ed esperti di linguistica fu invitato a coniare un nuovo termine per indicare quel tipo di comportamento. A seguito della scelta della parola fu lanciata la campagna Stop Phubbing, nella quale si invitava a boicottare la pratica del phubbing, anche con l'aiuto di una pagina Facebook.

Come si pronuncia phubbing

Per pronunciare correttamente "phubbing" è necessario seguire alcune regole comuni dell'inglese parlato:

  • le due lettere ph si pronunciano come la nostra f;
  • le lettere doppie non si pronunciano;
  • la u si pronuncia come una a ma con la bocca ameno aperta, come nella parola "cup";
  • la g finale non si pronuncia.

Dunque chi vuole dire phubbing deve dire qualcosa che somiglia a fabin.

Per approfondire:

consapevolezza

conversazioni

smartphone

Sherry Turkle

L'articolo è stato originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Lars Plougmann, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliPhubbing: così lo smartphone ci rende infelici

Etica del rating

by Paolo Subioli No comments

nosedive (black mirror)L'etica del rating è una nuova forma di impegno per gli esseri umani nell'era digitale. Tutti per esperienza sappiamo quanto siano importanti per le nostre scelte di consumo i rating degli utenti di servizi come TripAdvisor, Booking o Amazon. Ma tali siti e app sono anche pieni di giudizi falsi, pubblicati ad arte per promuovere determinati servizi o prodotti a danno di altri. Su tali piattaforme come su Apple Store e Google Play Store, il numero di falsi è spesso soverchiante rispetto ai rating genuini dei consumatori.

A scanso di equivoci, chiariamo subito che il "rating" è la classificazione - di solito da 1 a 5 stellette - che gli utenti dei servizi online possono attribuire ai servizi stessi (come le app) o a prodotti e servizi come ristoranti, libri, film, eccetera.

rating su tripadvisor

I giudizi falsi sono oggetto di un vasto business che coinvolge società specializzate e persino software che si inseriscono nei social media per riempirli di giudizi a una velocità che non sarebbe possibile ad alcun essere umano. Essi tolgono al consumatore (che poi è una persona come te e me) ogni difesa rispetto a venditori o esercenti disonesti o incapaci nel proprio mestiere. Inoltre questo rating disonesto non contribuisce a premiare chi ha delle capacità o chi si dà da fare per realizzare prodotti e servizi veramente utili per chi li acquista.

È dunque arrivato il momento di considerare il valore etico che possono assumere i rating e i giudizi pubblicati sulle piattaforme online che ciascuno di noi frequenta.

Pubblicare un giudizio su un'attività commerciale, siccome contribuisce a decretarne il successo o l'insuccesso, rende bene l'idea di quanto numerose e complesse siano le interconnessioni che legano noi esseri umani – e noi umani agli strumenti che utilizziamo – e quanto dunque ciascuno di noi dipenda dagli altri. Pubblicando un rating su un servizio che hai ricevuto ti farà percepire non solo che si è creato un legame con chi fornisce quel servizio, ma anche che quel legame perdura nel tempo. Questo è un esempio contemporaneo di quella dimensione che Thich Nhat Hanh chiama interessere e che altri maestri buddhisti hanno nei secoli indicato come originazione interdipendente.

Ma esercitare il proprio diritto di rating è anche una pratica di generosità. Se utilizzo una app e la trovo utile, il fatto di dedicare 2 o 3 minuti del mio tempo a scriverci un giudizio positivo è un atto non dovuto di pura generosità, senza contraccambio immediato. Praticare la generosità è il presupposto di qualsiasi cammino di trasformazione. In Asia la sequenza tipica degli insegnamenti spirituali è prima generosità, poi moralità poi ancora meditazione. Sharon Salzberg, in "L'arte rivoluzionaria della gioia", ci fa notare come la generosità abbia un potere di trasformazione, perché è caratterizzata dalla qualità interiore del lasciare andare o abbandonare.

Praticare l'etica del rating è anche uno dei tanti modi efficaci per prendersi cura del proprio karma digitale, il frutto delle nostre azioni che lasciamo in eredità al mondo.

Come fare

  1. Anche se sei una persona riservata e che non ama mettersi in mostra, considera la possibilità di lasciare un giudizio positivo su un ristorante o una struttura ricettiva nei quali ti sei trovato/a bene.
  2. Se non hai voglia di scrivere, puoi lasciare anche solo il rating con le stellette, se la piattaforma te lo permette.
  3. Fai lo stesso con i libri che hai letto, i film che hai visto, altri acquisti che hai effettuato.
  4. Considera che su Google Maps puoi lasciare rating e commenti anche su negozi e altri esercizi commerciali non presenti in piattaforme online.

Per approfondire:

generosità

interdipendenza

karma digitale

 

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è tratta dall'episodio "Nosedive" della serie TV "Black Mirror", nel quale si racconta di una società dove lo status sociale è completamente determinato dalla reputazione che gli altri cittadini attribuiscono a ciascuno tramite un punteggio da 1 a 5 per mezzo dello smartphone]
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Paolo SubioliEtica del rating

Il web che uccide va lasciato fare

by Paolo Subioli No comments

powtac, Hacker in the darknessSi è parlato molto negli ultimi tempi di "web che uccide" e di cyberbullismo, partendo dal caso della povera ragazza che ha preferito togliersi la vita, piuttosto che affrontare la gogna pubblica, dopo essere diventata una porno star suo malgrado. Aveva ingenuamente inviato a dei conoscenti filmati che la riprendevano nel corso di relazioni intime, e presto quei video hard si sono diffusi come contenuti "virali" nei social network e nei siti porno.

Pericoli inediti sembrano affacciarsi nelle vite delle persone più fragili, veicolati dalle tecnologie digitali. Ma è proprio così? Una nuova paura si aggiunge alle tante paure già così soverchianti nel mondo contemporaneo ed emerge una domanda di maggior sicurezza, che si traduce per lo più in nuove forme di chiusura e di isolamento.

Una comprensione profonda dei problemi è invece l'unica strada percorribile, di fronte alle ricadute tragiche di attività svolte online.

Schemi radicati nel passato

[contentblock id=55 img=gcb.png]Pur vivendo in un contesto tecnologicamente molto avanzato, la nostra società è dominata da schemi di comportamento profondamente radicati nel passato, che se si manifestano in forme in apparenza nuove. La donna sottoposta al ludibrio pubblico perché colpevole di oscenità è un modello presente sin dall'antichità, nelle società dominate dai maschi. Così come i ragazzi presi in giro perché omosessuali, o i disabili vittime di prepotenze, per considerare le tipiche vittime del cyberbullismo. La colpa storica degli omosessuali è sempre stata quella di interrompere la linea di trasmissione ereditaria delle proprietà, mentre i disabili nelle società antiche (comprese quelle greca e romana) venivano considerati punizioni degli dei e conseguentemente trattati.

Oggi senza rendercene conto ereditiamo quelle concezioni, che ci spingono all'intolleranza verso qualsiasi atteggiamento che mette in discussione un'organizzazione rigidamente patriarcale della società.

Dunque non è tanto il web che uccide, quanto il maschilismo disumano che cova sotto le apparenze di modernità, mescolato a un uso improprio dei media digitali. E il punto è proprio questo: imparare a usare consapevolmente i media digitali - cioè i dispositivi come i computer e gli smartphone, le applicazioni, i servizi online - per non farne il volano degli istinti più distruttivi.

Per un uso consapevole della condivisione

Può anche succedere che persone poco equilibrate pubblichino online materiali inappropriati, ma verrebbero ignorati se dopo la loro pubblicazioni non si innescasse una catena senza fine di condivisioni, spinte in parte dalla morbosità, ma soprattutto dalla superficialità.

Dobbiamo imparare a usare consapevolmente lo strumento della condivisione. La possibilità di condividere contenuti tramite i social network ci dà un potere enorme. È l'equivalente moderno del pettegolezzo, di molto potenziato.

Storicamente il pettegolezzo è stata una forma di comunicazione dal basso che ha svolto un importante ruolo sociale. Lo scambio di informazioni tra persone comuni ha sempre avuto funzioni insostituibili, come ad esempio:

  • mantenere legami all'interno di gruppi umani che si espandevano;
  • esercitare un controllo su comportamenti considerati dannosi;
  • dare alle donne la possibilità di esercitare un potere dal quale venivano di norma escluse.

Il pettegolezzo ha sempre avuto anche molti risvolti negativi. Molte reputazioni sono state distrutte da voci non veritiere passate di bocca in bocca, ovunque e in qualsiasi momento della storia.

Oggi con la condivisione abbiamo la possibilità di rendere più proficuo il passaggio di informazioni da persona a persona. I dispositivi digitali ci consentono infatti di riflettere, prima di effettuare il passaggio, filtrando così in base a ciò che riteniamo più opportuno. Il nostro click può essere parte di una catena che porta al suicidio di una ragazza oppure veicolo di informazioni utili a beneficio degli altri. La scelta è nostra e va ponderata bene.

5 consigli per una condivisione consapevole

Quando ti trovi di fronte un contenuto che reputi interessante, prima di condividerlo, contribuendo a rafforzarne la visibilità (i contenuti più condivisi sono "premiati" dai social network), considera i seguenti aspetti:

  1. il contenuto è attendibile? A volte si trovano persino citazioni attribuite a personaggi che non hanno mai pronunciato quelle frasi, ma siccome piacciono, tutti le condividono volentieri. Fai invece una piccola ricerca, usando Google e Wikipedia, per capire se quello che hai di fronte è un "fake" (falso) o è autentico.
  2. La fonte è attendibile? Prova a risalire al sito o alla persona da cui scaturisce il contenuto. Ti sembra attendibile? In genere lo sono la università, gli enti pubblici e le grandi testate giornalistiche. Per gli altri va valutato caso per caso.
  3. La condivisione di questo materiale può danneggiare qualcuno? Nel caso dei video hard della ragazza non dovrebbero esserci dubbi, ma quasi sempre è facile rispondere a questa domanda.
  4. La condivisione di questo materiale che tipo di clima contribuisce a creare? Di odio e rivalsa? Si vuole mettere qualcuno alla gogna? Alimenta la sfiducia e la disillusione? Se la risposta a queste domande è sì, è meglio rimandare, quanto meno.
  5. Condividere questo materiale può al contrario essere utile, perché contribuisce a diffondere e far conoscere qualcosa di bello, oppure a valorizzare azioni positive, o semplicemente diffonde informazioni utili? Anche in questo caso la risposta è facile.

Il potere che ci dà il web è grande. Siamo noi le sue braccia operative. Il web da solo non può uccidere nessuno. Lasciamolo così com'è, consentiamo che segua le sue regole di funzionamento, perché le cose belle e utili che ci consente di fare sono la sua vera natura.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di powtac] read more
Paolo SubioliIl web che uccide va lasciato fare

Noi unici responsabili della nostra distrazione

by Paolo Subioli 1 comment

Zak Cannon, DistractionsLa vera causa della nostra crescente distrazione sono i dispositivi digitali come gli smartphone, i tablet e i computer? Stare costantemente a contatto con la loro evanescente realtà virtuale è all'origine della nostra incapacità di vivere la nostra realtà, quale essa si presenta crudamente nella vita di tutti i giorni? Per descrivere la nostra condizione contemporanea, è stato evocato il mito della caverna di Platone.

Il mito della caverna di Platone descrive una condizione nella quale uomini prigionieri si trovano all'interno di una caverna, immobilizzati, col viso rivolto verso la parete. All'interno della caverna c'è un grande fuoco. Tra il fuoco e i prigionieri c'è un passaggio di persone, animali e oggetti, in modo tale che sia possibile vederne le ombre proiettate sulla parete. I prigionieri hanno così una conoscenza del mondo solo per il tramite di queste ombre. Qualora fossero liberati, la luce del sole li accecherebbe e preferirebbero tornare nella caverna. Riuscendo a vedere le cose reali, queste ultime sembrerebbero loro meno reali delle ombre alle quali erano abituati. E volendo in caso tornare indietro per esortare i propri compagni a liberarsi, non verrebbero creduti.

Il continuo e ripetuto contatto coi media digitali ci espone effettivamente a una condizione di realtà surrogata, che rischia di indebolire la nostra capacità di comprensione del reale. Se ad esempio ci riferiamo alla sfera emotiva, assistiamo oggi a un sicuro impoverimento – rafforzato anche dall'uso di emoticons per esprimere gli stati d'animo - che fiacca la nostra capacità di riconoscere e interpretare le emozioni proprie e altrui.

Viene dunque spontaneo incolpare della nostra distrazione elementi a noi esterni, come gli smartphone o gli stimoli visivi e sonori cui siamo di continuo sottoposti. Ma a ben pensarci, si tratta solo di fenomeni neutri. Per una buona parte del nostro tempo ci troviamo in una condizione nella quale la mente vagabonda da una parte all'altra ("Mind-wandering", o mente errante), senza un intento o un oggetto d'attenzione preciso. I neuroscienziati hanno perfino individuato alcune aree del cervello, connesse tra loro ("Default Mode Network") che sono tipiche di questo stato, nel quale l'attenzione non è rivolta ad alcuna cosa in particolare. È per l'appunto lo stato "di default" della mente. Il problema è che la mente se ne va da una parte all'altra anche quando dovremmo essere focalizzati, ma questa è una sua caratteristica intrinseca, come ha notato la scrittrice e insegnante di meditazione Judy Lief. Se ragioniamo in termini di mente errante, dobbiamo guardare in noi stessi, anziché al di fuori di noi, e assumerci le nostre responsabilità.

In Cina, circa 1.500 anni fa, fu coniata la metafora della "mente scimmia", molto usata in Oriente, per indicare la tendenza della mente a saltare da una parte all'altra. È una scimmia che ci portiamo sempre appresso, ovunque andiamo, e da molti secoli. I media digitali non c'entrano nulla. Sempre in Oriente, sono state messe a punto le contromisure, rispetto alla nostra distrazione cronica, ovvero la presenza mentale e la meditazione.

La soluzione del problema è a nostro carico, come fu per Ulisse, trovatosi a fronteggiare il mortale pericolo delle sirene, che col loro canto richiamavano i marinai per farli poi morire. Ulisse non se la prese con le sirene, ma adottò provvedimenti intervenendo su ciò che era in suo potere. Tappò le orecchie ai marinai e legò se stesso all'albero della nave, per impedirsi di abbandonarla.

Dunque rivolgere l'attenzione verso se stessi non è una tecnica per stare meglio o per diventare persone un po' migliori attraverso la meditazione, ma un radicale cambiamento di prospettiva. È assumersi la responsabilità della propria mente scimmia. È preoccuparsi di capire cosa c'è veramente, dietro la nostra distrazione. Potremmo ad esempio scoprire che la distrazione è una difesa che mettiamo in atto per non vedere veramente le cose come stanno. Essere circondati da schermi di tutte le dimensioni, che di continuo richiedono la nostra attenzione, è il diversivo perfetto per non vedere i nostri problemi e gli stati di disagio, per nascondere sotto il tappeto l'ansia, la rabbia, la frustrazione e la paura.

Chögyam Trungpa ha parlato di mente dello svago ("Entertainment Mind") per descrivere la nostra condizione di persone che hanno un continuo bisogno di distrazioni. Se non le abbiamo a disposizione, ce le inventiamo. Ci creiamo il nostro mondo perfetto, come nel film Truman Show (1998), nel quale il protagonista vive sin dalla nascita nel set televisivo di un reality show. Quando se ne accorge deve scegliere tra la tranquilla, agiata e colorata vita del set e la grigia esistenza reale delle persone comuni. L'intrattenimento continuo ci mette al riparo da ogni sorta di pericolo, ci protegge dalle minacce che provengono potenzialmente da ogni parte e da ogni persona con la quale interagiamo, come ci fa notare Judy Lief.

Un antidoto contro la paura

Viviamo in un'epoca dominata dalla paura. I cambiamenti climatici ci assicurano che il mondo del futuro sarà più difficile di quello attuale. La globalizzazione porta perdita dell'identità culturale e salari più bassi. Il debito pubblico è un macigno che pesa sulle generazioni future. Una popolazione mondiale che raggiungerà per lo meno quota 9-10 miliardi porterà molti problemi in più e nel frattempo le tecnologie digitali rendono superflui sempre più posti di lavoro, in un'economia dominata da interessi finanziari fuori da ogni controllo.

Questa paura permea ormai ogni nostra azione, individuale e collettiva. Ma non viene mai manifestata in forma diretta. Nei dibattiti pubblici, ad esempio, non si parla se non di rado dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze, ma nel frattempo i genitori della mia generazione (nati dopo gli anni '50) sono tutti molto più apprensivi rispetto ai padri e alle madri che li hanno cresciuti. Cos'è, se non paura del futuro?

Abbiamo questa e molte altre paure e inoltre sappiamo sempre meno gestire la nostra convivenza con gli altri, dalla relazione di coppia alle dinamiche all'interno dell'azienda. In queste relazioni domina il non detto e il non espresso. Nell'opacità che ricopre tutto emerge di continuo il sospetto, l'idea sempre sottesa ma mai riconosciuta che gli altri possano costituire una minaccia per noi.

La soluzione più facile e sempre più a portata di mano è accendere lo smartphone per scorrere lo streaming mai troppo impegnativo di Facebook o cimentarci in una vacua conversazione di gruppo su Whatsapp.

Se le cose stanno così, i nostri dispositivi digitali hanno forse qualche colpa? Questi schermi, che escono dal negozio come oggetti del tutto privi di connotazione, diventano per noi come l'orchestra della nave da crociera alla quale viene ordinato di suonare ininterrottamente, anche mentre la barca sta colando a picco. Una volta, nel corso di un incontro di meditazione il facilitatore chiese. "Chi di voi si trova bene con se stesso?" Con mio grande stupore, mi accorsi di essere stato l'unico ad alzare la mano. Com'è possibile? Mi sono chiesto. La risposta non è difficile. Appena tutti i suoni e le luci tacciono intorno a noi, ci ritroviamo faccia a faccia con la miseria e il dolore dei nostri sentimenti più disagevoli: rabbia, paura, ansia, insoddisfazione. E allora ci giudichiamo, reputandoci inadeguati, e ci sentiamo in colpa. La mente giudicante è sempre in agguato.

L'intenzione fa la differenza

Se prendiamo consapevolezza di ciò, possiamo compiere il salto di qualità e imboccare la strada della liberazione. Non è la strada che ci porta verso una vita meno stressante, nella quale impariamo a prenderci delle pause, a rilassarci nei momenti giusti per essere delle persone più calme e comprensive. È la strada della saggezza, che ci porta verso una comprensione nuda e senza veli della realtà come si manifesta nel momento presente. In ogni momento presente della nostra vita.

Tutti i maggiori maestri spirituali hanno insegnato che l'intenzione è il fattore che più di tutti incide nella nostra capacità di diventare persone liberate e felici. L'intenzione è ciò che fa la differenza. Se ci sediamo in meditazione col chiaro proposito di imparare a osservare la realtà per quello che veramente è, e non per quello che vorremmo che sia; se siamo disposti a cogliere in tutte le sue conseguenze la natura impermanente e inaffidabile del mondo che ci circonda e di cui noi stessi siamo parte; se diamo per buono il proposito di abbandonare una visione basata sull'idea di un sé separato. Se facciamo un esercizio quotidiano del nudo incontro con la realtà del momento presente così come si manifesta, impareremo – e succederà pian piano – a stare volentieri da soli con noi stessi. Perché smetteremo di giudicarci, diventando in grado di osservare sul serio di cosa siamo fatti: un corpo; sensazioni basate sui 5 organi di senso; percezioni basate sulla nostra memoria della realtà; formazioni che si creano nella mente sotto forma di pensieri, stati d'animo, sentimenti; una coscienza che si crea non appena ci rendiamo conto di ciascuna di queste cose. Non c'è altro da scoprire che questo e questa rivelazione ci mette finalmente in pace con noi stessi e di conseguenza con gli altri.

Se l'intenzione è saggia, i dispositivi digitali escono pienamente assolti da qualsiasi processo a loro carico. Siamo noi che li comandiamo. I computer, i tablet e gli smartphone sono strumenti "general-purpose", cioè progettati per coprire un'ampia gamma di funzionalità diverse. Ci si fa di tutto. Si presentano con un hardware e un sistema operativo, i quali possono equanimemente ospitare qualsiasi tipo di applicazione. Siamo noi che installando determinati programmi o app, decidiamo cosa fare di un dispositivo, che comunque possiamo accendere o spegnere a nostro piacimento, lavoro permettendo.

Anzi, a differenza di altri potenziali fattori di distrazione, i dispositivi digitali possono essere volti a vantaggio di una maggiore consapevolezza, se decidiamo i adottare certe app o di fruire di certi tipi di contenuti anziché di altri. La distrazione è una nostra responsabilità al cento per cento.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[La foto è di Zak Cannon, Stati Uniti] read more
Paolo SubioliNoi unici responsabili della nostra distrazione

Auguri su Facebook, perché limitarli

by Paolo Subioli 1 comment

Da: au tum n., with heart shaped bruises and late night kisses devine. (EXPLORED #1 FP!!!!)Non fare gli auguri su Facebook, in occasione del compleanno dei nostri amici, potrebbe essere una buona pratica di consapevolezza. Che c'è di male, a fare gli auguri su Facebook? Viene spontaneo domandarsi. Niente, non c'è niente di male. Non c'è il pericolo di offendere o ferire qualcuno, è una prassi del tutto innocua. E forse il punto è proprio questo. Ci stiamo abituando a banalizzare e a svilire qualsiasi gesto, col rischio reale che veramente non ci rimanga più nulla che valga veramente la pena perseguire.

Gli auguri sono una pratica molto antica, anche se l'usanza di farli in occasione del compleanno delle persone normali è piuttosto recente. Un tempo l'esistenza delle cosiddette persone comuni non era tenuta in grande considerazione. I primi a festeggiare i compleanni sono stati gli Egizi, ma solo per i Faraoni. Greci, Romani e Persiani riservavano questo privilegio a re, nobili e divinità. Date le origini pagane del compleanno, i cristiani dei primi secoli si rifiutavano di festeggiarlo. Ciò nonostante, celebrare il compleanno aveva un'importante funzione: quella di proteggere il festeggiato dal male e di propiziare per lui un anno di salute e sicurezza. È solo dal XIX secolo che ha cominciato a diffondersi l'usanza di festeggiare il compleanno anche a livello popolare, diventando pian piano tradizione consolidata, io credo anche a causa del diminuire della mortalità infantile e dello sviluppo della medicina moderna.

Quando facciamo gli auguri per il compleanno di qualcuno, reiteriamo l'antica usanza di propiziargli protezione dal male, salute e sicurezza. Il significato implicito è quello. La novità è che al giorno d'oggi, ogni persona può ritenersi speciale, come un tempo lo erano solo i Faraoni. Nel giorno del suo compleanno, tutti si fanno avanti per omaggiare il festeggiato: un vero privilegio, degno di un individuo immantato di regalità. Per queste cose è veramente bello vivere nell'epoca moderna, no?

Tutti, o quasi, abbiamo sperimentato cosa significhi sentirsi speciali, il giorno del proprio compleanno. Anche in età adulta, quando diventare un anno più grande non viene più considerato come degno di essere festeggiato, è bello ricevere qualche attenzione in più, qualche piccolo segnale di cura da parte degli altri.

Gli auguri di compleanno ai tempi di Facebook

Su Facebook il compleanno è tenuto in grande considerazione, in quanto attività generatrice di traffico e potenzialmente anche di acquisti. Nella pagina "Eventi"c'è una sezione dedicata ai compleanni imminenti e quando arriva il giorno del compleanno di un amico, il sistema automatico di Facebook ce lo mette in bella evidenza, così che non dobbiamo fare veramente nessun sforzo per ricordarci del compleanno delle persone care. Anzi, è richiesto semmai lo sforzo contrario, qualora dei compleanni (o almeno di certi) ci interessasse poco.

Una volta appreso che è il compleanno di qualcuno, magari mentre stiamo viaggiando in metropolitana e abbiamo una mano occupata a sorreggerci agli appositi sostegni, possiamo formulare i nostri auguri in pochi secondi e senza alcuno sforzo, arricchendoli di espressioni relative ai nostri sentimenti per mezzo dei molti emoticon disponibili. Un attimo dopo possiamo tornare di nuovo ai nostri impegni e/o ai nostri pensieri.

Dunque lo sforzo richiesto è veramente ridotto al minimo, dal ricordare la data a esprimere il proprio augurio. Anche da parte di chi riceve gli auguri il coinvolgimento emotivo non è molto maggiore. Aprendo la pagina Facebook il mattino del proprio compleanno, si può trovare la piacevole sorpresa di una bacheca traboccante di auguri, anche formulati da persone che neanche ci ricordiamo più chi siano. Qualche like, qualche risposta condita di emoticon, e pochi secondi dopo possiamo passare all'occupazione successiva. Negli anni '60 Andy Warhol disse che in futuro ciascuno di noi avrebbe avuto i propri 15 minuti di notorietà. Si sbagliava, erano sono 2 i minuti!

Perché no agli auguri su Facebook

D'accordo, non c'è proprio niente di male a fare gli auguri su Facebook. Eppure io ritengo che non sia il caso di incoraggiare questo genere di pratiche. Le grandi corporation del digitale si inventano di continuo nuovi modi per intrattenerci, alcuni hanno successo, altri no. Alla fine dipende da noi. Se insisteremo con l'usanza di fare gli auguri su Facebook, anche come metodo per toglierci rapidamente il pensiero, diventerà un'abitudine consolidata, sia a livello individuale, sia collettivo. E così il compleanno si trasformerà ancora. Prima era riservato alle persone super-speciali, poi a quelle speciali, poi a tutti, re e regime per un giorno nella cerchia delle amicizie e della parentela. Spostandosi nello spazio inconsistente dello schermo digitale, il compleanno diventa molto meno speciale e più ordinario, di pari rango con l'ultimo video di gattini o le foto del week-end al mare.

Quando è il compleanno di una persona amica, è molto meglio fare una telefonata. Una telefonata senza alcun motivo particolare, a parte il compleanno, fa sentire un po' speciali. Magari non famosi, ma un po' speciali per qualcuno sì. Anche il telefono è un medium tecnologico, ma è ancora sufficiente a trasmettere vero calore umano. E si può persino telefonare via Facebook, meglio ancor parlare in videoconferenza, basta cliccare sulle piccole icone sopra la chat.

Perché sì

Ecco, a queste condizioni Facebook diventa un mezzo fantastico per fare gli auguri: ci ricorda del compleanno degli amici e poi possiamo parlare guardandoci in faccia, comunicando che per loro siamo persino disposti a impegnare 5 minuti del nostro tempo!

Per approfondire:

amici

Facebook

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

[L'immagine è un fotomontaggio tratto da una foto di au tum n.] read more
Paolo SubioliAuguri su Facebook, perché limitarli

Distrazioni sul lavoro e nello studio, come ridurle

by Paolo Subioli 4 comments

Le distrazioni sul lavoro, nello studio e nella vita privata sono ormai un problema di tutti, in questo mondo sempre più digitalizzato, che ci propone continue interruzioni e ritmi forsennati. Uno dei risultati è che rimaniamo sempre indietro con le cose da fare e magari tralasciamo proprio quelle che per noi sono più importanti. Oggi con la sovrabbondanza di informazioni disponibili e con la mole di impegni che ci prendiamo, rischiamo seriamente di non dare abbastanza peso a ciò che da un senso alla nostra vita, qualunque cosa sia. Ecco dunque un sintetico vademecum per riuscire a concentrarsi più facilmente e ridurre le distrazioni.

Il costo del lavoro interrotto

Il problema delle continue distrazioni è che ci ostacolano nel portare a termine i compiti che ci siamo prefissati. Il risultato è che ci fanno stancare di più, sono frustranti e, quando ci troviamo in ufficio, aumentano i costi del lavoro:

distrazioni sul lavoro 01

distrazioni sul lavoro 02La distrazione ci rende anche un po' più stupidi. Che ci crediate o no al Quoziente di Intelligenza (IQ), uno studio ha misurato una perdita di 10 punti dell'IQ a causa delle distrazioni tecnologiche, il doppio che si riscontra nei consumatori di cannabis4.

Resistere alle distrazioni

Nonostante le sirene digitali non smettano mai di tentarci con continue proposte, è possibile prendere delle contromisure per limitare al massimo i gravi danni che questo continuo stato di distrazione comporta. Per noi, per le nostre famiglie e per le aziende nelle quali lavoriamo.

Organizza la tua postazione di lavoro

Le stime sulla perdita di tempo dovuta alla ricerca di oggetti "sepolti" da qualche parte sulla scrivania, arrivano anche a quantità di 2,5 ore al giorno5. Una scrivania ridotta all'essenziale è il presupposto indispensabile non solo per non perdere tempo a a cercare le cose, ma anche per non distrarsi e per fare chiarezza nella mente.

distrazioni sul lavoro 03

Organizza il tuo tempo

In base all'"Indagine annuale sulla perdita di tempo al lavoro", l'89 per cento degli intervistati ammette di usare male il proprio tempo ogni giorno6. Capita a tutti, no? Intraprendiamo le attività della giornata come se avessimo tempo infinito a disposizione, ma non è affatto così. Meglio dunque entrare nell'idea di un'auto-organizzazione della giornata.

distrazioni sul lavoro 04.

Organizza la tua casella email

Il tempo passato a leggere e rispondere alle email può arrivare fino al 25 per cento della giornata, secondo uno studio del 20128. Le email richiedono tempo per essere processate, ma soprattutto ci distolgono da quello che avevamo in programma di fare, portandoci via lontano.

distrazioni sul lavoro 05

Fai pause disintossicanti dal digitale

Le performance lavorative, ma più in generale anche la capacità di gestire la propria vita, dipendono dalla possibilità di affrontare in modo efficace i problemi. Ma è molto difficile rimanere focalizzati sui compiti o persino sui problemi più importanti, se abbiamo accanto dei dispositivi digitali che richiamano la nostra attenzione 24 ore su 249.

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Per un'etica della produttività

Nella vita lavorativa è importante essere produttivi, cioè svolgere il compito per il quale veniamo pagati nel minore tempo possibile e nel modo migliore. Questa non è logica capitalista. O meglio: lo è, ma è soprattutto una questione di etica e di rispetto nei confronti degli altri. Se un datore di lavoro ti paga, si toglie i soldi di tasca - a sé e alla sua famiglia - per darli a te, e l'azienda per la quale lavori è una comunità finalizzata a obiettivi comuni. Se non lavori al meglio segui una logica individualista, che non considera prioritario il bene collettivo e non vede che non c'è separazione tra te e la tua azienda.

Se sei un libero professionista, ogni minuto sprecato è un minuto in più fatto pagare ai tuoi clienti, l'importante è che tu lo sappia.

Se lavori bene, senza distrazioni e perdite di tempo, potrai prenderti delle vere pause per respirare in consapevolezza, anche durante l'orario lavorativo. Inoltre la tua giornata lavorativa sarà più breve e avrai più tempo per le persone a cui tieni e che ti vogliono bene.

Queste regole sono utili non solo nel lavoro, ma anche nello studio e nella vita privata. I dispositivi digitali ormai ci accompagnano ovunque e senza sosta, ma la nostra vita continua a essere breve e ogni minuto è prezioso, per noi e per le persone intorno a noi.

Articolo originariamente pubblicato su Zen in the City.

Fonte delle immagini: On Stride Financial

Per approfondire:

lavoro

distrazione

concentrazione

meditazione in azienda

Fonti dei contenuti (tratte da On Stride Financial):

1,2,3 Rock, D. (2009). Easily distracted: why it’s hard to focus and what to do about it, psychologytoday.com
4 New Scientist (2005), 'Info-Mania' dents IQ more than maijuana, newscientist.com
5 Ablett, J. (2015). HIPAA clean desk policy – 5 tips to a more secure office, adeliarisk.com
6 Gouveia, a., (2014), 2014 Wasting Time at Work Survey, salary.com
7 Babauta, L. (2011). Focus: a simplicity manifesto in the Age of Distraction, focusmanifesto.s3.amazonaws.com
8 Sunshine, J., (2013), Workers spend one-fourth of workday reading, responding to email: survey, huffingtonpost.com
9 Madell, R., (2013), Why you should unplug, money.usnews.com
10 Knafo, S. (2016), The ancient productivity tool that will boost your brain power, inc.com

Allen, D. (2015) Getting things done. gettingthingsdone.com
Collamer, N. (2015). 8 ways to beat work distractions and be more productive. forbes.com
Furedi, F. (2015). Age of distraction: why the idea digital devices are destroying our concentration and memory is a myth. independent.co.uk
Genovese, J. (2011). Developing razor sharp focus with zen habits blogger, Leo Babauta. learningfundamentals.com.au
Mires, E. A. (2015). 10 critical tips to prevent distraction and sharpen your focus. lifehack.org
Spiro, J. (2010). How to organize your workspace. inc.com

 

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Paolo SubioliDistrazioni sul lavoro e nello studio, come ridurle